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Sabrina Lardini
Il Canto di Mana

Il Canto di Mana
Sleeping Sun

Noriko non è una qualunque sedicenne americana: è una ribelle dall’animo sensibile, in cerca di emozioni che soltanto la natura, custode di antichi misteri, è in grado di donarle. È nella campagna della Napa Valley, in California, che il suo spirito romantico si sveglia, e sono i vigneti dell’azienda agricola di famiglia che custodiscono i suoi ricordi più preziosi legati al padre, scomparso prematuramente. Un pomeriggio la giovane, colta da un improvviso acquazzone, si rifugia in una casa abbandonata dove incontra la misteriosa Mana, sfuggente e ritrosa come un gatto selvatico. Il destino fa sì che le due siano compagne nel nuovo anno scolastico al liceo di Saint Helena, ma ciò non impedisce che tra le due si instauri una feroce rivalità: Noriko, esuberante, spavalda e istintiva, si scontra con la determinazione e la freddezza della seconda, ma presto scoprirà quanto la presenza di Mana sia provvidenziale alla sua vita problematica, tra professori violenti, liti in famiglia e amori non corrisposti.
Vivendo i piccoli e i grandi drammi della gioventù, Noriko varcherà la soglia di un mondo che si cela nell’ombra e verrà a conoscenza di una guerra segreta nella quale lei e Mana hanno un ruolo fondamentale.

Sleeping sun è il grido di un sole ardente di pace e giustizia, la promessa di un nuovo ordine in un mondo dispotico, un sentimento ruggente di amore e libertà.

 

Sabrina Lardini nasce a Voghera nel 1991. Laureata in Lingue e Culture moderne all’Università di Pavia, attualmente lavora per il secondo libro della saga Il canto di Mana, di cui Sleeping Sun è il primo capitolo. Fra i suoi interessi rientrano la lettura dei grandi classici, dei romanzi di avventura, horror e fantasy.
Sleeping Sun è il suo primo romanzo.

Primo capitolo

Burlesca

 

Il vecchio contadino conficcò con uno scatto la vanga nel terreno brullo. Si passò il dorso della mano sulla fronte, appoggiandosi al manico dell’utensile e osservando il lavoro svolto. La terra era stata rivoltata completamente in quella porzione di campo, ancora un’altra oretta e avrebbe terminato anche l’ultima metà. Già pregustava un buon bicchiere di vino fresco appena imbottigliato e un po’ di riposo all’ombra dei pini. E magari anche una bella chiacchierata con i vicini, scambiandosi pettegolezzi su conoscenti e compaesani. Giusto quattro chiacchiere prima di mettere i piedi sotto il tavolo.

Si scrollò le goccioline di sudore che gli bagnavano le ciglia, estrasse la vanga con le mani nodose e continuò da dove si era interrotto.

Il sole brillava cocente, in quel tardo pomeriggio di inizio settembre: la siccità aveva segnato un nuovo record storico, nonostante la stagione estiva fosse quasi terminata. Fra poco ci sarebbe stata la vendemmia e tutta l’azienda di cui egli era a capo si era già messa in moto. Sarebbe stata un’annata fantastica, tempo permettendo, ma il vecchio Tuomas era un tipo ottimista: niente e nessuno avrebbe ostacolato il lavoro e la produttività della sua azienda vitivinicola, rinomata nel piccolo paese di Oakville e nell’intera Napa Valley.

Vedeva i suoi vini sulle tavole di milioni di americani, e non solo: tutti i prodotti sfornati dalla sua azienda, anche quelli meno conosciuti, sarebbero stati promossi da campagne pubblicitarie, venduti nei supermercati e nelle esposizioni gastronomiche, esportati all’estero...

Si riscosse dai suoi pensieri: per ora doveva ancora accontentarsi di vendere parte del suo vino a clienti privati, alle sagre e ai mercati; i suoi ettari di terreno bastavano a malapena a fornire ottocento litri l’anno di ottimo vino e a garantire il lavoro ai suoi dipendenti. Magari un giorno, sua nipote primogenita Noriko sarebbe diventata un’importante imprenditrice e avrebbe esteso gli ettari di vigne per chilometri, inglobando tutti i campi e le colline confinanti, e sarebbe riuscita a realizzare il sogno del nonno.

Terminato il lavoro, attraversò i campi e raggiunse il cortile dell’azienda, invaso da trattori, muletti e galline che scorrazzavano sulla ghiaia, salutò qualche dipendente e incrociò sua nuora Lena, diretta alla cantina.

«Rudy ti sta cercando per fare il bilancio delle entrate del mese di agosto» esordì Lena, pulendosi le mani sul grembiule.

Tuomas sbuffò e si levò il cappello di paglia. «Possibile che ci sia sempre bisogno di me in quest’azienda? Lui non è capace? È il segretario, diamine! Per cosa lo pago a fare?»

«E dai, sai che devi essere presente anche tu durante l’incontro.»

«Chiama il vicesegretario!» esclamò il vecchio, facendo un gesto vago con la mano.

«Lo hai licenziato il mese scorso, ricordi?» Lena lo guardò con un’espressione accigliata.

«Sì che ricordo. L’ho sorpreso a cazzeggiare sul posto di lavoro e l’ho licenziato seduta stante. Ehi, operaio!» disse puntando un dito all’addetto delle stalle che stava trainando una carriola piena di fieno, il quale, sentendosi chiamare, si fermò e rivolse a tutti un’aria interrogativa. «Sì, tu! Apprezzo il tuo duro lavoro e per questo ti promuovo a vicesegretario. Ora fila a lavorare!»

Lena rivolse un sorriso nervoso al ragazzo e lo invitò a proseguire il suo lavoro, poi rincorse Tuomas e lo prese per un braccio. «Ma dico, sei pazzo?»

«No, il tipo ha l’aria sveglia. Basta stalle, è ora di fargli respirare aria fresca e pulita di ufficio! Voglio che tutto in quest’azienda venga svolto correttamente, senza il minimo errore. Voglio che tutti gli operai siano efficienti, svegli e rapidi. Ora devo andare a controllare i vigneti e non voglio essere disturbato» disse, raggiungendo il suo trattore personale e montando alla guida. «Controlla tu che quelli là in ufficio non rubino lo stipendio» disse sarcastico alla nuora, una volta girata la chiave. Il motore si accese borbottando e un gran rumore riempì l’aria.

«Volevo chiederti se hai visto Noriko e Seph!» urlò Lena, cercando di sovrastare il ringhio del motore del vecchio cingolato.

«No!» urlò a sua volta Tuomas, imboccando il sentiero erboso che dava sui campi.

Lena rimase a fissarlo finché non sparì oltre la collina.

 

La ragazza tese le mani e si sporse col busto sul ruscello nel punto sabbioso in cui aveva avvistato il rospo, immerso per metà nelle acque torbide. Respirò a fondo, cercando di non fare rumore; spostò il piede su un altro sasso per avvicinarsi di più al suo obiettivo, che, non avendola scorta, gracidava tranquillamente, riempiendo e svuotando il petto. Si accovacciò ancor di più, spostando il peso sulla gamba più stabile, e tese il braccio.

«Secondo me non ce la fai» bisbigliò il fratello, seduto su una roccia sulla riva, tendendosi il mento con una mano.

«Sssh! Mi deconcentri» rispose svelta la sorella.

«Noriko! Andiamo via... Mi annoio!» si lamentò il bambino, stiracchiandosi le braccia.

«Non fare il guastafeste!»

Noriko fece appello ai suoi muscoli affinché potessero tendersi il più possibile. Si appoggiò con un braccio su una pietra ma scivolò e venne attirata dalla forza di gravità verso l’acqua. Cadde in una pozza torbida, sentendo i sassi sbucciarle le ginocchia. Il rospo, avvertito il pericolo, si immerse completamente e con due bracciate fuggì via.

«Dannazione!» imprecò Noriko, tirandosi in piedi ed esaminando i danni della caduta. Si era inzuppata le scarpe da tennis, le gambe e i pantaloncini. Si scrollò il fango dalle ginocchia e dalle mani, poi si voltò verso il fratellino che si stava contorcendo dalle risate.

«Non c’è niente da ridere!» protestò Noriko.

«Aspetta che racconti tutto alla mamma e al nonno!» esclamò, asciugandosi gli occhi con il dorso della mano.

«Seph, fallo e sei morto.»

Seph mostrò la lingua, cosa che fece irritare Noriko più di quanto la sua figuraccia avesse appena fatto. Si inerpicò sulla sponda erbosa del ruscello e scappò, sghignazzando divertito.

«Ora ti prendo, canaglia!» lo minacciò Noriko, saltando dall’altra parte del ruscello e arrampicandosi sulla sponda.

Il sole che spuntò, una volta fuori dal fogliame folto del boschetto attorno al torrente, accecò per un istante la ragazza, che a causa della forte luce per poco non ebbe un capogiro. Facendosi scudo con la mano, si fermò a pensare a quanto fosse bello il colore del sole, alla luce in cui è immersa ogni cosa sul far delle sera d’estate. Assaporò l’aria calda sulla pelle umida e le tinte chiare e nitide dei campi di grano arati, il verde smeraldo delle vigne di suo nonno in lontananza, il marrone e il rosso di alcuni campi abbandonati, le macchie verdi di boschi sparsi a macchia d’olio sulle colline di fronte a sé. Tutto era in perfetta armonia con le stagioni, con il vento che sospingeva le nuvole; di quest’armonia sublime Noriko sentiva di farne parte, sentiva una grande dolcezza nel cuore, che scioglieva ogni sua preoccupazione e paura.

«Scema, ti sei incantata?» le urlò da lontano Seph, mettendosi le mano attorno alla bocca per amplificare il suono.

Noriko sorrise a partì alla carica. In un lampo attraversò la distanza che la separava dal fratello, lo prese per le spalle e lo gettò a terra nell’erba alta.

«Chi è la scema?»

Seph esplose a ridere e Noriko gli scompigliò i capelli biondo scuro. Poi si sedettero, strapparono due ciuffi d’erba che si misero in bocca, come i protagonisti di un film, e contemplarono il cielo.

Il sole rosso stava tramontando dietro le colline e delle sottili nuvole si stavano avvicinando provenendo da est, minacciando di disturbare la quiete che la bella giornata aveva donato fino a quel momento. Il vento all’improvviso si fece più insistente, ululando alle loro orecchie di tornare a casa.

Seph si strinse nelle spalle. «Forse dobbiamo tornare.»

Noriko si alzò con uno scatto e scrutò il paesaggio attorno a sé. «Il tempo sta cambiando.»

«Che facciamo?» Seph represse un moto di stizza quando udì il fragore di un tuono in lontananza.

«Che cagasotto» commentò acida Noriko, scuotendo la testa. «Dai, andiamo.»

Noriko fece qualche passo e la sua mano per caso sfiorò la tasca degli shorts di jeans: sentendola piatta, si allarmò.

«Merda, il cellulare!» sbottò, tastandosi le tasche dei pantaloni. «Deve essermi caduto al fiume.»

«Che testa.» Questa volta, toccò a Seph rimproverare la sorella.

«Io torno al fiume, tu muoviti e corri a casa. Se la mamma non ci vede prima di cena, sono guai.»

«Va bene.» Seph girò sui tacchi e cominciò la sua corsa sfrenata tra i campi.

Noriko si accertò che il fratello avesse oltrepassato il campo d’erba prima di fare retro-front, poi si voltò, raggiunse la vegetazione incontaminata del piccolo torrente, si calò giù per la sponda e si mise alla ricerca del suo cellulare nel punto in cui era scivolata. Saltò sui sassi con agilità, con movenze da equilibrista, protendendosi il più possibile verso la pozza d’acqua; si raggomitolò e cercò l’oggetto con la vista, sperando che non fosse caduto proprio dentro il torrente, finché non lo notò riverso tra la ghiaia della riva in cui Seph era seduto. Con un balzo, atterrò sulla sponda e raccolse il cellulare, tirando un respiro di sollievo nel constatare che non si era danneggiato.

Il rumore di un tuono fece breccia nei suoi pensieri. Noriko rabbrividì per un soffio di vento freddo. Alzò lo sguardo al cielo: le cime degli alberi si toccavano tra loro, oscillando furiosamente, mentre il cielo azzurro e limpido di prima sembrava essersi eclissato per lasciare spazio a una tavola grigia e desolata che presagiva pioggia.

Noriko si incupì di riflesso e lasciò che i suoi occhi assorbissero il grigiore che era calato sul torrente. L’armonia che si era creata tra i vari componenti del quadro impressionista sarebbe stata interrotta presto da una pioggia battente, ma Noriko non si perse d’animo. Aveva imparato dalla filosofia Zen che il caldo e il freddo, la siccità e i nubifragi erano il disegno della natura, rappresentavano cioè il normale susseguirsi degli eventi naturali, quindi bisognava accettarli con serenità e accoglierli nel cuore.

I suoi pensieri si immersero nel suono vivace e ripetitivo dello scrosciare impetuoso dell’acqua del torrente che, come una nenia, la trasportava in un mondo di pace infinita: in quei momenti di accostamento alla natura, Noriko sentiva la presenza di qualcosa di divino che si manifestava in ogni dove, in una goccia d’acqua, in un ciuffo d’erba piegato dal vento, in una rana che spiccava il salto. Qualcosa di invisibile ma presente, pauroso e rassicurante al tempo stesso.

La ragazza si piegò verso il ruscello e sfiorò l’acqua con la punta delle dita.

Aprì gli occhi. Aveva iniziato a piovigginare.

Ripercorse il tragitto fino al campo d’erba, dove venne colta da un vero e proprio acquazzone. Non doveva passare troppo tempo a fantasticare, lo sapeva, ma era più forte di lei, come un richiamo potentissimo a cui non poteva sottrarsi. Ogni albero, sasso, granello di terra urlava forte il suo nome e Noriko, da perfetta fata dei boschi, interveniva a placare la sofferenza degli abitanti di quel mondo.

Tuttavia, nessuno poteva alleviare la sua.

Si mise a correre, pregando che il cielo non le cascasse addosso. In un attimo tutto si era oscurato, la pioggia si riversava furiosa e il vento frustava ogni cosa che trovava sul suo cammino.

Le scarpe erano fradice e sporche di fango, l’acqua le impregnava i vestiti, l’umidità le attraversava le ossa, i tuoni le rimbombavano nelle orecchie. Pensava a Seph, se era riuscito ad arrivare a casa sano e salvo. Chissà se la mamma si era arrabbiata? Sicuramente il nonno non stava perdendo tempo a dare ordini e imprecare come al suo solito contro tutto e tutti. Il nonno non faceva altro che urlare, pretendere che tutti i dipendenti lavorassero con impegno se volevano prendere lo stipendio, ribadire il fatto che lui era il capo e, in quanto tale, aveva ragione su qualsiasi cosa; e nessuno doveva osare rispondergli. La sua politica del terrore era indiscutibile.

E Noriko non era altro che il tassello del puzzle che gli serviva per concretizzare il suo disegno economico fuori dal nucleo famigliare e dall’azienda.

Al diavolo! Io voglio vivere e correre col vento!, diceva a se stessa, senza riuscire a trattenere un sorriso.

Anche in quel momento di diluvio, Noriko era felice, felice di avere i capelli corti e biondi zuppi, il fiatone, i dolori ai muscoli delle gambe. Era la prova che lei stava vivendo come aveva sempre fatto, come aveva sempre amato dalla prima volta che il papà l’aveva portata in campagna.

Papà.

Dovette fermarsi a prendere fiato. Gettò lo sguardo giù dalla collina su cui si era arrampicata. Casa sua era ancora lontana, un puntino che si confondeva con la vegetazione, incastonata tra i campi e le vigne.

Che fare? La terra era diventata un fiume di fango e in discesa sarebbe stato molto difficile non scivolare. Decise di prendere la strada sterrata che costeggiava il pendio della collina. Lì avrebbe trovato sicuramente un rifugio sicuro dove aspettare che spiovesse. Avrebbe ritardato ancora di più, ma ormai poco importava.

Imboccò il sentiero, percorso dalle ombre agitate degli alberi ai lati, e procedette così per un po’, volgendo lo sguardo ogni tanto attorno a sé. Non prendeva mai la via più ordinaria per fare le sue scampagnate, preferiva tagliare per i campi, perché poteva assaporare più a fondo il legame sacro con la natura. Perciò non conosceva molto bene quella strada, non sapeva neppure dove sarebbe spuntata, magari dritta a casa sua, da sua madre e da suo nonno, che vedeva già con le braccia conserte e l’espressione dura.

Si strinse nelle spalle e rallentò la corsa. Sentiva un’atmosfera opprimente e claustrofobica tra gli alberi e le erbe incolte che si piegavano sulla strada come braccia stanche e penzolanti. Non si accorse di tremare dalla forte umidità sprigionata dal suolo.

L’odore della pioggia era forte e si mescolava all’odore di muschio, di terra, di erba. I campi attorno erano l’ombra di ciò che probabilmente erano negli anni passati, le vecchie baracche dei contadini erano fatiscenti e scoperchiate dalle tempeste Per il resto non c’era assolutamente niente che potesse avere un accenno di vita o testimoniare il passaggio dell’uomo negli ultimi tempi.

Noriko si bloccò di colpo. Si guardò indietro e poi avanti.

Dove sono?

Cercò di focalizzare la sua posizione sulla sua mappa mentale ma era tutto una grande macchia ovattata. Inspirò ed espirò più volte, ripetendosi di stare calma, che era tutto sotto controllo. Ma la sua convinzione cadeva appena cercava di stare in piedi.

Ogni goccia che scendeva dal cielo penetrava nei suoi pensieri più nascosti, che proprio in quel momento di smarrimento prendevano forma, pensieri che non avrebbe mai partorito normalmente.

Mi sono persa.

 

Non seppe dire quanto tempo fosse passato. Forse secondi, minuti o persino ore.

Era rimasta immobile intrappolata nell’angoscia, finché lentamente si riscosse dal torpore.

Muovi le gambe.

I suo arti ricevettero l’ordine e scattarono agili in avanti, ma qualcosa frenò la loro corsa. Un cancello di legno sbarrato con un cartello logorato dall’incuria su cui si leggeva a fatica: EDIFICIO PERICOLANTE.

Noriko strinse gli occhi per scorgere qualcosa che potesse sembrare una casa aldilà del cancello di legno marcio, oltre la fitta trama di alberi e pini incastrati gli uni con gli altri. Non vi erano punti d'accesso alla casa se non quel cancello, poiché tutto attorno erano cresciuti rovi e arbusti che ne ostruivano il passaggio.

Il cartello oscillava pericolosamente a ogni ventata, cigolando e sfregando contro il legno sbiadito del cancello. Ogni cosa, compreso lo stato d’animo della ragazza, combaciava con quell’atmosfera di abbandono e degrado.

Una forza invisibile trascinava Noriko all’interno del cortile. Il suo desiderio di curiosità e avventura stroncò la paura e la sua mente, che fino a quel momento aveva concepito dei tetri pensieri, si aprì alla percezione del fantastico. Riusciva a sentire delle strane scosse nell’aria provenienti dalla boscaglia soffocante dietro al cancello, una sensazione così ineffabile e sfuggente che solo un animo delicato come il suo poteva avvertire. La pioggia si era fermata, il tempo aveva preso a scorrere in maniera differente per lei e tutto quello che udiva in quel sudario di ombre e vegetazione marcita era un lamento. Forse si era fatta suggestionare dal clima di abbandono, ma sentiva che quella recinzione consumata dal tempo custodiva una strana energia latente. Lei lo aveva sentito, tutto il suo corpo lo aveva captato.

Come sotto l’influsso di un incantesimo, Noriko si avvicinò alla recinzione, tese una mano e spinse con tutta la forza in corpo il cancello che si aprì cigolando verso l’interno. Il cartello oscillò e tornò passivamente al suo posto. La ragazza si imbucò in quella stretta apertura e varcò la soglia della proprietà.

Specifications

  • Pagine: 444
  • Anno Pubblicazione: 2016
  • Formato: a5
  • Isbn: 9788898423484

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