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Roberto Piccinini
Io e gli zombie

Io e gli zombie
Nozzano Castello

«Va bene! Vi aspettiamo a braccia aperte. Una volta che sarete qui, voi pensate solo a correre quando sara’ il momento giusto, che al resto ci penseremo noi.»
«Perfetto. Un’ultima cosa importante, pre...»
«Carla, ci sei?»
Come risposta ottengo solo scariche statiche.
«Carla?»

«Pregate per noi. Passo.»
«Roberto?»
«Lucca... Ci sei Roberto?»
«Lucca... mi sentite?»

 

Questo e' il racconto di cosa e' successo al gruppo di Nozzano Castello

 

 

Primo capitolo

11 novembre

«Pregate per noi. Passo.»
«Roberto?»
«Lucca… Ci sei Roberto?»
«Lucca… mi sentite?»
Carla premeva il pulsante del microfono, poi lo rilasciava in attesa di una risposta.
«È inutile che tu insista, il generatore si è spento. È finita la benzina» disse Lisa entrando nella stanza.
Solo in quel momento, Carla si accorse che la spia della radio era spenta. Si alzò.
«Non so perché… ma mi sento più sola all’idea di non poterla più usare.»
«Ormai non serve più, quello che dovevamo sapere ce l’hanno detto, domani li incontreremo di persona.»
«Sai che Roberto ha una bella voce? Chissà com’è?»
Uscirono dalla stanza, Lisa si mise a ridere: «Ti basta così poco per farti sognare?»
«Tu che dici? Sono mesi che siamo chiuse qui e siamo tutte donne… Avrei bisogno di un po’ di svago.»
«Da quanto ho capito, nel gruppo di Lucca ci sono più donne che uomini.»
«Vorrà dire che dovrò sfoderare le mie armi migliori.»
«Con quel seno che ti ritrovi, non avrai problemi e poi sono tre anni che sei separata, io non ci riuscirei, non potrei… Silvio è morto solo da quattro mesi.»
Carla si morse la lingua per non dire all’amica che il suo Silvio non era uno stinco di santo come lei credeva, anzi.
Lisa era una bella donna di 42 anni, occhi celesti e capelli rossi. Prima della fine del mondo era una commessa in un negozio di pelletteria di Pisa. Stava fuori casa tutto il giorno e il suo Silvio ne approfittava per darsi da fare.
«Dai andiamo che fra poco si pranza, così aggiorniamo le altre.»
Scesero le scale di legno e uscirono dall’abitazione di Giulia, lei era stata la prima a contattare il gruppo di Lucca, la radio trasmittente era di suo marito, però dopo quella volta non se l’era più sentita di rientrare in quella casa dove avevano condiviso 25 anni di vita, da allora toccava a Carla mantenere le pubbliche relazioni. Tutte loro vivevano nella casa che era di Graziella, lei era stata la prima a cedere, gettandosi dalla torre più alta della rocca. Nella caduta il corpo era precipitato sul tetto di una casa e si era spezzato in due, spargendo le viscere e gli arti sul selciato; era toccato a Carla e Mila raccoglierne i resti, le altre si erano rifiutate. Chiusero il cancello, non sia mai che la porta principale cedesse.
Entrarono all’interno, appesero i giubbotti all’attaccapanni, poi andarono nella sala che era un vasto ambiente con travi e travicelli di legno a vista, mezzane rosse, caminetto e angolo cucina. Alle pareti erano appesi padelle di rame, mestoli e altri utensili antichi. Le altre 17 compagne di sventura erano sedute intorno a un lungo tavolo di legno, in attesa che Samuela servisse il brodo di cavolo nero, zucca e bietola, che era a cuocere nel paiolo sopra il fuoco a legna del camino. Tutte si voltarono sentendole entrare.
«Ci sono novità?» Le chiese Daniela che era la più giovane del gruppo e aveva solo 13 anni, quasi 14, come amava precisare lei. Era una ragazza alta per la sua età ed era un po’ sovrappeso. Aveva un bel viso simpatico, occhi neri e capelli dello stesso colore che portava tagliati corti. Frequentava la scuola Vallisneri a Lucca, prima del virus. I suoi genitori e suo fratello erano morti a luglio, da allora era stata adottata dal gruppo, di notte la sentivano spesso piangere.
«Ho avuto poco tempo per parlarci, poi è finita la benzina, mi ha confermato quello che sapevamo già.»
Carla scostò una sedia e si mise a sedere, Lisa si accomodò vicino a lei.
Samuela portò il paiolo in tavola: «Meno male che la mamma di Graziella non buttava via nulla.»
Lei era la cuoca del gruppo, prima del contagio, lavorava in una gastronomia nel quartiere di Sant’Anna, vicino alle mura di Lucca. Aveva 39 anni, di corporatura robusta e capelli castani, che da sempre portava tagliati a caschetto.
Le compagne le passarono i piatti e lei li riempì di zuppa fumante. Quando tutte furono servite, mise il paiolo in terra. Marisa si alzò e cominciò a recitare una preghiera di ringraziamento, tutte si alzarono in piedi, una volta finita si rimisero a sedere.
«Samuela, sei una grandissima cuoca! Con quel poco che hai riesci a creare delle zuppe davvero buonissime» disse Antonella.
Anche le altre si prodigarono in complimenti.
Il pranzo continuò in un allegro ciarlio, una volta finito di mangiare calò il silenzio.
Marisa si alzò, zoppicando levò i piatti dal tavolo, li mise in un secchio di plastica verde e tornò a sedere, li avrebbe lavati dopo. Tutte guardavano Carla.
«Quindi è deciso?» domandò Emma.
Carla, prima di rispondere, le guardò a una a una.
«Ne abbiamo parlato anche ieri sera e tutte abbiamo votato per uscire da questa trappola e raggiungere Lucca, ci sono dei ripensamenti?»
«Ci ho rimuginato durante la notte, perché uscire da un borgo fortificato per entrare in un altro?»
«Perché qui abbiamo quasi finito tutto» le ricordò Samuela.
«Come ho detto ieri sera, io andrò a Viareggio. Perché non venite anche tutte voi? Ce l’ha suggerito anche Roberto» commentò Emanuela, soffiando via una ciocca di capelli castani che le era caduta sul viso. Aveva un viso squadrato, quasi mascolino, occhi neri; era un’operaia, braccia molto robuste, lavorava al mercato agricolo, già alle 4 di mattina scaricava le cassette dai camion. Carla era dispiaciuta che avesse deciso di andare a Viareggio, avrebbe preferito averla al suo fianco.
«Come ho già detto, io non obbligo nessuna, una volta uscite, chi vuole potrà andare dove più le aggrada. Per quanto mi riguarda io scelgo Lucca, hanno viveri ed è un posto sicuro dove vivere in attesa di tempi migliori. Inoltre, ho bisogno di fare del sano shopping nei negozi di via Fillungo.»
La sua battuta strappò delle risate alle sue compagne.
«Ha ragione Carla» disse Angelica.
«Avrà anche ragione, ma io preferirei andare in un altro posto. Le mura di Lucca sono assediate da migliaia di zombie, io ho paura, non credo di riuscire a correre in mezzo a quei mostri per poi salire su una scala. Andiamo a Viareggio o in un’altra città» intervenne Emma.
«In gruppo saremo più sicure, e non solo contro gli zombie, se ci dividiamo avremo più possibilità di fallire» sentenziò Tina alzandosi.
«Andiamo tutte sulla costa.»
«Ma là non sappiamo cosa aspettarci, la situazione di Lucca, invece, la conosciamo.»
«Ha ragione lei.»
«La situazione potrebbe cambiare anche lì.»
«Hai detto bene, potrebbe…»
«L’inverno sta arrivando, volete morire di freddo?»
«Esagerata… non siamo mica al Polo Nord, qui raramente la temperatura va sotto zero.»
«Sarà pur sempre freddo.»
«Avrete più freddo voi a Lucca che noi sulla costa.»
«Siete più testarde di un mulo.»
«Non cominciamo a offendere.»
«Perché, testardo è un’offesa?»
Gli animi cominciarono a scaldarsi, ognuna voleva dire la sua senza dare la possibilità alle altre di ribattere.
Carla si alzò in piedi e batté le mani sul tavolo per chiedere silenzio, ma nessuna le diede ascolto, erano troppo impegnate a battibeccare.
«Basta, fatela finita» urlò, si zittirono e si misero a sedere. «Come ho detto non voglio forzare nessuna, ora faremo un’altra votazione, sentitevi libere di esprimere il vostro parere. Chi vuole andare a Lucca alzi la mano.» Quasi tutte, lei compresa, la alzarono. «Chi vuole andare a Viareggio?» Emanuela, Emma, Giovanna, Rossana e Antonella. «Rispetto la vostra decisione, una volta che saremo uscite, se vorrete, potrete andare, non vi tratteremo. Ci sono altre domande?»
Nessuna rispose, alcune si alzarono e uscirono dalla sala. Carla raggiunse Marisa che aveva preso il secchio e si apprestava a uscire. Lei era, con i suoi 59 anni, la più anziana del gruppo e la più dura, aveva allevato quattro figli maschi a suon di sganassoni da sola; il marito, dopo avere lavorato nei campi, preferiva frequentare i bar. Oltre a casalinga e mamma, anche lei lavorava nei campi con il marito, fin quando, anni fa, si infortunò cadendo dal trattore. Aveva un fisico appesantito, la pelle del viso rugosa e bruciata dal sole, frutto degli anni passati nei campi e lunghi capelli grigi.
«Non occorre che tu li lavi, i piatti per stasera non ci mancheranno e da domani…»
«Tanto non ho nulla da fare.»
«Vai a riposare.»
Marisa posò il secchio e si mise a piangere. «Non posso venire con voi, sarei un peso inutile e vi rallenterei la marcia, non vedi come cammino? Colpa di questa protesi che mi fa dannare» e si batté con la mano sull’anca sinistra.
«Di certo non ti lasceremo qui, verrai con noi, abbiamo tutto il tempo che vogliamo, da qui a Lucca sono solo otto chilometri.»
«Per me è come se fossero cento.»
«Ti aiuteremo noi, non ti preoccupare.» Le asciugò le lacrime sulle guance.
«Come vuoi tu. Mi andrò a sdraiare qualche ora.»
Se ne andò zoppicando. Carla era pensierosa, altre compagne le avevano detto che sarebbe stata un’impresa portarsela dietro, ma lei non poteva abbandonarla, la conosceva da trent’anni e non ne avrebbe avuto il coraggio. Uscì dalla sala e andò alla porta del borgo, voleva parlare con Serena e sapeva dove trovarla: i colpi di martello che sentiva le confermarono che era al lavoro.
La trovò intenta a rifinire i cavalli di Frisia che aveva assemblato, ne aveva preparati due: si trattava di un quadrello di legno centrale, lungo due metri, con infilzate delle stecche di legno, in quel momento ne stava fissando una, usando il martello.
«Hai fatto anche le punte alle stecche?»
Serena si alzò, aveva un fisico longilineo, aveva 29 anni, viso lungo e capelli corti mori, che si tagliava da sé. «Ho pensato che, essendo la struttura leggera, potesse essere travolta e spostata dagli zombie. In questo modo, invece, se alcuni di loro ci finiranno infilzati aumenteranno il peso rendendoli più stabili.»
«Ottimo, non ci avevo pensato.»
Serena era una che ci sapeva fare con le mani, prima del crollo della civiltà era un’ambulante e la domenica andava nei mercatini e vendeva piccoli oggetti fatti di pasta di sale, di sapone e legno d’Olivo intagliato.
«La tua idea è stata ottima» ricambiò il complimento la ragazza. «Questo è solo un lavoro artigianale.»
Carla era una architetta, aveva uno studio a Pisa, anche se non lo frequentava molto, preferiva lavorare da casa. Lei era brava a progettare, disegnare e arredare, e al contrario di Serena era negata nei lavori manuali.
«Ho solo pensato di sfruttare al meglio l’unica strada del borgo per incanalare gli zombie, così da sfoltire la folla che è fuori dalla porta, però non pensare che sarà facile uscire, ce la dovremo vedere con quei cosi comunque. Dopo ti aspetto all’allenamento.»
«Certo, ho quasi finito.»
Carla la salutò ed entrò in chiesa, controllò gli zaini, ce n’erano uno per ciascuna, di diversi colori e tipi. Dentro ognuno c’era una bottiglia d’acqua e bustine di zucchero, non avevano bisogno di altro, dovevano viaggiare leggere e soprattutto non fare rumore: per questo erano stati scelti solo zaini che avevano lacci, niente chiusure metalliche o di plastica. Le armi erano appoggiate al muro, si trattava di bastoni con in cima fissato un coltello ben affilato, così da ottenere delle rudimentali lance. L’idea gliela aveva data Roberto e Serena aveva provveduto ad assemblarle. Uscì dalla chiesa e raggiuse le sue compagne al giardino della rocca, dove erano impegnate nell’allenamento quotidiano che lei aveva imposto alle sue compagne; erano mesi che si addestravano, da quando avevano contattato il gruppo di Lucca, da allora sapeva che il giorno in cui avrebbero dovuto abbandonare il borgo sarebbe giunto. La rocca era il loro quartiere generale. Salì gli scalini ed entrò nel giardino adiacente le mura. Le sue compagne erano già all’opera, si stavano allenando con i manici di scopa, a cui avevano fatto la punta, e infilzavano dei materassi che erano stati legati a una fune tesa fra due alberi. Si erano inventate quell’esercizio per rinforzare i polsi e irrobustire le braccia. Oltre alle lance, nella chiesa, avevano a disposizioni coltelli da carne molto affilati, due falci e tre pennati. Questo era il loro arsenale, peccato che fossero tutte armi a corto raggio che le avrebbero messe a rischio di vita se avessero sbagliato il colpo o se si fossero fatte prendere dal panico. Con questi pensieri in testa Carla prese un pennato, appoggiato su una panchina, e si diresse verso un albero: sul fusto, con un gesso rosso, avevano disegnato un cerchio a un’altezza di 1.80, ben più alto di tutte loro, anche di Emanuela, che era 1.75 circa. Prese la mira e piantò la punta nella corteccia. Questo era facile, il difficile era farla uscire in tempi brevi; doveva calcolare bene la forza: se affondava troppo il colpo poi era un problema estrarlo, se era troppo debole la punta scalfiva la corteccia, scivolando di lato con il rischio di perdere la presa e di ferirsi. Dopo ore di allenamento era diventata brava, riusciva a calibrare bene i colpi, però, finché si trattava dell’innocuo tronco di un albero era un conto, cosa sarebbe accaduto quando si fosse trovata davanti uno zombie pronto ad aggredirla? Lei non li aveva mai affrontati, tutte loro abitavano nel borgo da prima che la pestilenza si manifestasse e, quando fu palese che il contagio fosse inarrestabile, l’unica porta di accesso della cinta muraria fu chiusa. Fu una decisione presa a maggioranza dagli abitanti del borgo, lei non fu d’accordo, ma le sue proteste rimasero inascoltate: in molti bussarono inutilmente in cerca di salvezza e un posto sicuro, ma quelle richieste, suppliche e lacrime rimasero vigliaccamente inascoltate. Da quel momento, chi si trasformava veniva ucciso e ora erano rimaste solo in 19.
L’ultimo a morire fu Bruno, il marito di Giulia, aggredito da Pietro appena aprì la porta della sua cantina in cerca di viveri. Bruno riuscì a uccidere il suo assalitore, ma fu ferito e prima che si trasformasse fu Giulia stessa a porre fine alla sua esistenza. Ancora se lo sognava di notte e si svegliava urlando, facendo sobbalzare le altre sui materassi.
Pietro e Gisella erano due arzilli pensionati sempre in giro fra crociere, gite e vacanze last minute. Nei giorni caotici che seguirono la chiusura del borgo, nessuno si pose la domanda di dove fossero finiti e quei pochi che se lo chiesero pensarono che fossero impegnati in qualche escursione. Invece, i due coniugi, alle prime avvisaglie di quella che poi divenne una pandemia che spazzò via il genere umano, si erano chiusi in cantina con abbondanti provviste; non per nulla, entrambi avevano vissuto i duri anni del conflitto Mondiale. Gisella morì, Pietro si trasformò e rimase rinchiuso all’interno, purtroppo per Bruno.
Col senno di poi, la decisione di non accogliere troppe persone all’interno del borgo si rivelò giusta, se fossero stati di più le scorte alimentari sarebbero finite prima.
Carla si ricordava bene quando la porta fu chiusa. Era nella sua camera e stava navigando con il portatile in Internet, era in cerca di notizie, ma l’apertura delle pagine era molto lenta e alcuni siti non riusciva neanche a visualizzarli. Aveva la televisione accesa, l’ascoltava distrattamente, tanto mandava di continuo i soliti messaggi: non uscire di casa se non strettamente necessario, mantenere la calma, non ingaggiare combattimenti con gli zombie ma darsi alla fuga, e che la situazione sarebbe ben presto tornata alla normalità… Sì, come no. Aveva quindi spento la tv e inserito un dvd nel portatile, mettendosi a guardare un vecchio film. A un certo punto era andata via la luce; aveva premuto l’interruttore del lampadario, niente, forse era scattato il salvavita. Facendosi luce con il cellulare era andata in cucina e aveva controllato il quadro elettrico: era tutto in ordine. Aveva guardato dalla finestra, anche i lampioni in strada erano spenti. La venne un brutto presentimento. Aveva cercato una torcia, poi aveva preso le chiavi della porta della rocca ed era salita in cima alla torre. Conosceva Adamo, il vecchio custode con il quale aveva un rapporto di amicizia, per questo poteva usufruire dell’accesso quando voleva. Una volta in cima non aveva visto neanche una luce, le tenebre regnavano ovunque, si distingueva solo il bagliore rossastro di un incendio dietro il monte Serra, che separa Lucca da Pisa. Aveva sentito il rumore di elicotteri, poi aveva visto le luci di posizione, erano tre velivoli che si erano avvicinati veloci per poi sparire in direzione della costa. Era infine scesa sconfortata, le sue più buie paure si erano materializzate. In strada aveva trovato gli altri abitanti del borgo, radunati sul piazzale della chiesa, che stavano discutendo aspramente. Si unì anche lei. Dopo una tesa discussione, fu presa la vigliacca decisione di chiudere la porta di accesso.
Alle 23.30 di quel mercoledì sera anche l’umanità cessò di esistere.

Specifications

  • Pagine: 90
  • Anno Pubblicazione: 2020
  • Formato: a5
  • Isbn: 9788898423903

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