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Alessia Palumbo
I due Regni

I due Regni
La Città Intera

In un regno devastato dai conflitti fra maghi e guerrieri, la Città Intera è sorta, baluardo nella lotta contro chiunque possieda sangue magico. In questo scenario si muove Farwel, decisa a riportare pace ed equilibrio in un luogo dove imperversa solo timore e morte. In un fantasy, certamente non canonico, si muove la sfera umana dell’interiorità e di ogni sfumatura, non trovando il malvagio o il corrotto in un mostro da debellare o in una antica maledizione che pende sul capo indistinto della razza umana, ma dentro quegli stessi personaggi che creano e distruggono. Parallelamente alla vicenda, altri filoni narrativi si intrecciano, mostrando eventi del passato privi del dolore della Città Intera, ma carichi già di un nefasto presagio.

La Città Intera è il primo capitolo della saga I Due Regni. Gli altri due volumi li trovate sul sito della casa editrice www.ektglobe.com.

 

Alessia Palumbo nasce nel 1994, ama leggere e scrivere, giocare ai videogame, leggere fumetti, e più di tutto ama il suo gatto.
Ha iniziato a scrivere quando aveva 8 anni fantasticando sulle sfortune che potevano accadere a chi le era antipatico, e di come quei bambini fossero stati recapitati ai genitori non dalle cicogne, bensì dalle befane.
Adesso, 15 anni dopo, è una persona più o meno seria e passa la maggior parte della propria giornata a lavorare alla propria quadrilogia fantasy. Nel tempo libero cerca di laurearsi in Lettere.

Primo capitolo

Capitolo I

 

Il fuoco ardeva piano davanti ai miei occhi. Le tenui fiammelle rossastre rosicavano lentamente i pochi rametti di legno umido che avevamo trovato in quella foresta maledetta. Mi concessi un istante per fissare quel bagliore morente, sperando che mi potesse concedere un po’ di conforto dall’oscurità di quella notte.

«Così cerchi il tuo Maestro.»

Alzai gli occhi. Davanti a me sedeva il vecchio che mi stava accompagnando fra quei sentieri dimenticati. Con mani dure e callose stringeva un vecchio bastone di legno e un coltellino, e scrostava gli ultimi frammenti di corteccia con movimenti veloci e decisi. Teneva i lunghi capelli bianchi legati in una coda molle e i pochi che sfuggivano dal laccetto di cuoio gli circondavano il volto tumefatto dai segni dell’età. Se non si fosse concentrato abbastanza nell’impiego che stava compiendo, quella vecchiaia gli avrebbe fatto tremare le mani. La pelle era cadente sulle guance, e nei suoi occhi non risplendeva più un barlume di giovinezza ma una luce opaca e morente, sintomo della sua imminente fine. Non avevo voglia di conversare, non avevo voglia di sollevare argomenti che mi avrebbero indotta a pensare ancora. Volevo abbandonarmi, per quella notte, nel dolce oblio della dimenticanza. Mi resi conto che mi stava ancora fissando, in attesa della sua risposta.

«Sei pagato per condurmi attraverso questa selva, non per diventare il mio confidente personale.»

Cominciò a ridere a singhiozzo, penetrando il silenzio. Allora, forse stanco del minuzioso lavoro che stava portando avanti, intascò il coltellino nel suo piccolo fodero e tornò a fissarmi con sguardo divertito.

«Oh, guarda come questo mondo ha ridotto la povera Farwel!» esclamò beffardo. «Guarda come quei pazzi hanno ridotto l’Incantatrice dal cuore grande!»

La rabbia mi travolse all’improvviso. Quel suo sorriso sardonico e quell’espressione da vecchio saccente mi fecero ribollire il sangue dentro le vene. Quanto sveltamente gli uomini erano pronti a dare giudizi!

Il fuocherello si trasformò nella più viva fiamma. Lingue rosse e gialle si alzarono e tremarono nella fredda e cupa oscurità della notte, lambendomi corpo e vesti, trasmettendomi una sensazione di forza. Quello era il fuoco che avrebbe ridotto il mondo in cenere, tranne la madre che l’aveva evocato.

Il vecchio smise di ridere e il suo sguardo, da divertito, divenne severo. Il fuoco si spense un istante dopo. Era da molto che non attingevo a quell’energia e sentirne il flusso che mi carezzava ancora la pelle fu una piacevole sensazione alla quale avrei voluto abbandonarmi ancora.

«Se ci farai scoprire, non esiterò a lasciarti indietro.»

Lo fissai piena di livore ancora per qualche istante. Mi guardava con quell’aria da vecchio saggio, come se nella sua vita avesse avuto la possibilità di conoscere il mondo e tutte le sue infinite sfaccettature. Ai suoi occhi non sembravo altro che un’alunna negligente da riprendere.

Ma non sapeva abbastanza di me da potermi giudicare. Tutto ciò che si conosceva dell’Incantatrice Farwel erano le chiacchiere da taverna, le storie che ci si raccontava per riuscire ad andare avanti e che, in qualche modo, diventavano leggenda. Ma ciò che nessuno sapeva era il numero di persone che avevo dovuto abbandonare, le asperità che avevo dovuto superare e quanti amici avessi dovuto veder morire. Odiavo quando quel vecchio mi guardava in quel modo; avrei voluto che ci fosse stata un’altra guida disposta ad accompagnarmi. Avrei voluto che la magia non fosse più bandita in quelle terre maledette. Eppure lui era l’unico che conoscesse abbastanza bene quell’ammasso di alberi quanto bastasse per non essere scoperti, un vecchio macilento incapace persino di camminare per un paio di ore senza assillarmi con una terribile tosse. Nessun altro aveva avuto il coraggio di accompagnare una maga; quella maga.

«Non hai il diritto di giudicarmi» gli feci.

Forse stanco di ribattere, o forse stanco da tutto il resto, mi diede le spalle e si accasciò in una piccola conca di terra morbida fra le due radici di un grande albero. Poco dopo cominciò a russare.

Il giorno successivo mi sarei liberata di lui, una volta giunta all’entrata della dimora del mio vecchio Maestro. Non l’avrei mai più rivisto. Da lì in poi sarebbe stato Duncan a mostrarmi la via per uscire.

Mi sdraiai anche io sul terriccio umido e guardai il cielo, nel tentativo di rimirare le poche stelle che si potevano scorgere fra gli alberi.

Tra una fronda e l’altra, piccoli fazzoletti di notte densa emergevano.

Sentivo lo scorrere della vita sotto il mio corpo, fra le pieghe della terra, e la sentivo negli alberi, nelle loro foglie, la percepivo ancora nelle braci quasi spente del fuoco che avevo di fianco a me, e sapevo che presto quelle sensazioni mi avrebbero abbandonata, forse per sempre. Mi chiesi ancora se stessi facendo la cosa giusta. Mille volte mi ero fatta quella domanda, ma sentivo sempre che non era mai stato sufficiente. Avevo passato le scorse stagioni a cercare una soluzione diversa da quella che ora mi apprestavo a compiere, qualsiasi cosa che mi impedisse di perdere il contatto con tutto ciò che mi circondava; ma dopo aver fallito in ogni mio tentativo precedente, sapevo che mi restava da compiere solo quel passo finale.

Mi addormentai fra i miei pensieri e quelli tornarono a tormentarmi anche fra le pieghe dei miei incubi.

Correvo. Era uno dei pochi particolari che ricordavo una volta sveglia. In tutti i miei sogni percorrevo lande inabitate, pervase da un sovrannaturale silenzio e da un’aria immota, che solo i miei passi facevano risuonare. Erano l’unico suono che si poteva udire, lì, insieme al mio respiro affannoso.

Cercavo di non voltarmi mai indietro, cercavo di accelerare ancora l’andatura in modo da seminare l’entità che mi stava inseguendo. Ma tutte le volte, appena giunta a una radura di terra sterile e brulla, le gambe si arrestavano, la curiosità mi vinceva, fino a quando non cedevo alla tentazione di voltarmi, per riuscire a scorgere quel volto che non avevo dimenticato.

Giunta a quel punto, mi destavo sempre.

 

Quando aprii gli occhi, vidi che era già l’alba. A fatica mi issai in piedi, strizzando le palpebre e guardandomi intorno. Finalmente l’ultimo giorno di quel cammino nella foresta densa e oscura. Il vecchio era già in piedi, stava raccogliendo il suo bastone ed eliminando tutti gli indizi che avrebbero suggerito la presenza di un bivacco. Terminò di radunare le sue cose e se le assicurò alla borsa.

«Forza, Incantatrice, entro l’ora di pranzo ti sarai già liberata di questo vecchio» esclamò.

«E tu entro poco tempo avrai i tuoi soldi.»

Sentendo la schiena che scricchiolava per l’ennesima notte trascorsa fra arbusti e radici, mi avvicinai a un piccolo torrente per sciacquarmi il viso. I miei capelli castani oscuravano il volto pallido e stanco, e sotto gli occhi ormai di un verde spento vedevo le occhiaie della fatica e dello studio. Il tempo mi sfuggiva di mano. Quasi dieci anni erano già trascorsi dall'inizio della mia battaglia, e li avevo persi come l’acqua che in quel momento mi sfuggiva dalle dita.

Terminai di prepararmi e afferrai le mie poche cose. Con me avevo ormai solamente una vecchia borsa di cuoio, logora e consumata dal tempo, e niente mi era più caro di essa. Non tanto per i ricordi e per tutti i viaggi in cui me l’ero portata dietro, ma per il suo contenuto. La mia mano tremava mentre combattevo la dolce tentazione di aprirla; e ne fui vinta All’interno della sacca, piegato con cura, stava un panno di un lucente tessuto bianco, ricamato con fili dorati. Ma ormai era proibito per un mago indossare un vestito come quello, effige del grado più alto. Così come era vietata la mia stessa esistenza. Da quando mura oscure erano comparse su quel regno, da quando un branco di pazzi aveva afferrato le redini del governo. E a detta di quelli, essere un mago non era altro che un orribile morbo curabile esclusivamente col sonno eterno.

Richiusi la borsa e cominciai a camminare. Alle mie spalle, nonostante i tentativi del vecchio di coprire le tracce del bivacco, io potevo ancora percepire le braci che avevo impregnato della mia magia la notte precedente, e che ancora adesso mandavano bagliori rossastri.

Seguivo la guida fra gli alberi. Solo qualche ora, poi non l’avrei più vista. Dieci giorni insieme, al secondo avevo scordato il suo nome, non gliel’avevo più richiesto.

«Allora non vuoi che ti aspetti fuori dalla casa di quel vecchio pazzo?»

«No» risposi in fretta. Ignorai il modo in cui aveva chiamato il mio Maestro. D’altronde, cosa poteva comprenderne lui di argomenti che erano ben oltre la sua conoscenza? Anche se avessi provato a spiegargli per quale motivo uno dei più potenti maghi che avessi mai conosciuto si fosse dovuto rinchiudere in un esilio forzato, lui non sarebbe riuscito a capire. «Ci penserà il Maestro Duncan a teletrasportarmi fuori da qui.»

Il vecchio sbuffò di nuovo col suo tono ironico.

«Allora avrebbe potuto portarti qui anche all’andata.»

Mi arrestai, pensando all’Incantatore; il mio sospiro rifletteva i sentimenti contrastanti che nutrivo nei confronti di quell’eremita.

«Ormai l’Incantatore vive fuori dal mondo, rinchiuso nella sua barriera magica. Non percepisce nulla dal mondo esterno; non saprà neppure che sono qui.»

«E pensi che ti aiuterà?»

«Mi deve aiutare. Non può restare impassibile persino al mio appello.»

Ero sempre stata la sua allieva prediletta e sapevo che aveva sempre nutrito nei miei confronti il tenero affetto che un padre nutrirebbe per una figlia. L’avevo reso orgoglioso di me, gli avevo dato motivo di vanto di fronte a molti altri Incantatori, ma dopo quello che avevo fatto, non sapevo che cosa ora potesse pensare di me.

Non rivolsi più la parola al vecchio dopo quel breve discorso e lui stesso non tentò di avviarne altri. Ogni tanto il silenzio veniva spezzato dai suoi vigorosi colpi di tosse, com’era successo parecchie volte in quei giorni. I suoi attacchi cominciavano solo dopo che stavamo camminando da un paio d’ore, si interrompevano non appena ci fermavamo per i pasti e per la notte. Ormai ci avevo fatto l’abitudine. Avrei potuto curarlo con la mia magia, eppure non l’avevo fatto. Continuavo a dirmi che era solo per la paura di essere scoperta, per la consapevolezza che anche lì fra i cespugli c’erano occhi e orecchie pronti a riferire la mia posizione, ma nel fondo delle viscere, sentivo che non era tutta la verità. Era quello stesso sciocco e caparbio orgoglio che mi aveva portato a commettere gli errori di cui più mi pentivo.

Ci arrestammo poco prima dell’ora di pranzo. Lui si guardava intorno confuso, muovendo nervoso la testa verso la parete di roccia e infine, estraendo una carta logora, cominciò a leggerla tenendola a un palmo dagli occhi.

«Non ho sbagliato strada» esclamò. «Il tuo Maestro deve aver lasciato quel buco puzzolente da molto tempo.»

Io però non vedevo una grotta. Sotto una potente barriera di magia pura dal colore violaceo, stava una costruzione di marmo grigio che sembrava essere stata eretta con tecniche magiche mirabili, ora perdute. Dalla struttura centrale si ergevano due alte colonne che superavano le fronde degli alberi, alte e acuminate, le loro punte sembravano tendere al cielo. Finestre azzurre costellavano la costruzione, e rilucevano di sfumature cangianti sotto la luce del sole.

«Mi hai portato nel posto richiesto» dissi con la voce che si spezzava dalla meraviglia.

Lui scosse la testa, borbottando, ma non aggiunse altro. Mi diede una pacca sulla spalla come in un amichevole gesto di separazione. Allora io aprii la mia borsa di cuoio ed estrassi un sacchetto più piccolo dello stesso materiale. Mentre lo sollevavo, si sentiva limpido il tintinnare delle monete al suo interno. Quel denaro era tutto ciò che mi rimaneva; il compenso pattuito al nostro primo incontro. Non mi ero chiesta se dopo il nostro saluto, avrei avuto bisogno di altro oro; sapevo solo che avrei trovato un modo per arrangiarmi, come avevo fatto per gli ultimi nove anni della mia vita.

Proprio mentre stavo per lanciargli il sacchetto di cuoio, lui trasse indietro la mano con un movimento secco.

«Non voglio più i tuoi soldi» esclamò con un colpo di tosse. Sgranai gli occhi, guardandolo un po’ sorpresa.

«Ah, è così?» Ribattei. «Dopo dieci lunghi giorni, trascorsi ad assillarmi sui pericoli che stavi correndo ad accompagnare una maga all’interno di questa foresta, ora non vuoi più le monete?»

«Ho cambiato idea; voglio un’altra cosa in cambio.»

Non fiatai. Prima che potesse continuare la sua frase, nella mia mente decine di ipotesi si stavano già formando. Oggetti di valore che credeva fossero in mio possesso? Futuri servigi magici a crisi finita? Improvvisamente, come un lampo, lessi la soluzione nei suoi occhi.

«Sai, ho una figlia che sta per partorire, fuori da questi alberi maledetti…»

Si perse un attimo a fissare le fronde sopra la sua testa.

«Si è sposata meno di un anno fa con un bravo ragazzo, un contadino rispettabile e di buona famiglia, con una piccola rendita e anche un paio…»

«Cos’è che vuoi?» continuai freddamente. Il modo brusco in cui gli risposi lo irrigidì di colpo. A pochi passi stava la dimora di Duncan, non avevo tempo da perdere. Aveva avuto dieci giorni per confessarmi le sue vicissitudini familiari, ormai il viaggio era finito. Sgranò gli occhi, balbettando nell’incertezza nel tentativo di recuperare le parole che aveva perduto. Mi pentii subito di averlo apostrofato in quel modo.

«Se avessi ancora il vigore di vent’anni fa, potrei arrivare in tempo per vedere il mio ottavo nipote nascere.»

«Allora non avresti dovuto accettare l’incarico. E io non posso aiutarti, non conosco incantesimi di teletrasporto, è un’arte che non ho mai avuto occasione di studiare.»

Abbassò lo sguardo, ma nei suoi occhi potevo ancora scorgere tutta l’amarezza di un padre mancato.

«Quando ho accettato, credevo che il denaro avrebbe potuto farmi perdonare per non essere stato mai presente come padre, ma ora ho capito che alla mia figliola farebbe più piacere avermi al suo fianco, che possedere qualche moneta d’oro in più.» Scosse ancora il capo, mentre i suoi occhi diventavano lucidi per le lacrime.

Improvvisamente fui invasa da tutta la forza del suo dolore, della sua tristezza, dei suoi sensi di colpa. Finché non provai anch’io quei sentimenti.

«È vero, è la tua magia quella che cerco. Ma non chiedo di essere vaporizzato da essa e riapparire chissà dove. Ma la tua abilità di guaritrice è nota in tutto il Delor, Incantatrice. E ormai non rimane quasi nessuno disposto a mettere a disposizione le proprie conoscenze.»

La sua voce era adesso una supplica, il tono rotto e spezzato. La pesante scorza di durezza che si era voluto dipingere addosso in quei giorni era di colpo crollata.

Ora vedevo soltanto un genitore che temeva di non vedere mai più i suoi cari. Mi colpì quel cambiamento improvviso. Abbozzai un lieve sorriso. V’era ancora dell’umanità nascosta nel mio animo; quegli anni non erano riusciti a cancellarla. E io forse non stavo lottando per salvare tutto il popolo dal malvagio gioco della Città Intera? Quel vecchio sarebbe stato il primo. Mi avrebbe aiutato a portare il mio messaggio, perché lui non avrebbe mai visto un’ultima volta la sua figliola se non fosse stato per l’arte di un mago.

Mi avvicinai a lui, la mia mano si adagiò sul petto, sopra il suo cuore. Ne percepivo i battiti pesanti e stanchi come se fossero miei, come se le sue malattie fossero per quell’istante anche le mie. Chiusi gli occhi e mi concentrai. Era passato così tanto tempo, forse stagioni intere, da quando avevo praticato un incantesimo di guarigione. Ma quei gesti e quei flussi di magia erano così naturali nel mio animo e nel mio corpo da non poter essere semplicemente dimenticati come una nozione qualsiasi. Riuscivo a percepire un sottile fumo verde chiaro che, direttamente dalla fonte della mia energia magica, si dissipava nell’aria intorno alla mia mano, per poi filtrare all’interno della pelle dell’uomo. In quella dimensione, il suo cuore malato mi appariva come un’entità immensa, potente, ma lacerata. Non fu difficile convogliare la mia energia per arginare quelle crepe, e mi lasciai trasportare dall’abitudine.

Quando l’incantesimo fu terminato, pochi istanti dopo, riaprii gli occhi.

L’espressione di meraviglia che gli tagliava il volto era indescrivibile. Si guardò le mani, che fino a poche ore prima erano state macchiate dalla vecchiaia, callose e tremanti; si toccò le guance non più cadenti; si sfiorò le palpebre che non custodivano più occhi spenti, e infine si appoggiò le dita sul petto. Sapevo che riusciva a percepire che dentro di lui ogni malattia era dimenticata.

«Grazie» balbettò. «Grazie di cuore.»

Le sue gambe diventarono molli come se volesse cascare al suolo e inginocchiarsi, ma cercò di rimanere composto.

«Grazie» ribadì ancora.

«Avresti dovuto chiedermelo prima, almeno non mi sarei dovuta sopportare la tua terribile tosse.»

Sorrisi, e sorrise anche lui. Feci scivolare nelle sue mani il sacchetto di monete. Se lo vide cadere nei palmi senza protestare, forse ancora troppo scioccato da quell’improvviso cambiamento.

«Ora vattene, e non farti più vedere.»

Non ebbe un solo attimo di esitazione. Afferrò con decisione la sacca che aveva lasciato cadere a terra un attimo prima. Si caricò lo zaino in spalla, ne assicurò le fibbie. Nel frattempo mi guardava negli occhi con quello sguardo quasi di devozione e di infinita ammirazione. Ero appena divenuta il ponte per i suoi cari.

«Te ne saremo tutti grati in eterno» rispose. «Spero che tu possa farcela. Dal mio angolo di campagna, dal mio aratro e dal mio orto, confiderò sempre nella tua causa.»

Anche il modo in cui aveva parlato era diverso rispetto anche solo a un paio di ore prima. Possedeva adesso quella pacatezza che era sempre stata estranea al suo parlare. Mi diede le spalle, lo fissai allontanarsi per qualche istante. Ora i suoi passi erano sicuri, certi nell’intricata rete di quelle spesse radici. Il bastone che aveva intagliato con tanto zelo la sera precedente era rimasto lì, dimenticato.

 

Voltai lo sguardo e mi avvicinai alla barriera. Poggiai la mano sullo scudo viola cangiante che proteggeva la dimora del Maestro. La potenza della magia mi colpì come una leggera scossa. Avevo visto tante barriere simili a quella, negli ultimi anni, ma quella dell’Incantatore Duncan era stata tessuta con una tale perizia che persino per me era stato complicato trovarla. Tuttavia, nonostante sapessi che solo un mago fosse in grado di vederla, non sarebbe potuta rimanere celata per sempre. Era quella una delle tantissime zone del Delor ormai strettamente controllata dai cani della Città Intera, che con le loro folli invenzioni avevano trovato il modo di rintracciare fonti magiche e sarebbe stata solo questione di tempo prima che anche quel rifugio venisse svelato e distrutto. Era stata costruita con l’intento di mascherare la magia di chi vi dimorava al suo interno, ma solo fino a quando l’Incantatore che l’aveva eretta fosse rimasto in vita. Affondai le dita all’interno del muro, continuando a sentire quel lieve pizzicore che mi prendeva le dita.

Chiusi gli occhi, e mi concentrai.

Maestro.

La mia voce era un sussurro nella mia mente, una vibrazione che si emanò per tutta la barriera, con la mera speranza che potesse essere anche udita dalle orecchie dell’eremita che dimorava in quella casa celata agli occhi del mondo.

Maestro. Sono Farwel. Vi prego, fatemi entrare nella vostra barriera. Ho percorso un viaggio molto lungo e periglioso nella speranza di potervi parlare.

Il tempo di un respiro e percepii la sua risposta.

Entra, mia cara alunna. Non potrei mai negarti l’accesso.

Quella voce gentile mi diede un conforto che da tempo avevo dimenticato. Lui era lì, pronto ad accogliermi, ad ascoltare le mie parole e i miei dubbi come da tantissimi anni non succedeva. Ma sarebbe stato pronto a ricevere le mie notizie? E io ad ascoltare le sue parole?

Aprii gli occhi, come nel tentativo di distruggere tutti i dubbi che avevano cominciato a insinuarsi nelle mie decisioni e convinzioni. La barriera si era leggermente aperta per permettermi di attraversarla, liberando qualche sbuffo di tenue magia. Varcai lo squarcio, che presto si richiuse alle mie spalle. Mi trovai in un piccolo prato di erba fresca e curata, davanti a me la stessa costruzione che avevo scorto attraverso la barriera. Ma quando mi voltai, non vidi più traccia della foresta, ma prati sconfinati posti in chissà quale angolo dell’universo. Oltre l’arcata di pietra bianca, intravedevo un porticato che dava su un altro giardino, e lì mi parve di percepire la magia di Duncan.

Abbandonai sull’erba le mie cose, il finto pugnale, la sacca di cuoio e tutto l’equipaggiamento di una comune viaggiatrice. Non volevo presentarmi davanti al mio Maestro senza la mia toga da mago.

Aprii la sacca ed estrassi la mia veste candida. Assaporai l’odore magico che emanava e rivissi in un istante tutte le peripezie che avevo compiuto indossandola.

Non volendo sprecare altro tempo prezioso, la misi sopra la rozza camicia di tessuto sterile e ruvido e i pantaloni di iuta. Ne accarezzai la morbidezza dimenticata. Tessuto magico, ne percepivo la presenza, il flusso, quella vita propria che emanava e che si fondeva alla mia. Gustavo adesso quelle sensazioni che avevo sempre dato per scontate ed eterne, e che invece presto avrei perduto.

Rimaneva solo il bastone, rimpicciolito dalla mia magia. Ora non era che un mero bastoncino di ferro lungo quanto la mia mano, adagiato sul fondo della borsa e avvolto in un morbido panno verde scuro. Mi bastò stringerlo fra le dita, e cominciò immediatamente la sua trasformazione.

E infine riapparve, dopo essersi allungata fino a raggiungere quasi la mia altezza, la mia arma da mago. Ne divorai con gli occhi le fattezze mai completamente scordate. Il ferro nero luccicava sotto quel sole finto e illusorio. Ne ammirai l’intarsiatura superiore, un drago che si snodava sul metallo e arrivava a spalancare fauci vuote sulla sommità. Lo strinsi vigorosamente nella mia mano destra, piena di nuova decisione per l’avvenire, mentre alzavo lo sguardo verso la direzione da cui sentivo provenire la presenza del mio Maestro.

Specifications

  • Pagine: 630
  • Anno Pubblicazione: 2017
  • Formato: a5
  • Isbn: 9788898423651

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