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Piercarlo Paderno
Anemos

Anemos
La grande traversata delle Alpi

“Anemos” è la grande dichiarazione d’amore dell’autore per le Alpi e la montagna in generale. Attraverso gli di Franziska protagonista, ci guida in un percorso fatto di villaggi rimasti immuni dal passare degli anni, personaggi in grado di estraniarsi dal mondo e una natura incontaminata, che troppo spesso si scontra con l’umanità.
Il viaggio della protagonista non è però solo un viaggio all’insegna della scoperta delle Alpi, è soprattutto il ritrovare le sue origini e quindi se stessa. Un viaggio di formazione in piena regola. 

Franziska è una ragazza di Lipsia di diciannove anni. Alla morte della madre, dopo una lunga malattia, si trova senza più nessuno e in preda allo sconforto. Una lettera postuma, però, le racconta un passato a lei sconosciuto e le fa scoprire di non essere sola al mondo.
Decide così di partire alla volta dell’Italia e delle Alpi in cerca di tracce di quel passato. Un lungo cammino da Trieste a Nizza, nella speranza di trovare nelle montagne e nei sentieri le risposte che non sa trovare nella sua vita. Giorno dopo giorno scoprirà la montagna, fino ad allora sconosciuta. Un mondo fatto di vette magnifiche, di vallate a perdita d’occhio, di storie di grandi uomini e leggende di fate e gnomi che riecheggiano tra alberi secolari.  La montagna le restituirà un pezzo dopo l’altro ciò che la vita fino a quel momento le aveva tolto. Attraverso svariate difficoltà sarà proprio la natura a completare il suo percorso formativo, assumendo quel ruolo ancestrale di maestra e madre.
Un romanzo di formazione e al tempo stesso un viaggio attraverso la più bella e affascinante catena montuosa del mondo. Tra ghiacciai, vallate, cime e  villaggi, Franziska conoscerà la realtà odierna delle Alpi, fatta di tante piccole storie di quotidiana resistenza e tutela di un patrimonio dell’umanità intera. 

 

«Anemos nasce dalla voglia di raccontare quella montagna che per tanti anni ho frequentato e amato, un mondo dove la natura e la fatica hanno la capacità unica di rimetterti in pace con te stesso e con il mondo intero.»
- Piercarlo Paderno -

 

Piercarlo Paderno nasce a Brescia nel 1978. Lavora nell’ambito della comunicazione video e ha alle spalle la regia di un lungometraggio, di due documentari e di cortometraggi che hanno partecipato e ottenuto riconoscimenti a festival nazionali. Raccontare è sempre stata parte del suo lavoro e con Anemos ha voluto ampliare i propri orizzonti, mettendosi alla prova con la narrativa.

Primo capitolo

Prologo

“L’occhio del ciclone”

 




Sono quasi tre mesi che ogni giorno faccio avanti e indietro dalla clinica St. Georg, tre mesi che a casa sono completamente sola. Ogni tanto si fa vivo zio Gustav, ma è il tipo di persona su cui è meglio non contare troppo.

Dopo tre interventi mamma è sempre lì, letto 15B del reparto di oncologia, una cicatrice che va da un orecchio all’altro, un’altra sotto l’ascella e una sotto quello che resta del suo seno. Ormai pesa meno di cinquanta chili, gli occhi sempre più assenti, anche se con il suo sorriso cerca, senza successo, di rassicurarmi.

Avendo diciannove anni ed essendo la sua unica parente diretta, i medici hanno dovuto fare sempre riferimento a me e dirmi tutto con estrema franchezza. È da settembre che so che le speranze per lei sono praticamente nulle e che poter festeggiare domani il Natale insieme, con lei ancora cosciente, dai medici è considerato un miracolo.

Domattina mi alzerò di buon’ora, andrò a prendere lo Stollen nella sua pasticceria preferita in Augustusplatz, porterò in ospedale di nascosto due bicchierini di grappa al mirtillo e festeggeremo insieme quello che molto probabilmente sarà il suo ultimo Natale su questa terra. Sorriderò, le dirò che presto starà meglio, faremo entrambe finta di non sapere la verità. Lei mi racconterà di quel Natale in cui avevo solo tre anni, quando rubai un bicchiere di champagne dal tavolo dei grandi, lo bevvi di nascosto e mezz’ora dopo gattonavo all’indietro, cantando Rosamunde. Io la ascolterò come quando me la raccontò per la prima volta, riderò e mi farò narrare ancora e ancora le storie di nonno Jacob, di quando da piccola passavamo i natali sui monti austriaci, di quando giocavo con le caprette e mi lanciavo con lo slittino.

Sul tavolo ho accumulato pacchi di libri e appunti universitari. A gennaio avrei un paio di esami, ma la testa è sempre altrove e più che i libri servono le distrazioni. Cinque o sei ore di Netflix sono ideali per staccare il cervello. Avendo ormai finito quasi tutte le serie più famose, mi sono buttata su una serie giapponese che parla di un ragazzo che condivide casa con cinque femmine, una più strana dell’altra. C’è Minami che gira in casa completamente nuda perché dice di essere allergica alle fibre dei vestiti, Yuki che è depressa e Midori che credo non abbia capito esattamente dove si trova. Le loro storie un po’ folli e sconclusionate sono perfette per togliere la mia attenzione dalla realtà.

L’unica alternativa a Netflix è andare al pub, bere un paio di litri di birra, e finire a letto con uno sconosciuto, o peggio, con qualcuno conosciuto con cui non vorrei mai finire a letto. È la vigilia di Natale e probabilmente lo streaming televisivo è la scelta migliore.

Klara mi ha invitato a passare la serata con la sua famiglia, ma ho rifiutato perché sarebbe stato terribile. Immagino gli occhi di quella gente che mi guardano con compassione, povera bambina cresciuta senza un padre, e che ora, a diciannove anni, si appresta a diventare ufficialmente orfana, senza più i nonni da qualche anno e con una madre che ha i giorni contati.

Meglio la solitudine del mio divano, rispetto alla compagnia di chi ha pena per te, meglio un po’ di buon whisky davanti al camino di casa, che sentirsi fuori luogo per tutta la sera.

C’è una foto in soggiorno, è un tramonto bellissimo, fotografato da un luogo pieno di neve. È lì da quando io ne ho memoria. Non ho mai chiesto a mia madre da dove provenga questa foto, se l’ha comprata perché le piaceva o se l’ha scattata lei o qualcuno che conosce; di sicuro è un posto incredibile, uno dei tanti che verosimilmente non vedrò mai nella mia vita.

La bottiglia di Jack Daniel’s è quasi finita, resta giusto un bicchiere, e se voglio alzarmi ed essere lucida domattina, forse farei meglio a non berlo; ma è Natale e, in fondo, sarebbe un vero peccato lasciare quella bottiglia con dentro un solo goccio.

 

Un suono acuto e fastidioso interrompe bruscamente il sonno, il dormiveglia, o qualunque cosa fosse.

L’occhio cerca di aprirsi, ma non comprendo se sia troppo presto o troppo tardi per farlo, di certo non è il momento giusto. Con il braccio stanchissimo afferro il cellulare…

«Sì?»

«Franziska Schneider?»

«Sono io, mi dica…»

Quasi fosse una colpa chiamarsi così.

«Sono il dottor Meyer della clinica St. Georg, avrei urgente bisogno di parlarle.»

«Sì, stavo per alzarmi, andare a prendere lo Stollen preferito di mamma e venire lì, è successo qualcosa?»

Ieri era vicino alla porta quando ho detto a mamma che le avrei portato un po’ della grappa al mirtillo, di sicuro ha sentito e ora si arrabbierà con me.

«Signorina Franziska, stanotte sua madre ha avuto una crisi. Abbiamo provato a intubarla, ma il suo corpo era ormai troppo stanco per la malattia e non ha retto.»

«È morta?»

«Franziska, sono desolato di doverle comunicare che la signora Christine si è spenta stamani alle 4 e 05. Le porgo le mie condoglianze.»

 

Dicono che per certe notizie non si è mai abbastanza pronti. Sembra una di quelle frasi idiote che i cinesi mettono nei biscotti della fortuna, invece è davvero così. Sono tre mesi che aspetto questa telefonata, da tre mesi so che potrebbe arrivare da un momento all’altro, però no, adesso non sono pronta, e poi non è giusto, non si può morire così, il giorno di Natale. La gente a Natale deve fare altre cose, deve mangiare dolci fino a star male, litigare coi parenti, ubriacarsi, ingrassare e ingozzarsi, non morire!

Gli occhi sono fissi sul muro bianco davanti a me. Era mia madre che pretendeva che tutti i muri di casa fossero bianchi, io li avrei dipinti e pasticciati, lei no, lei voleva la casa bianca, candida, diceva che era luminosa, era elegante, era aggraziata. Gli occhi sono lì, fissi. Non riesco ad alzarmi, a muovere anche solo il collo, la mente corre velocissima, ma io sono immobile. Nel cervello i ricordi di una vita si mischiano alle domande che ci si fa in questo momento. Cosa deve fare una ragazza poco più che adolescente senza genitori? Non so niente di niente, in questo ultimo anno sono dovuta diventare adulta, ma non so comunque niente. So scaldare le cose nel microonde, so buttare i vestiti nella lavatrice e li so indossare senza stirarli. So mangiare nei piatti di plastica, così non serve lavarli, ma di tutto il resto, delle cose vere, del mondo, non so nulla. Era mia madre il mio solo riferimento, lei mi ha sempre aiutata in tutto e per tutto, mi ha sempre dato le risposte che neanche Google sapeva darmi.

E adesso?

Devo tirarmi insieme in qualche modo, lavarmi la faccia, indossare qualche vestito pulito, andare in ospedale e parlare con i medici. Dovrò occuparmi di cose che non conosco, dovrò organizzare un funerale. Cosa ne so io di come si organizza un funerale? Non ho mai neanche organizzato una festa di compleanno a casa. E poi dovrò avvertire qualche parente lontano, cugine di mamma che in vita l’avranno vista sì e no due volte, ma che sicuramente vorranno vederla da morta. Ci saranno i miei compagni di scuola, gli amici d’infanzia che vorranno venire a trovarmi, a commiserarmi, a dirmi che comprendono il mio dolore e che soffrono con me. Non c’è niente da comprendere invece, non si può comprendere quello che sto provando in questo momento. Non riesco a comprenderlo io, figuriamoci se può farlo un estraneo.

Il letto 15B dove mamma ha vissuto negli ultimi tre mesi è vuoto. Guardo la stanza, la mia foto appesa con il nastro adesivo vicino al letto, il tablet dove guardava i film che le portavo, un libro di Kurt Vonnegut lasciato a metà sul comodino. Morire credo sia anche questo, lasciare cose in sospeso, non terminare ciò che vogliamo. Non importa quanto prima sai che devi morire, lascerai sempre una frase non detta a qualcuno, un libro non finito, un film non visto, un disco non ascoltato, una lettera non spedita. La morte in fondo ci coglie sempre impreparati, non cambia se abbiamo quarantacinque anni come mamma, o se arriva quando ne hai novanta.

«Signorina Franziska.»

Mi giro e vedo l’infermiera che ha seguito mamma in questi mesi. Sembra davvero triste per la sua morte.

«Buongiorno, signora Muller.»

«Le faccio le condoglianze, ho avuto modo di conoscere bene sua madre in questi mesi ed era una persona eccezionale. Non posso immaginare il vuoto che le lascia in questo momento della sua vita.»

«Ci penserò da domani. Ora ci sono da fare mille cose…»

«Lasci che la accompagni al primo piano, dove è stata allestita la camera ardente. Ci penserò io a recuperare i suoi oggetti qui. Glieli farò avere nei prossimi giorni.»

«Grazie mille, è molto gentile.»

Usciamo nel corridoio e guardo quelle donne, magre come era magra mia madre. Per la maggior parte di loro il destino sarà il medesimo. Anche loro probabilmente avranno una figlia a casa che tra qualche settimana, o qualche mese, si troverà al mio posto. Tuttavia, l’idea che qualcuno soffrirà come me non mi conforta affatto.

L’odore acre del disinfettante invade tutto il reparto. Non sarebbe più corretto passare gli ultimi mesi avvolti dal profumo di petali di rosa? Guardando un lago di montagna, sentendo la rugiada sulla pelle? Se tanto dobbiamo morire, per quale ingiustizia costringono le persone a vivere in questo modo i loro ultimi giorni?

Siamo davanti a una stanza chiusa. Lì dentro c’è mia madre e nessuno è ancora entrato. Tra poco arriverà un viavai di persone che mi daranno pacche sulle spalle e mi diranno di non vergognarmi a piangere, ma adesso è ancora tutto silenzioso. Io resto immobile lì davanti. L’infermiera Muller apre la porta di qualche centimetro.

«Signorina Franziska, se vuole può entrare, io la aspetto qui fuori. Un paio di settimane fa sua madre mi diede una lettera indirizzata a lei, chiedendomi di dargliela solo dopo la sua morte.»

L’infermiera mi consegna una busta con il mio nome, scritto con la calligrafia di mia madre. La guardo e continuo a rimanere immobile, poi mi faccio forza e, dopo un segno col capo all’infermiera, entro.

Mia madre è sdraiata, ha il viso più rilassato di quando era viva, sembra felice, o forse è quello che voglio credere.

La guardo, ingenuamente le passo la mano sulla guancia, quasi non mi accorgo che è fredda e rigida. Nelle mie orecchie riecheggiano le sue frasi. La sento chiedermi se ho studiato, se sto tenendo in ordine casa. La guardo, è ancora bella come un tempo. Le hanno messo un vestito che lei amava, se l’era portato per un’occasione speciale. Io pensavo di vederla vestita così varcare il portone principale, con in mano il foglio di dimissioni, non certo in questa stanza.

Istintivamente apro la busta e guardo la lettera. Mentre la leggo mi sembra di sentire la sua voce, mi sembra di sentire la sua mano stretta alla mia.

Specifications

  • Pagine: 226
  • Anno Pubblicazione: 2019
  • Formato: a5
  • Isbn: 9788898423781

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