Il tuo Carrello

Quantità prezzo Totale
0,00
Procedi al Checkout
Il tuo carrello è vuoto
0 Oggetti | 0,00
incl. tasse, escl. commissioni

Visita la pagina dell'editore

Edikit

Francesca Scotti
Figli della Lupa

Figli della Lupa

Brescia, 1931. Daniele Fontana è un bambino di nove anni che ama i boschi, i libri e la Storia sopra ogni altra cosa. Eleonora, la sua gemella, possiede invece il dono del disegno e una profondità sorprendente per la sua giovane età. I due vivono tra la loro residenza cittadina e la casa di campagna delle zie, insieme al padre insegnante, alla madre sarta, ai fratelli maggiori Renato, Flavio e Caterina e alla sorella minore Annamaria.
La vita della famiglia Fontana viene sconvolta però dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Divisi loro malgrado, ma uniti nella scelta di contrastare il nazifascismo, fratelli e sorelle affrontano prove, lutti, fame e dolori, sperimentano il terrore dei bombardamenti, degli arresti e dei rastrellamenti e intrecciano legami di amicizia e di amore che li trasformano e li segnano per sempre.
Figli della Lupa è il romanzo che ripercorre la storia della famiglia Fontana e di tutta una città che ha avuto un ruolo fondamentale nel conflitto più devastante della Storia dell’umanità.

 

Francesca Scotti è nata a Brescia nel 1991. Ha conseguito la laurea in lingua e letteratura inglese e tedesca all’Università Cattolica della sua città. Nel 2012 le è stato riconosciuto il premio internazionale Borgo degli Artisti per il racconto inedito Red Riding Hood and the Wolf. Nel 2016 ha vinto il primo premio per la sezione narrativa inedita del concorso internazionale Lago Gerundo con i racconti Il falco pellegrino, Il taccuino viola e La memoria della cenere. Le opere sono state pubblicate lo stesso anno da Morellini Editore in una silloge dal titolo La memoria della cenere.
Oltre alla letteratura, la sua più grande passione è la Storia.
Figli della Lupa è il suo primo romanzo.

Primo capitolo

Parte prima
La Lupa e la Leonessa
(1931-1943)

1.

Il bosco era la sua seconda pelle. Sentiva il soffice terriccio infiltrarsi sotto le unghie delle mani. I rami frondosi gli cingevano il capo, gli solleticavano la schiena, lo coprivano al modo in cui una colomba copre i suoi piccoli con l’ala. Sdraiato com’era, poteva udire il cuore pulsante della terra. Una musica regolare e calmante, un balsamo per la sua irrequietezza. Sentiva la linfa scorrere nelle vene degli alberi, i frutti maturare nella scorza, le larve liberarsi trasfigurate dai bozzoli. Ed era incantato dal gorgheggio degli uccelli, nascosti nel verde come donne che cantano dietro tende di raso. Un ticchettio frenetico scuoteva il suolo, lo zampettare di un’infinità di insetti, orologi veloci e instancabili.

Era una creatura del bosco. Non sarebbero riusciti a stanarlo.

Un rumore di rami spezzati si sovrappose all’orchestra della selva. Un suono sconnesso e disarmonico quanto quello di uno strappo improvviso in un vestito. Eccolo, stava arrivando. Non si muoveva come lui nei boschi, pensò: era goffo e nervoso. Lo vide tentennare e voltarsi appena nella sua direzione, per poi proseguire lentamente, aprendosi un varco tra i cespugli. Era il momento. Balzò fuori dal proprio nascondiglio con un salto degno di una lepre. Sfrecciò accanto all’amico, che si scostò trasalendo per lo spavento. Lo sentì cadere con un tonfo maldestro. Sorrise. Continuò la sua corsa da cerbiatto zigzagando fra alberi e arbusti e in men che non si dica, raggiunse il quartier generale delle guardie. Eleonora aveva già formato una catena umana con gli altri prigionieri. Bastò sfiorarle una mano per liberarli tutti.

«Abbiamo vinto!» ruggì Daniele estasiato.

«Così non vale, però!» si lagnò Assunta, la guardia che avrebbe dovuto sorvegliare la “prigione”. «Con te non si vince mai.»

«È vero» concordò Enzo, sopraggiunto dietro di lei.

«Solo se stai dalla parte sbagliata» fece loro eco Mario, con un lampo di pura soddisfazione nello sguardo.

«Io propongo di fare un’altra partita, mischiando le squadre» continuò Assunta, sforzandosi di ignorare il giubilo del fratello minore.

«Io propongo di tornare a casa» disse una voce affannata alle loro spalle. Gabriele era ricomparso. Aveva tracce di terriccio sui vestiti, in viso e nei capelli. «I miei si arrabbiano se resto nei boschi quando comincia a far buio» chiarì. Lanciò a Daniele un’occhiata che voleva sembrare un rimprovero, ma che era semplicemente buffa come il suo aspetto. «Daniele» aggiunse poi, «non farlo mai più. Mi hai spaventato a morte.»

Daniele non poté trattenersi dallo scoppiare a ridere.

«Non sto scherzando. Sembravi un animale selvatico.»

Daniele spalancò le braccia in segno di trionfo. «Sono un lupo, il terrore della foresta!» Ululò, subito imitato da Annamaria. Assunta incrociò le braccia e scosse il capo.

«Tieni, belva» gli disse Enzo nel porgergli il fazzoletto. Daniele si legò al braccio destro il segno del vincitore, che era verde come il sottobosco e macchiato di terra.

«Manca più di un’ora al crepuscolo» osservò. «Perché non ce ne stiamo qui un altro po’?»

«Come vuoi, ma io devo tornare a casa.» Gabriele si passò le mani tra i capelli per liberarsi del terriccio. Li arruffò e basta. Daniele rise di nuovo. Il suo amico raccolse una pigna e gliela tirò, mancandolo.

«Possiamo continuare noi cinque» suggerì Assunta.

«Continueremo domani» decise Daniele. Non sarebbe stato lo stesso, senza Gabriele. Niente era mai lo stesso senza il suo amico.

Il gruppo lasciò il bosco. Adagiato sui monti, il sole di inizio settembre bruciava come una fiaccola ardente. L’estate non voleva morire. Si divisero al bivio con la santella, come al solito. Daniele riprese la strada di casa con le sorelle. Si voltò a salutare Gabriele ancora una volta. Gli occhi castani di lui gli sorrisero. Daniele sorrise di rimando e agitò il braccio con il fazzoletto.

Al suo fianco, Eleonora taceva. Ma loro non avevano bisogno di parlare per sentirsi. Tra le onde nere dei capelli di lei galleggiavano piccole foglie e aghi di pino. La gonna e la camicetta erano tutte piene di terra. Era uguale a lui, Eleonora. Era molto più di una sorella, era la sua gemella. Una delle poche persone sulle quali avrebbe sempre potuto contare. Teneva per mano Annamaria, che non la smetteva di cinguettare cose prive di senso. Con gli altri bambini la sorella minore parlava pochissimo, ma con Eleonora si rianimava, sprizzava loquacità. La sua gemella sorrideva accondiscendente e, ogni tanto, toglieva una foglia o un rametto dal vestito della piccola.

Loro madre Antonia li aspettava sull’uscio. Anche se erano distanti, Daniele poteva scorgere il disappunto sul volto di lei. Se ne stava ritta e austera al pari di un giunco sulle rive di uno stagno. Così era solito pensare alla madre, come a una pianta sottile, perennemente in balia dei venti.

«Non provate a girare per casa conciati così» sbottò la donna non appena le furono vicini. Ma poi incontrò gli occhi di Daniele e la sua espressione si ammorbidì. Il tono asciutto con cui aveva parlato si bagnò di tenerezza materna: «Su, andate a darvi una ripulita.»

 

La terra non voleva saperne di staccarsi. Daniele si strofinò le unghie fin quasi a farle sanguinare, ma nulla da fare. Le tracce del bosco non lo lasciavano. Non importava dove sarebbe andato e chi sarebbe diventato, sarebbe sempre rimasto una creatura dei boschi.

«Daniele!»

Dalla sala da pranzo venne quella voce che tanto amava, bassa ma ugualmente nobile e imperiosa. Lui rispose alla sua chiamata con un impeto di affetto, nella sua voce di bambino troppo acuta e verde come l’erba dei prati.

«Vengo subito, papà.»

Il padre sedeva in braccio alla sua vecchia poltrona. Appollaiata sopra un tavolino, la radio farfugliava le notizie del giorno. Il padre girò la manopola e la scatoletta tacque. Si alzò in piedi e lo guardò per qualche istante con i suoi nordici occhi di ghiaccio e di neve. Poi, gli pose una mano su una spalla e gli disse: «Vieni, figlio mio.»

Fuori, il giardino stava tramontando insieme al sole. Ogni anno, per Daniele, il commiato dell’estate era difficile quanto un addio. Le siepi d’alloro dormivano già, l’altalena sognava appesa a un ramo del frassino. Anche le arnie erano silenziose. Ma le api industriose, sapeva Daniele, non riposavano. In questo erano simili a lui. Pure lui non voleva mai andare a letto. Il tempo del sonno gli sembrava un’eccentrica interruzione della vita. C’erano troppe cose che voleva fare, leggere e imparare e le giornate non erano mai abbastanza lunghe.

La gamba zoppa del padre si trascinava più faticosamente del solito. L’uomo mosse qualche passo verso le arnie, le mani intrecciate dietro la schiena, gli occhi vigili ed eternamente giovani rivolti al cielo in cerca delle prime stelle.

«L’ultimo re di Roma?» gli chiese scrutando l’orizzonte.

«Tarquinio il Superbo» rispose prontamente Daniele.

«E l’imperatore che credeva di essere Ercole?»

«Lo so, un attimo… Commodo, era Commodo!»

Il padre si volse a guardarlo. Annuì in silenzio, prima di increspare le labbra in un sorriso furbesco. I suoi occhi scintillarono come schegge di ghiaccio.

«Molto bene. E quand’è che Giulio Cesare è divenuto imperatore?»

Daniele esitò, sconcertato di non conoscere la risposta.

«Questo non c’era nei miei libri.»

«Lascia che ti dica una cosa, Daniele» soggiunse il padre. «Certe verità non si studiano sui libri. La vita è un mestiere che si apprende giorno per giorno nel sudore del sacrifico, nella fame e nell’incertezza. Se vuoi imparare a vivere, devi appassionarti al mondo che ti circonda come ti lasci appassionare dai libri. Lo so, non ti parlo spesso così. Ti chiederai che stranezze va dicendo tuo padre. Ma non sei più un bambino, ormai. Io non lo ero, alla tua età.»

Un’ombra velò gli occhi del padre e lui abbassò lo sguardo. Quando lo rialzò, il suo sorriso da volpe era tornato.

«A ogni modo, Giulio Cesare non è mai stato imperatore di Roma. Scommetto che, se avessi chiesto alle api nelle arnie, l’avrebbero saputo.»

Diede un buffetto al figlio e gli scompigliò i capelli con una manata energica che voleva essere una carezza. Daniele si finse offeso per essere cascato nel tranello, ma finì, suo malgrado, col sorridere del proprio errore. Gli sovvenne Gabriele che cadeva in mezzo ai cespugli sorpreso dal suo agguato nel bosco e soffocò a stento una risata. Lui e il padre passeggiarono vicini mentre la notte sgattaiolava nel prato inosservata. Daniele amava ritrovarsi da solo con lui e amava quando gli si rivolgeva come a un uomo. Avrebbe passeggiato al suo fianco nel giardino notturno fino al mattino, ma papà era stanco, lo sentiva, e la sua gamba malandata arrancava.

«Papà, com’era la guerra?» domandò.

Il padre si fermò. Nel buio incipiente, Daniele vide chiaramente i suoi bei lineamenti contrarsi. Non era la prima volta che gli faceva quella domanda. Voleva sapere, voleva capire. La sua sete di conoscenza lo spingeva a chiedere, a bussare a porte chiuse a chiave, a esplorare luoghi inaccessibili.

«Non adesso, Daniele. Fra qualche anno.»

Rispondeva sempre così alle sue domande sulla guerra.

«Ma hai detto che non sono più un bambino. L’hai detto poco fa.»

«Ci sono cose che non si dovrebbe conoscere mai, né da bambini, né da vecchi.»

La tristezza nella voce del padre lo portò a desistere.

Aggiunse soltanto: «È terribile, vero, la guerra?»

Il padre lo trapassò coi suoi occhi d’argento liquido.

«Non ha importanza, perché tu non la vivrai.»

«Eppure…» Daniele sentì che il suo cuore aveva accelerato i battiti. Le parole gli ribollivano dentro e lui non poté arrestarle. «Eppure, se in futuro dovesse esserci una guerra nel nostro Paese, io mi offrirei volontario. Per la nostra Italia, io lo farei. E sono sicuro che anche Flavio e Renato farebbero lo stesso.»

L’Italia, il Duce, la mamma; la patria, il Salvatore e la famiglia. Questi erano i pilastri da salvaguardare a costo della vita.

Il padre assentì mestamente con un cenno del capo.

«Non dubito che lo faresti, figlio mio. Non ne dubito.» Ripresero a camminare. «Ma prega, come prego io, che non ce ne sia mai bisogno.»

Rimasero in silenzio per diversi minuti. Sorse la luna, una falce lattea. Assomiglia a un sorriso, pensò Daniele. Sì, era un beffardo sorriso siderale. Che gli astri ridessero delle preghiere degli uomini?

«Il tempo sta cambiando» disse il padre. A Daniele non sfuggì la smorfia di dolore che lui tentò di reprimere. La gamba gli faceva male, capì. Sarebbe caduta presto la pioggia: le cicatrici di Carlo Fontana non sbagliavano.

«Torniamo dentro, papà.»

Daniele si girò ad affrontare la luna un’ultima volta. Sorrideva sempre, un ghigno tatuato sui palmi della notte. Lui ricambiò il sorriso. E le mostrò il braccio attorno al quale era stretto il fazzoletto della vittoria.

 

«Ecco fatto. Ora sono in ordine.»

Caterina ripose la spazzola e la guardò attraverso l’ovale dello specchio. Rapita, Eleonora colse il contrasto cromatico delle loro immagini riflesse. I suoi capelli, scuri come la notte oltre le finestre, le ricadevano sulla vestaglia bianca, inchiostro su carta vergine, rendendo la sua pelle ancora più diafana. Dietro di lei, la sorella maggiore si ergeva bionda e radiosa in una veste da camera grigio fumo. Il grigio era di gran lunga il colore che più le si addiceva; su di lei, quella tinta cerebrale e malinconica fiammeggiava quanto il vermiglio e le accendeva i chiari occhi invernali. La cornice lignea dello specchio conferiva alla visione la bellezza morbida e calda di una tavola a olio. Caterina si voltò e l’incanto fu spezzato.

«Vieni, Annamaria. Tocca a te» disse.

La minore delle sorelle Fontana si staccò a malincuore dalle sue bambole. «Me li pettina Eleonora» dichiarò.

Faceva così dal giorno in cui era venuta al mondo, Annamaria. Voleva soltanto lei. Ancora in fasce, si calmava unicamente al suono della sua voce. La prima volta che l’aveva presa tra le braccia, ricordò, lei aveva un anno e la sorellina tre mesi. «Per l’amor del cielo, Eleonora, mettila giù! La farai cadere» l’aveva subito implorata la madre. Lei non l’aveva lasciata. Non avrebbe mai potuto farla cadere, anche Annamaria lo sapeva. Da sempre.

Lei e Caterina erano l’ebano e l’oro. La chioma di Annamaria, invece, era di un raro castano, di un bruno profondo e avvolgente. Eleonora vi immerse il pettine e, con un po’ di pazienza, domò un intrico selvaggio di nodi, finché la schiena della sorella non fu di nuovo accarezzata da un vello di seta liscissima.

Spensero le lampade per andare a dormire, tutte tranne quella di Annamaria. Senza luce, non riusciva ad addormentarsi. Come ogni sera, Eleonora le si sdraiò accanto e la prese per mano.

«Non voglio dormire» esordì piano Annamaria. «Non voglio rifare l’incubo della notte scorsa.»

«C’erano le api?» le chiese Eleonora.

«Sì, io non le infastidivo, non le guardavo neppure. Ma loro mi hanno attaccato lo stesso.»

«Le api dei sogni non pungono, Annamaria. Niente di quello che c’è nei sogni potrà mai farti del male.»

«Ma sembrava vero.»

«Sì, lo so. Ma poi arriva il mattino e tutto finisce. Ricordati questo: il mattino ritorna sempre.»

Funzionò. Annamaria le sorrise e chiuse gli occhi, abbandonandosi al fresco contatto con le lenzuola. Quando fu certa che dormisse, Eleonora le lasciò la mano, le rimboccò le coperte, spense la lampada ed entrò nel suo letto, quello contro la parete. Ma non prese sonno. Non poteva stare senza i colori, ne sentiva già la mancanza. Voleva rivedere i verdi vellutati e i rossi accesi, le stoffe variopinte e le venature del legno. Voleva ritrovare i temerari giochi della luce sui volti umani e inseguire di nuovo le ombre, tenui presenze. I colori si mescolavano nella sua testa e lei li divorava con gli occhi della mente, si nutriva di essi. Scivolò fuori dalle coperte agile e silenziosa come un gatto. Con passi felpati raggiunse la porta e la aprì pianissimo. Il buio del corridoio la inghiottì. Avanzò sicura, affidandosi alla memoria. Rischiò comunque di andare a sbattere contro un cassettone. Ricominciò a muoversi con maggiore cautela. Più che abituarsi all’oscurità, però, i suoi occhi parvero offuscarsi. Poi, sentì lui. Seppe che era lì pur senza vederlo.

«Elli» le sussurrò, «non dormi neanche tu?»

«No, non ho sonno.»

Trovò la mano che lui le porgeva. Attraversarono le tenebre insieme. Con il gemello, non avrebbe temuto nemmeno di camminare in un bosco di notte. Si lasciò guidare da lui fino al piano di sotto. Come entrambi avevano immaginato, nel salotto brillava un lume. Tatiana cuciva seduta su una sedia.

«Ma guarda… vi stavo proprio aspettando.»

La zia scosse bonariamente il capo e, con aria fintamente rassegnata, mise da parte il suo lavoro. I gemelli si sedettero sul tappeto a gambe incrociate. Penelope, il cucciolo dal pelo grigio e dalle zampe bianche, venne ad accucciarsi fra loro ed Eleonora la grattò dietro le orecchie a punta. Penelope la guardò con riconoscenti occhi d’ambra selvatica. Non è un cane, pensò la bambina. È un lupo.

«Sentiamo, allora. Che storia volete ascoltare?» domandò Tatiana.

«Quella di Giuditta!» esclamò Daniele.

«Ve l’ho letta l’altra sera. Non ne vorreste un’altra?»

«Per favore, zia Tati, leggicela di nuovo» la pregò Eleonora, concorde con il fratello.

Tatiana si alzò, per ritornare poco dopo con la grande Bibbia illustrata tra le mani.

Nel bosco oltre la casa delle zie c’era una quercia vecchissima. Sorgeva in una radura, al termine di un sentiero poco praticato e inondato di cespugli che soltanto Elli, Daniele e Gabriele conoscevano. Era forte, immensa e indescrivibilmente bella. Così Eleonora era solita pensare a zia Tatiana, come a una quercia, la custode di una saggezza antica quanto il mondo.

Tatiana lesse e le immagini assalirono la bambina. Vedeva chiaramente Giuditta, la vedova devota, avvolta nel nero della veste a lutto e dei capelli fluenti. Vedeva i falò giallo-arancio dell’accampamento di Oloferne, baluginanti fari notturni che sfavillavano più dei gioielli dell’eroina. Nella tenda del comandante, il vino sanguigno zampillava purpureo dalle brocche panciute alle esili coppe. E una spada scintillava accecante in un angolo, rigida e fredda in mezzo ai drappi dorati, affilata di presagi. Eleonora rammentava tutte le illustrazioni di quel volume. Le aveva assorbite come la tela assorbe i colori dell’artista. Le gustò affamata. Di fianco a lei, in maniera simile, il suo gemello si cibava delle parole del racconto, frumento sulle labbra della lettrice. Ma tutte le storie hanno una fine e, fin troppo presto, arrivò il momento in cui Tatiana richiuse il libro.

«Forza, a dormire. E non provate a obiettare che non siete stanchi.»

Non era possibile disobbedire alla zia e perciò i bambini, che avrebbero voluto ubriacarsi di racconti sino all’alba, si prepararono a tornare di sopra.

«Aspetta, Daniele» aggiunse la zia indicando il fazzoletto al braccio del nipote. «Cos’è quello?»

«Il mio trofeo di oggi.»

«Vogliamo dargli una ripulita, a questo trofeo, giovanotto?»

Daniele lo slegò piano e lo porse alla zia come se le stesse consegnando un biglietto pieno di confidenze. «Solo perché sei tu, zia Tati.»

«Ti ringrazio molto, caro.»

Tatiana prese il fazzoletto macchiato di bosco per un lembo e i suoi occhi risero. Occhi come laghi adagiati nella nebbia, gli occhi di loro padre e dei Fontana. La zia ripose la Bibbia illustrata sul ciglio del sofà e il suo lavoro all’uncinetto scivolò sul legno del pavimento. Eleonora lo raccolse e vide che era una cuffietta per neonati, una nube lattea addobbata di nastri rosa.

«La mamma sta decorando le bavaglie con il giallo» osservò Elli. «Come fai a sapere che sarà una bambina, zia?»

«Non lo so, piccola mia» rispose Tatiana con un’espressione dolce da ragazza. «Ma lo spero. E, a volte, quando osiamo sperare, veniamo esauditi.»

Specifications

  • Pagine: 632
  • Anno Pubblicazione: 2018
  • Formato: a5
  • Isbn: 9788898423590

Italia Book Festival è un progetto Edizioni del Loggione S.r.l. - Tutti i diritti riservati