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Paolo Fumagalli
Il Trono del Narratore

Il Trono del Narratore

Arrivavano ogni anno, come foglie portate dal vento, lungo le ampie vie maestre, le strette strade di campagna, i sentieri tracciati in mezzo ai boschi.
L’equinozio d’autunno era il loro richiamo, il segnale che indicava il momento di mettersi in cammino.

Anche questa volta i bardi giungono puntuali alla riunione annuale. Ergobir Limpidacqua, metà umano e metà elfo, prende posto sul Trono del Narratore e comincia a raccontare la prima leggenda dell’autunno. Alla sua narrazione seguono quelle di altri cantastorie. Avventure fantastiche, vicende magiche e bizzarre, intrecciate le une alle altre a formare un’unica storia. Miti che risalgono fino all’origine del mondo, che parlano di solitari inventori di divinità, di città abitate da giocatori d’azzardo, di oggetti fatati e cacciatori di draghi. Luoghi meravigliosi e personaggi fiabeschi.

 

Paolo Fumagalli, classe 1981, fin da bambino dimostra un grande interesse per la letteratura, sia leggendo che scrivendo. Si laurea in Lettere Moderne presso l’Università Cattolica di Milano, dove poi frequenta il Corso di Alta Formazione Scrittura Creativa. In tutti questi anni non ha mai smesso di scrivere, attingendo sempre con fantasia alle sue grandi passioni, come il cinema, la musica e il patrimonio folkloristico.
Pubblica diversi libri (La pietra filosofale, Foglie Morte, Fuoco e Veleno, Scaccianeve, La Strada verso Bosco Autunno, Bucaneve nel Regno Sotteraneo e Il museo delle esperienze meravigliose) e vince diversi concorsi letterari, vedendo i suoi lavori pubblicati in alcune raccolte antologiche (Fate – Storie di terra, fuoco acqua e vento, I mondi del fantasy V e Ritorno a Dunwich 2).
Il Trono del Narratore è il primo romanzo pubblicato con EKT Edikit.

Primo capitolo

Capitolo 1

Arrivavano ogni anno, come foglie portate dal vento, lungo le ampie vie maestre, le strette strade di campagna, i sentieri tracciati in mezzo ai boschi. L’equinozio d’autunno era il loro richiamo, il segnale che indicava il momento di mettersi in cammino. Partivano da città, regioni, regni diversi e giungevano tutti nello stesso luogo. Il viaggio iniziava e terminava per tutti nelle stesse date: sembrava che ognuno sapesse valutare esattamente la distanza da percorrere e procedesse di conseguenza più in fretta oppure con maggior tranquillità, in modo da non arrivare né troppo presto né troppo tardi.

Alcuni di loro erano scaldi nati nelle fredde terre settentrionali, poeti ben addestrati nell’uso delle armi che accompagnavano gli eserciti in battaglia e celebravano le gesta dei grandi condottieri, uomini dalle barbe fluenti e dai lunghi capelli biondi o rossi, raccolti in una grossa treccia che ricadeva sulla schiena. Altri erano menestrelli provenienti da sud, dalle sponde del Piccolo Mare, accolti amichevolmente dai popoli di qualunque contrada, abituati a suonare il liuto o il violino anche mentre percorrevano a piedi le strade in mezzo agli alberi, indossando vivaci casacche dalle maniche a sbuffo e cappelli ornati da piume. Altri ancora erano bassi e minuti, avevano occhi a mandorla nei quali brillava il sole d’oriente e viaggiavano avvolti in abiti di seta, portandosi dietro tamburi e strani strumenti dal suono acuto e lamentoso. Ma molti erano bardi erranti, musicisti e cantori occidentali che amavano la vita libera e vagabonda e si guadagnavano vitto e alloggio esibendosi ovunque capitasse; conoscevano un numero impressionante di leggende e di poemi eroici e sembravano avere sugli stivali la polvere di tutte le strade del mondo; erano in grado di rispettare l’etichetta dell’aristocrazia, sapevano conquistare la simpatia della gente semplice, non avevano paura di difendersi usando corte spade e pugnali.

Tutti questi narratori girovaghi amavano l’autunno e lo consideravano un periodo molto importante. La maggior parte delle persone comuni, che ignorava diversi aspetti della loro vita e della loro arte, credeva che le stagioni più apprezzate fossero l’estate e l’inverno, perché erano quelle che offrivano parecchie occasioni di esibirsi. Ovviamente c’era del vero in questa idea: i mesi caldi erano punteggiati di fiere di paese, feste per il raccolto, tornei tra cavalieri, sacre celebrazioni all’aria aperta e matrimoni, e quando arrivava il freddo sia gli abitanti dei piccoli villaggi che quelli dei grandi castelli erano desiderosi di stringersi attorno al fuoco ad ascoltare racconti e ballate. Ma se non si poteva negare che il sole e la neve fossero amici dei cantastorie, altrettanto valeva per le foglie dorate, per i funghi nascosti ai piedi degli alberi, per le castagne e le ghiande cadute ai lati dei sentieri, per i fili di fumo che salivano dai tetti delle capanne.

Dopo i mesi intensi dell’estate e prima di quelli altrettanto impegnativi dell’inverno, durante l’autunno i bardi potevano concedersi una pausa. Non avrebbero mai voluto farlo stando in ozio, rimanendo prigionieri tra le pareti di una stanza, rinunciando ai viaggi e alle storie. Preferivano piuttosto riunirsi fra loro, e proprio per questa ragione si mettevano in cammino nel giorno dell’equinozio, diretti verso un luogo di ritrovo segreto. Ognuno portava con sé le leggende che aveva raccontato nei prati estivi, all’ombra degli alberi o di grandi tendoni eretti per qualche festa importante, per insegnarle agli altri membri dell’onorata Fratellanza dei Bardi. E ognuno portava anche la propria voglia di ascoltare ciò che tutti gli altri avevano da offrire, in modo da imparare nuove storie che avrebbero potuto rallegrare le lunghe notti d’inverno di principi e contadini, mercanti e cavalieri.

Il loro rifugio era una grande sala che si trovava sottoterra, con tavoli per mangiare e comode panche su cui stare seduti. Nessuno poteva entrare in quel meraviglioso deposito di arte e sapere, a parte i membri della Fratellanza abbastanza stimati da aver guadagnato la fiducia degli altri. Le persone comuni potevano dare un’occhiata all’interno sporgendo la testa in un pozzo profondo e privo di acqua, sul cui fondo si vedeva uno splendore simile a quello della giada e dell’oro, ma ancor più bello. Pochi però avevano il coraggio di farlo, spaventati dalla costante presenza sulla pietra runica che indicava il luogo di un corvo o di un gufo, che rimanevano appollaiati lì come sentinelle, uno durante il giorno e l’altra durante la notte.

 

Anche quell’anno i bardi arrivarono puntuali e sembrava che conoscessero percorsi ignoti perfino ai venti, tanta era la sicurezza con cui sapevano spostarsi. Qualcuno aveva un cavallo, ma la maggior parte di loro preferiva viaggiare a piedi, per incontrare gli spettatori, suonare e cantare, sentire le storie nascoste nei cinguettii degli uccelli. Poiché le strade di qualunque parte del mondo erano pericolose, tutti giravano armati, privilegiando armi da taglio leggere e maneggevoli, e alcuni indossavano comodi corpetti imbottiti o di cuoio. Leggende note sole ai membri della Fratellanza parlavano di un menestrello vissuto cinque secoli prima che era in grado di scagliare dardi servendosi delle corde del suo liuto ma, poiché i segreti di quell’arte sembravano essere morti insieme a lui, chi voleva cacciare o colpire i nemici da lontano portava con sé un piccolo arco.

Come sempre giunsero tutti insieme, nel giro di poche ore. Il primo apparve annunciato dalla stella del mattino, poco prima dell’alba, come un’immagine grigia di nebbia, lungo il sentiero di un bosco di querce vicino al luogo del raduno. L'ultimo arrivò a mezzogiorno, appoggiandosi a un robusto bastone da passeggio, e pensò che quella sarebbe stata l’ultima riunione a cui avrebbe partecipato e che presto, onorando la tradizione dei bardi più anziani, si sarebbe limitato a raccontare accanto al fuoco le sue storie ai più giovani.

Quando arrivava, ognuno dei cantastorie si guardava intorno, respirando la fresca e profumata aria autunnale, attraversava il prato ancora folto e verdeggiante, passava accanto al pozzo asciutto e osservava la pietra alta quanto un uomo, coperta di rune e simboli misteriosi, che sorvegliava il luogo come una sentinella e offriva un appoggio all’uccello guardiano. Scendeva nella terra, nelle profondità in cui si apriva il salone nascosto. Varcava una soglia ai cui lati si trovavano due statue di bronzo, realizzate da un artista ignoto, portate lì moltissimi anni prima per consacrare quel rifugio agli spiriti più adatti. I bardi avevano l’abitudine di credere a tutti gli dei senza venerarne nessuno, ma nutrivano una certa simpatia per due divinità minori: la dea felina Senfesia, che contemplava misteri e mondi invisibili accoccolata accanto al fuoco, e Turgo, il dio piumato che conosceva tutte le storie raccolte dagli uccelli durante le loro migrazioni. Dopo due piccoli inchini, spesso limitati a un semplice e rapido cenno del capo, il nuovo arrivato poteva sistemarsi al posto che gli era stato assegnato.

Quando gli invitati furono seduti, il banchetto inaugurale ebbe inizio. Tutti fecero onore alle carni arrostite, ai bicchieri di vino, alle soffici pagnotte, alle fragranti verdure speziate, ai boccali di birra e ai dolci al miele e alla vaniglia che si trovavano sulle tavole imbandite. Mangiarono senza fretta ma con appetito, resi affamati dal lungo viaggio. Parlarono fra loro del più e del meno: del tempo e della stagione, della bontà di cibi e bevande, delle notizie provenienti da terre lontane e delle cose viste durante il cammino. Ma nessuno raccontò storie o leggende.

Al termine del pranzo i tavoli vennero sparecchiati e tutti i presenti si voltarono a guardare il Trono del Narratore, una massiccia sedia di legno intagliato collocata su una pedana rialzata. Ergobir Limpidacqua si alzò e prese posto su quello scranno, poiché era lui ad avere il compito e il privilegio di dirigere la riunione, dando il via alle narrazioni. Era per metà umano e per metà elfo, vestito di verde, adornato da bracciali di cuoio che lo proteggevano dal gomito al polso. Al fianco portava una spada corta, dalla lama sottile, agilissima, che quando veniva estratta dal fodero scintillava quanto la chioma biondo platino che ricadeva a sfiorargli le spalle. Aveva fama di essere uno spadaccino molto abile, ma nessuno dei membri della Fratellanza l’aveva mai visto combattere: era sempre riuscito a evitare ogni scontro e a risolvere ogni problema raccontando storie, suonando la sua arpa argentata o cantando con voce melodiosa. Per questa ragione era considerato uno dei bardi più bravi del mondo e quell’anno era stato scelto come maestro della cerimonia e guida dell’assemblea.

Quando si sistemò sul trono, gli altri cantastorie presero i loro strumenti e li levarono in aria. Ergobir osservò con i suoi limpidi occhi verdi quella moltitudine di liuti, corni, arpe, tamburelli, flauti e violini splendere alla luce dolcemente ambrata delle sfere di alabastro appese alle pareti e al soffitto e rispose con un sorriso benevolo al tradizionale saluto dei partecipanti.

Ogni rumore si spense. Non più chiacchiere, risate, tintinnare di bicchieri o di posate sui piatti. Soltanto il silenzio carico di aspettativa in cui ogni respiro ronzava debolmente, come la vibrazione dell’avanzare del giorno.

Ergobir si era preparato a quel momento con la cura necessaria, con tutta la passione che fin dall’infanzia aveva messo nel tentativo di imparare l’arte dei più grandi cantastorie. Raccontare la prima leggenda dell’autunno era un grande onore e anche una responsabilità che doveva essere presa molto sul serio: non solo comportava l’esibirsi davanti a un pubblico di bardi esperti e pieni di talento, ma segnava l’inizio del cammino che sarebbe stato percorso nelle ore seguenti. Il mezzelfo aveva riflettuto con attenzione sull’argomento da scegliere, passando in rassegna le narrazioni e le ballate che nel corso delle stagioni precedenti aveva imparato o compreso meglio, e alla fine aveva accordato la preferenza a una storia che parlava della creazione di entità divine. Amava quel genere di racconti: miti che risalivano fino all’origine del mondo e si svolgevano in tempi e luoghi che nessuno avrebbe saputo individuare con certezza. Da lì potevano nascere moltissime cose, era come se radici profonde crescessero a formare un tronco robusto che poi si suddivideva in rami. Esistevano molte storie più famose, verosimili e capaci di infiammare l’animo degli uomini, storie che i bardi conoscevano bene e narravano volentieri attorno a un fuoco di torba o accanto a un limpido ruscello, ma nessuna di esse poteva competere con il fascino di vicende più strane e fantasiose.

Specifications

  • Pagine: 284
  • Anno Pubblicazione: 2019
  • Formato: a5
  • Isbn: 9788898423736

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