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Roberto Piccinini
Il Viandante

Il Viandante
Viaggio in un'Italia post apocalittica

Sono passati trentuno anni da quando un virus, di origine sconosciuta, trasformò parte dell’umanità in zombie affamati di carne umana.
Per evitare il contagio, uomini, donne e intere famiglie abbandonarono le città in preda al panico, cercando rifugio nelle campagne.
La mancanza di cibo, i duri inverni, le epidemie, la mancanza di medicine e il morbo, che annualmente si ripresentava, fecero sì che la popolazione mondiale fosse ulteriormente ridotta in maniera drastica.
Dopo anni di isolamento la gente capì che, se voleva avere una possibilità di ricominciare, doveva tornare a formare delle comunità, dando vita a una nuova rinascita.
In un’Italia post apocalittica, Roberto inizierà un viaggio che lo porterà dall’Umbria in Toscana. Un viaggio avventuroso e denso di pericoli.

 “Il Viandante” è il seguito ideale della prima opera di Roberto Piccinini, “Io e gli zombie”. Con la sua scrittura efficace e fatta di immagini incisive e realistiche, Roberto ci porta in viaggio attraverso un’Italia sfigurata, martoriata, che però tenta di rialzarsi. Un viaggio faticoso e denso di pericoli, ma con il fine di scoprire le proprie radici e se stessi. Un viaggio imperdibile!

 

Roberto Piccinini nasce nel 1965 a Lucca, dove tuttora vive con sua moglie Laura e il figlio Stefano.
Da sempre appassionato di fumetti, libri, film di fantascienza e apocalittici, ha deciso di mettere nero su bianco la sua passione.
Dopo “Io e gli zombie”, sempre edito da Edikit, “Il Viandante” è il suo secondo libro.

Primo capitolo

Prologo

 Sono passati trentuno anni da quando un virus di origine sconosciuta ha trasformato gli uomini in zombie affamati di carne umana, decimando l’umanità. Le persone in preda al panico avevano abbandonato le città, trovando rifugio nelle campagne, isolandosi, timorose del prossimo. La mancanza di cibo, i duri inverni, le epidemie, la scarsità di medicine e il morbo, che annualmente si ripresentava, hanno fatto sì che la popolazione mondiale fosse ulteriormente ridotta in maniera drastica. Dopo gli anni dell’isolamento, però, la gente capì che, se voleva avere una possibilità di rincominciare, doveva tornare a formare delle comunità. Ora, dopo tanto tempo, il genere umano cerca di dare inizio a una nuova rinascita.

  

La decisione

«Allora hai proprio deciso di partire?» la sua voce è impastata dal sonno.

«Sì!» rispondo con un monosillabo.

Sono a disagio, volevo partire prima che lei si svegliasse per evitare lunghe discussioni.

«Avevi detto che volevi aspettare ancora qualche settimana, così da dare modo alla bella stagione di arrivare» ora la voce è incrinata.

La nostra stanza da letto è rischiarata dalla luce che filtra dalle imposte sconnesse, sono mesi che mi riprometto di aggiustarle, ma non trovo mai il tempo o la voglia, come insinua lei. Sono seduto sul letto, nudo, stavo cercando di alzarmi senza fare rumore, però mi ha sentito subito, ha l’udito di un gatto.

«Ormai il caldo è arrivato, ne devo approfittare.»

«Il lavoro alla centrale? Il raccolto?» domanda lamentosamente.

«Ho parlato con Aldo, possono fare a meno di me. Ora che l’ultima vecchia turbina è in riparazione, il lavoro è calato e quelle nostre funzionano benissimo, e non hanno bisogno di grande manutenzione. Poi perché mi fai questa domanda? Ci lavori anche tu, lo sai benissimo come stanno le cose.»

Sento che si muove sul letto, sposta le lenzuola, viene dietro di me e mi abbraccia. Anche lei è nuda, ieri sera, dopo aver fatto l’amore, ci siamo addormentati così com’eravamo.

«Per prendere tempo e per farti cambiare idea» sussurra con voce roca, mentre mi mordicchia il lobo dell’orecchio destro.

«Vado, lo devo a mio padre.»

«Stefano non ti avrebbe mai lasciato partire, sei troppo giovane.»

Si muove lentamente massaggiandomi la schiena con i seni morbidi.

«Ho diciassette anni! Forse prima della catastrofe sarei stato considerato giovane, ora sono un uomo.»

La vita media si è drasticamente abbassata dopo l’avvento del morbo, ora un uomo è fortunato se arriva a sessantacinque anni, se vive in un posto salubre e se ha di che nutrirsi.

«Lo devo a mio padre, ha sempre desiderato sapere che fine hanno fatto i suoi genitori.»

«Saranno morti come tutti gli altri» risponde serafica lei.

«Tu non hai di questi problemi, tuo padre è vivo. Io voglio andare in cerca delle mie radici.»

Si allontana da me.

«Scusa!»

Vado alla finestra, apro i vetri e le imposte, il sole è ancora nascosto dietro la montagna, il cielo è terso, si sente il rombo familiare della cascata delle Marmore. L’aria fresca e odorosa del mattino si riversa nella stanza, sa di fiori ed erba. Richiudo.

«Poi io sono solo un manovale, il tecnico sei tu.»

Suo padre, Aldo, lavorava in questa centrale ancora prima che il mondo crollasse e ora è il capo tecnico. Se la centrale è ancora operativa lo dobbiamo a lui, fa quello che può per mantenere in funzione le turbine e senza pezzi di ricambio adeguati è un lavoraccio.

Mi giro, Luana è ancora sul letto, è su un fianco, una mano sotto la guancia e con l’altra si accarezza l’anca, ora che è incinta il suo corpo si è arrotondato. Il mio cuore si riempie di tenerezza al pensiero di quel bimbo che fra poco nascerà, ora è più bella che mai.

Sposta il lenzuolo e con la mano batte sul materasso vicino a lei.

«Perché non vieni qua e ne parliamo con calma?»

«Non mi va!»

«Lui non la pensa così.»

Si riferisce al mio membro che è in evidente stato di eccitazione.

«Lui non conta nulla.»

«Non è vero, voi uomini ragionate più con quello che con la testa.»

Cedo alla tentazione e la raggiungo sul letto.

 

«Soddisfatta ora?»

Inarca la schiena e allunga le braccia per stirarsi, i peli neri sotto le ascelle spiccano sulla pelle chiara.

«Diciamo di sì, cercherò di farmelo bastare fino al tuo ritorno, se ce la farò» sorride sorniona.

Le solletico l’ascella, si ritrae ridendo, poggio l’orecchio sul suo ventre e ci passo il dito sopra descrivendo una spirale, partendo dall’ombelico.

«Cosa speri di sentire?»

«Qualcosa… un calcetto?»

«È troppo presto.»

«Voglio partire ora per tornare prima che mio figlio nasca. Cosa ti ha detto Maria?»

«Mi ha dato un decotto per favorire le funzioni dell’intestino, per il resto va tutto bene.»

Maria è il medico della Comunità, prepara unguenti, infusi e preparati usando erbe medicinali, con lei c’è anche Luigi, un ex frate Benedettino, che la aiuta.

La luce fuori è aumentata, se voglio partire lo devo fare ora. Mi alzo di scatto, infilo gli slip neri e i calzini di lana blu, rammendati alle punte, i pantaloni da lavoro grigi con le tasche sulle cosce e infilo la camicia.

«Dove pensi di andare con quella? È talmente lisa che entro qualche giorno cadrà a pezzi.»

Si alza, va all’armadio, si china a cercare e mi tira una maglietta verde in buone condizioni.

«Dov’è lo zaino?» domando.

«È in cucina ed è già pronto, l’ho preparato ieri sera dopo che sei crollato.»

La guardo stupito.

«Allora non sei contraria alla mia partenza?»

«Certo che lo sono, ma tanto con te è inutile discutere, sei un testone!»

«Lo diceva anche mio padre, sosteneva che avessi preso tutto dal nonno.»

«Non per nulla porti il suo nome» ribatte.

Si mette un reggiseno bianco, le coppe sono state cucite più volte e c’è un buco su una spallina. Va in bagno e, quando torna, s’infila gli slip.

Indossa una camicia a quadri molto larga e un paio di pantaloncini corti. Va allo specchio per pettinarsi: ha dei bei capelli chiari, li ha tagliati corti da poco, prima mi piacevano di più.

«Facciamo colazione insieme?» le chiedo.

«Certo! Questo tipo di ginnastica mattutina mette fame.»

La precedo in cucina, metto il pane in tavola, prendo il latte di capra dal frigo, che ha la luce rotta e non è tanto freddo, e prendo il formaggio. Chiudo più volte la porta prima che si decida di stare chiusa e il compressore si mette in moto con un lamento nel tentativo di ripristinare la temperatura. Luana arriva, si mette a sedere, è bellissima e i grandi occhi castani risplendono. Prende il latte, lo versa nella tazza, lo beve e fa una smorfia.

«Comincia a essere acido, se non lo finiamo lo buttiamo.»

Taglio tre fette di pane, su una ci spalmo la confettura di ciliegie e sulle altre due metto una fetta di formaggio di capra, gliele metto davanti alla sua tazza. Lei prende prima quella con il formaggio, gli occhi mi cadono sulle sue unghie mangiucchiate, non riesce proprio a smettere. Spezzetto il pane nella tazza, aggiungo il latte e della frutta secca che prendo da un barattolo di vetro.

Tra un boccone e l’altro, trova il fiato per parlare.

 «Oggi dovrebbero arrivare i rifornimenti, meno male, perché sta finendo tutto.»

«Stai finendo tutto» la rimbrotto bonariamente.

Fa la linguaccia.

«Devo nutrirmi anche per lui.»

«Bella scusa.»

Finito di mangiare mettiamo in ordine, spazzo in terra e lavo le tazze. L’acqua esce a spruzzi dal rubinetto, schizzandomi, la pompa dell’acquedotto fa ancora i capricci.

«Nello zaino ti ho messo altri vestiti e un paio di scarpe di riserva.»

«Grazie!»

Lo alzo e lo metto sulle spalle, è pesante, poi prendo il bastone. Luana mi accompagna alla porta.

«Tu dove andrai?»

«Mi trasferirò da mio padre e la sua attuale compagna.»

Ci guardiamo negli occhi in silenzio, si alza in punta di piedi e mi dà un bacio.

«Stai attento e torna presto.»

«Ti ho mai detto che sei una splendida diciannovenne e che ti amo da impazzire?»

«Non così spesso come desidererei.»

La stringo a me e le do un altro lungo bacio, le si inumidiscono gli occhi.

«Se non torno cosa farai?»

«Accetterò la corte di Giovanni, in fondo è un bel ragazzo.»

«Ma dai, è tutto brufoli» dico ridendo per spezzare la tensione.

Ride anche lei, poi si fa seria.

«Torna sano e salvo, ce lo devi» dice passandosi la mano sul ventre.

«Nessuno m’impedirà di tornare da te in tempo per vedere nascere nostro figlio.»

Le do un ultimo bacio, mi giro per non farle vedere le lacrime che ho negli occhi.

Il piazzale è baciato dal sole, l’aria si è riscaldata, siamo a metà giugno, il tempo dovrebbe migliorare sempre più. Arrivo al cancello, nella garitta della guardia c’è Juri.

«Buongiorno Roberto! Ti sei deciso a partire?»

«Buongiorno! Come fai a saperlo?»

«Me l’ha detto Mariella, a cui l’ha detto Angela, che l’ha saputo da Luana.»

Mi giro verso la palazzina bianca che una volta doveva essere riservata agli uffici, ora ci sono stati ricavati degli appartamenti fra cui quello in cui viviamo. Lei è sulla porta, saluta con la mano sorridendo. Diavolo di una ragazza, è sempre un passo avanti. Juri apre il pesante cancello. Lui è di qualche anno più giovane di me, un ragazzo di colore, ha una corporatura slanciata e muscolosa, è una delle guardie che presidiano la centrale. Non avevo mai capito perché i suoi genitori gli avessero messo un nome di chiara origine slava, finché lui mi raccontò la storia della sua mamma che fu salvata da un branco di zombie da un uomo che si chiamava Juri, che sacrificò la sua vita per lei.

«Accaduto nulla stanotte?»

«No, tutto tranquillo! Ho solo sentito dei lupi ululare, ma erano lontani.»

Esco dal cancello, mentre lo richiude augura: «Buon viaggio! Che la strada ti sia amica.»

«Che lo sia!» rispondo.

Specifications

  • Pagine: 262
  • Anno Pubblicazione: 2019
  • Formato: a5
  • Isbn: 9788898423798

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