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Alpinia Editrice

Elio Bertolina
A Guardàr indré - par traguardàr inànt

A Guardàr indré  - par traguardàr inànt
Prezzo Fiera 15,00
Uno sguardo sul passato della Valfurva

Il passato della Valfurva torna a farsi presente volgendosi “A guardar indré” con nuove testimonianze e vecchie fotografie. Il tempo, nella comunità forbasca, era scandito dagli eventi: la monticazione, il rituale della fine fienagione sui maggenghi, la macellazione del maiale, i ricordi di guerra, l’alegrìa di bagài, la devozione religiosa che ritmava la giornata in attesa della mésa granda da la festa.

 


Elio Bertolina è costantemente animato da un profondo senso di appartenenza alla comunità della Valfurva (in Alta Valtellina, in provincia di Sondrio), frutto dell’educazione ricevuta in famiglia e sui banchi di scuola.

Con la pratica alpinistica degli anni giovanili e con la partecipazione al Comitato Scientifico del CAI presieduto da Giuseppe Nangeroni, trova l’opportunità di studiare da vicino le peculiarità della cultura tradizionale del mondo della montagna.

Dall’appassionata indagine sulla cultura delle vallate alpine, alla sistematica esplorazione del contesto della sua Valfurva il passo è breve.

La cultura locale è sempre al centro dei suoi numerosi lavori: 

Inventario dei toponimi”, “La disfortuna”, “L’incendio di Teregua nel 1869”, “Il Giro della Stella”, “Soprannomi di famiglia e di persona”, “Le stagioni cantate”, “Le opere e i giorni”, “Par rìar e par dabón”, “La Val di Ciurcégl’” (Alpinia ed. 2012), “A guardàr indré” (Alpinia ed. 2014), “Meglio tardi che mai”, “La mia ént, la nòsa ént”(Alpinia ed. 2017), “Lettere dall’Argentina” (Alpinia ed. 2018).

Primo capitolo

Segónt la sc’tag(h)ión

I bólc’

Sono conosciuti col nome di bólc’ i valligiani che in pieno inverno, lavorano con perizia e coraggio al trasporto del fieno dai taulà di alpeggi e maggenghi ai fienili delle abitazioni di fondovalle

Partono dal villaggio verso le due di notte, dopo aver aggiogato i muc(h)’ o li manzéta, (i manzi o le giovenche) alle slitte sulle quali sono legate le matasse delle funi di pelle e le catene di ferro.

Notti di luna, di solito, e fredde, con la neve che crocchia e geme sotto gli scarponi chiodati e i pattini di legno che scodano leggermente all’ondeggiare delle teste degli ani- mali.

Gli uomini, i bólc’ appunto, come sagome nere a fianco di ogni slitta ritmicamente avvolte dal soffio caldo della bestia. Vestiti di panno fatto in casa: il giubbetto corto e i pantaloni chiusi appena sotto al ginocchio dal gambale che va a coprire la tomaia degli scarponi.

Solo gli uomini più vigorosi e resistenti possono essere bólc’, far parte cioè di questa aristocrazia contadina montanara, che provvede al trasporto del fieno dai maggenghi più alti al fondovalle. E il tirocinio è lungo e impegnativo.
Le donne, anche se non assistono a quanto succede nella lunga giornata dei
bólc’, sanno intuire quando un uomo ne ha acquisito il grado e subito gli riservano il trattamento e la stima che gli spettano. Sono loro, le donne, ad alzarsi per prime nella notte e mentre i bólc’ stringono i trusgégl’, i lunghi gambali di panno, preparano le scodelle con la minestra riscaldata, il formaggio, il pane di segale, le fette di polenta abbrustolita da mandar giù con una ciotola di fumante caffè e vino.

Ai bólc’ non si possono fare raccomandazioni di prudenza, è chiaro: del resto chi più incompetenti delle donne in queste faccende?
Bisogna aspettare che finisca il rumore dei passi sulle scale, per affidare alle anime dei poveri morti quegli uomini in partenza, che pure, usciti dalla luce fioca delle cucine, si fanno ruvidi segni di croce, proprio come nei momenti più pericolosi della giornata che li aspetta. Presto è una colonna di cinque o sei slitte che abbandona il paese: ferrati come muli e vestiti come cristiani con una coperta legata sottopancia,
i muc(h)’ cominciano a tirare la slitta, divenuta più pesante perché i bólc’ nel frattempo vi si sono sdraiati sopra a risparmiare fatica e recuperare sonno.

Se ci si tira fin sul collo la capùcia di lana cruda e si infilano le mani nelle manìcia che-sono ruvide muffole di maglia, si corre il pericolo di addormentarsi. Questo lo sanno tutti i bólc’, da quando uno di loro s’era svegliato completamente fuori strada, con il muc(h)’ deciso a prendere un itinerario meno faticoso.
Il più delle volte però, già al ponte di
Sgembrèsc’ca il sonno è interrotto dai piedi gelati ed è meglio proseguire camminando, col ruchsàch, lo zaino della marénda a riparare la schiena dall’aria che tira sempre sulla salita fiancheggiante il bosco dei Camanìn. E’ ancora buio quando la strada per Santa Caterina viene abbandonata per seguire la mulattiera che porta al maggengo o meglio al mónt, come si dice in dialetto.

Sullo stradone può esserci stato il tempo per combinare uno scherzo a chi sulla slitta sogna di essere a letto e per deporlo piano piano sulla neve a continuare il sonno. Ora invece la marcia diventa più difficile: le bestie vanno sorrette nei tratti ghiacciati e bisogna calzare li crapèla, arcaici ramponi a due o quattro punte, oppure tagliare gradini con la scure per dare punti di appoggio agli animali e ancora controllare che il lavoro di apertura della pista risponda alle necessità della discesa.

A fare la cal, a spalare e battere la neve della mulattiera insomma, e ad attrezzarla nei punti più pericolosi, i bólc’ hanno provveduto il giorno prima, con una dura fatica cui sono stati chiamati tutti i vicini dei maggenghi serviti da quel percorso.

Qualche volta una intera giornata non basta e molti ricordano il bivacco notturno degli anni particolarmente nevosi, quando la carovana incrocia i carboni del fuoco acceso per resistere al freddo e i tizzoni neri sulla neve sostituiscono le parole di commento tenute dentro per non sprecare fiato.
Attorno al
bàit è stato preparato lo spiazzo, l’àndit, per le operazioni di carico e ogni cosa è più facile se il vento non ha soffiato di notte. Con gli animali fumanti di sudore, è arrivato il momento di tagliare la dìa del fieno, affondando con vigorose spinte il ferro a coltello che trincia dritto la massa compatta del foraggio. Non è il caso di togliere altra neve sul terreno: occorre far presto e poi di neve il fieno si infarinerà ancora prima di arrivare a casa! A due a due i bólc’ caricano il cubo di fieno tagliato sulla slitta, trasportandolo su due pali con sicuro equilibrio.

Quindi la legatura del carico con le funi che ogni bólc’ sa tirare a cul, passandosi appunto la treccia di cuoio attorno al sedere e strattonando a tempo con i piedi appoggiati a far forza sul fieno e il corpo a sbalzo.

Finito tutto questo e rifocillate le bestie, è ora della marén- da, consumata così a secco di fronte al fuoco che scalda le chicchere del vino.
Adesso la discesa, in fila, con l’attenzione di tutti al carico più grosso, a quello meno equilibrato: la strada è ripida e stretta, quasi sempre esposta.

Scende un po’ più tranquillo il bólc’ che conduce un mulo qualificandosi così come il più benestante della carovana; ma gli altri sono sotto sforzo continuo, perché i buoi e le manzette sono buoni a tirare, ma nella testa aggiogata non hanno forza sufficiente per trattenere il carico.

I bólc’ più anziani che ai loro tempi per frenare mettevano sotto i pattini della slitta rami ritorti di betulla, dicono che con le catene si va a spasso, però non mollano un istante la slitta e premono contro il carico con le spalle, viaggiando sempre sull’orlo a valle della mulattiera.

Tra l’ansimare della fatica, mozziconi di monosillabi a incitare, a rabbonire, a insultare quéla basc’tàrda d’una manzéta, che i sobbalzi del carico scuotono fortemente: per fortuna i ganci di raccordo tra la slitta e le stanghe di traino, sono studiatamente fragili e se il trasporto si ribalta, la bestia non viene trascinata nella caduta.

Ma il bólc’ no; lui è esposto ogni attimo a essere investito dal carico e per sicurezza personale ha solo i propri riflessi e l’intuito dell’imminente sinistro.
Improvvisamente il carico si inclina in una cunetta e gli uomini vi si appendono a contrappeso per rimetterlo in equilibrio: poi la slitta prende di colpo velocità e sono facce sfigurate a correre con la neve a tutta gamba, a dominare il
muc(h)’, trattenere il peso del fieno, a far scivolare le catene sotto i pattini, a riportare la ghirba (la pelle) a casa. C’è bisogno di prendere respiro, le funi tagliano le mani livide, fanno male le gambe; a favorire la sosta, a spianare il pendio sono senz’altro le anime dei poveri morti. Meglio non raccontare queste cose alle donne. Che oltretutto non possono capire.

Quando più sotto compare lo stradone, è mezzogiorno e i bólc’ possono anche fumarsi un toscano e pensare all’arrivo a casa. Sarà verso le tre del pomeriggio questa volta, perché tutto è andato bene.
Come sempre si ricoverano le slitte in fienile, si staccano le bestie e si va in cucina a mangiare.

Per prima cosa un caffè e vino caldissimo, mentre le donne inginocchiate slegano i gambali irrigiditi e poi sfregano fortemente la schiena ai bólc’: si può prendere la punta, la polmonite, a fermarsi di colpo quando si è così sudati. Per tutto il giorno le donne hanno aspettato questo momento, subordinando ogni necessità domestica e dei figli alla preparazione del pasto per i bólc’: polenta con formaggio di quello buono e insaccati freschi del maiale ucciso da poco, vino di vascello e magari una rusumàda, la bevanda di uova sbattute con zucchero e vino, che s’appiccica sui baffi poco prima incrostati di neve.

 

 

 

 

Specifiche

  • Pagine: 240
  • Anno Pubblicazione: 2014
  • Formato: 14x21 cm - brossura
  • Isbn: 9788887584424
  • Prezzo copertina: 15

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