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Roberto Piccinini
Io e gli zombie

Io e gli zombie

La popolazione mondiale è stata decimata da un letale virus che trasforma gli esseri umani in zombie.
Roberto, dopo aver perso la moglie, ha una sola speranza per sopravvivere: rifugiarsi a Lucca, che con la sua cinta muraria medievale ancora intatta può garantire protezione. Ma arrivarci non sarà semplice. Attraverso un paesaggio fatto di devastazione e disperazione, proverà a portare a termine quella che sembra essere un’impresa disperata.

 

Roberto Piccinini nasce nel 1965 a Lucca, dove tuttora vive con sua moglie Laura e il figlio Stefano.
Da sempre appassionato di fumetti, libri, film di fantascienza e apocalittici, ha deciso di mettere nero su bianco la sua passione.

 

Per la serie completa di IO E GLI ZOMBIE, collegati al sito della casa editrice www.ektglobe.com o scrivici a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

Primo capitolo

Ecco, ora sono rimasto solo! Questo è quello che penso mentre con la mano accarezzo delicatamente il viso della mia adorata moglie Laura; la febbre l’ha consumata, forse fra poche ore si sveglierà trasformata. Sono seduto sul nostro letto, vicino a lei, le ho tenuto la mano fino all’ultimo accarezzando la sua pelle con il pollice, sperando in un miracolo che non si è compiuto, cercando di trattenerla con me il più a lungo possibile. Le ricordavo le cose che avevamo fatto insieme e quelle che dovevamo ancora fare, provavo a tenerla vigile con la mia voce, cercavo una reazione sul suo viso contratto dal dolore. Avrà avvertito che ero vicino a lei? Il suo respiro si era fatto sempre più affannoso per poi cessare del tutto e io sono scoppiato a piangere, poggiando la testa sul suo petto, sperando in un battito che non c’era più.

La camera ora è semibuia, la luce del sole mattutino filtra dalle righe delle imposte chiuse disegnando linee bianche sulla parete opposta. Vado ad aprire la finestra per fare entrare aria fresca, era chiusa da settimane nel tentativo di tenere fuori il virus: non è servito. Apro anche le imposte, ormai non ho più nulla da temere, non serve più nascondersi, non ho più niente che mi trattenga in questo mondo perduto.

Dei merli spaventati si alzano in volo dai rami del grande olivo nel giardino, uno tiene stretto qualcosa nel becco giallo, forse un verme. Sembrerebbe una normale giornata estiva, se non fosse per quel silenzio innaturale che pervade tutto, nessun rumore di traffico o del vicinato.

Nella strada privata, dove abito a Porcari, non vedo nessuno, è deserta. Le case sull’altro lato della via sono vuote, abbandonate, i vicini le hanno lasciate, se ne sono andati per rifugiarsi chissà dove... o saranno morti anche loro. L’unica macchina che si vede è la mia, parcheggiata in strada, con un leggero strato di polvere sopra.

I raggi del sole bruciano la pelle, l’aria è già rovente a quest’ora, sono settimane che questa ondata di caldo eccezionale non dà tregua.

Io invece ho dentro tutto il gelo della perdita.

Penso a Stefano, mio figlio, che è a Roma. Era partito dopo aver conseguito la laurea in Storia, era andato nella capitale in cerca di un posto di lavoro; prego perché sia riuscito a mettersi in salvo. Non l’ho più sentito da quando le comunicazioni telefoniche sono state interrotte. Nell’ultimo messaggio che abbiamo ricevuto scriveva che stava cercando di lasciare Roma e che non dovevamo preoccuparci perché sarebbe riuscito a tornare a casa in un modo o nell’altro.

Nella capitale era il caos, rivolte per il cibo erano all’ordine del giorno. L’esercito, per non far diffondere il contagio, aveva istituito un cordone sanitario e non faceva evacuare nessuno; mentre i membri del Parlamento, le alte cariche dello Stato e i loro familiari erano stati messi al sicuro nelle viscere del Gran Sasso, almeno questo era quello che circolava su internet.

Roma, la città eterna... Chissà se sopravvivrà anche a questo.

Guardo fuori, non c’è nessun movimento, questo è un bene. Laura ora ha un’aria serena, ha sofferto a lungo, le avevo dato degli antipiretici per farle calare la febbre ma non erano serviti a nulla. Devo aspettare per vedere se si trasformerà in un essere avido di carne umana o se è morta.

Non mi capacito ancora della velocità con cui è collassato il mondo, solo poche settimane fa era ancora quello che conoscevamo.

La prima volta che avevo sentito parlare di questo flagello era stato al telegiornale nazionale nel classico servizio di chiusura, dopo quello sul caldo anomalo che stava facendo registrare picchi di calura fuori norma in tutto il globo e poco prima di parlare del criceto sciatore o della cagna che allattava un gattino. Il giornalista riportava la notizia di un ceppo d’influenza, molto virulento, in una remota provincia cinese, se non ricordo male al confine con la Corea del Nord e la Russia. Il servizio terminava con il cronista che, con un sorriso ironico, commentava che era un’influenza che provocava delle morti apparenti.

Ricordo che stavamo pranzando e dissi a Laura: «Che cazzata! Che vuole dire morti apparenti? O sei morto o sei vivo, non sanno più cosa inventarsi.»

Nei giorni successivi la notizia scalò la classifica fino a essere inserita fra i servizi di apertura, anche se non si sapeva nulla di preciso, erano tutte supposizioni, ma tanto bastava. La Cina non faceva trapelare dati circa il diffondersi dell’influenza e dei decessi, anzi, aveva chiuso aeroporti e porti e addirittura rifiutava gli aiuti medici internazionali che le venivano offerti. Inoltre, aveva anche oscurato Internet, con la scusa di proteggersi dai ripetuti attacchi da parte di non meglio identificati hacker. Dalla Corea del Nord non si riusciva a sapere nulla a cose normali, figuriamoci ora. Fonti non confermate, provenienti dalla Corea del Sud, riferivano di un grande spostamento dell’esercito nordcoreano verso il confine con la Cina, che a sua volta faceva affluire le sue truppe nella stessa zona. Si parlava anche di bombardamenti con sostanze incendiarie effettuati dall’aviazione cinese su vaste aree montane entro i loro confini. La Russia si era chiusa in un riserbo totale, una cosa che non si era più vista dai tempi della guerra fredda; anche loro stavano inviando divisioni corazzate verso la stessa zona di confine, con la motivazione ufficiale di fare esercitazioni già programmate, ufficiosamente per scoraggiare un’eventuale invasione da parte dei vicini asiatici.

In seguito giunsero notizie allarmanti di focolai di questa anomala forma influenzale che si stavano verificando anche nelle città di Sapporo in Giappone, Numrug in Mongolia, Seoul in Corea del Sud, Vladivostok in Russia e a Manila nelle Filippine.

Le borse internazionali avevano cominciato a subodorare qualcosa, le sedute si erano chiuse con dei ribassi a doppia cifra, l’unico comparto azionario che ancora guadagnava era quello delle multinazionali farmaceutiche.

Io continuavo a credere che il tutto fosse un'esagerazione, come la SARS, l'aviaria o l’influenza A, pandemie che avrebbero dovuto provocare milioni di morti e che invece ne avevano causate quanto una comune malattia infettiva. L’allarme aveva solo contribuito a ingrassare le case farmaceutiche che avevano venduto miliardi di inutili vaccini.

Laura invece pensava già al peggio, voleva andare via, lasciare la città per rifugiarsi nella nostra casa in montagna a Pascoso, un piccolo paese di poche centinaia di anime adagiato fra i monti e i lussureggianti boschi di castagni della media valle Garfagnana. Come al solito aveva ragione lei, la guardo e spero che ora apra gli occhi, si alzi e dica: «Hai visto? Cosa ti avevo detto!» ma lei rimane immobile.

Per tranquillizzarla avevo aderito alla sua richiesta di fare una grossa spesa, così da avere in casa una buona scorta alimentare e di acqua.

Quel giorno al supermercato non trovai parcheggio, alla fine lasciai la macchina in divieto di sosta sopra un marciapiede a una certa distanza dal centro commerciale. Una volta dentro, il delirio: non credevo ai miei occhi, centinaia di persone spaventate si aggiravano per le corsie riempiendo il carrello con ogni cosa che gli capitava sottomano. Mi colpì molto vedere un’anziana signora vestita elegantemente in fila alla cassa, che aveva nel carrello, oltre a pochi generi alimentari, decine di scatole di cibo, croccantini e confezioni di sabbia per la lettiera dei gatti.

Laura e io riuscimmo a prendere un carrello a testa, avevamo stilato una lista di quello che ci serviva. Saltammo la frutta, la verdura, i latticini e andammo subito a prendere l'acqua, trovammo il reparto vuoto e una fila di gente che aspettava che gli inservienti integrassero le scorte. Lasciai Laura in fila e andai a prendere le lattine di fagioli, sugli scaffali c’era poca merce, buttai nel carrello tutto quello che mi capitava sottomano. Dopo andai nella corsia della pasta, una commessa prendeva da un bancale le scatole di cartone le apriva e gettava sui ripiani i pacchetti di pasta, non faceva in tempo a metterli che sparivano. Mi feci coraggio, andai al bancale e presi tre scatole, le misi nel carrello fra le proteste delle persone che aspettavano e me ne andai veloce; una donna mi inseguì offendendomi poi tornò al suo carrello, mi vergognai. Tornai da Laura, anche lì stavano scoppiando tafferugli, c’era gente che aveva preso decine di confezioni di acqua e gli altri che erano in fila protestavano. Quando toccò a noi, ci dettero solo dodici bottiglie a testa. Ci separammo di nuovo, io andai nel reparto pane e in quello della carne, lei a prendere scatolette di tonno e poi alle confetture. Mentre sgomitavo per prendere le confezioni di pane in cassetta, venni interrotto da una ragazza minuta che aveva nel carrello poca roba.

«Mi può dare della pasta per favore, è terminata.»

Mi guardava con occhi imploranti, aprii una scatola di spaghetti e le diedi metà del contenuto, le misi nel carrello anche del pane, delle scatole di fagioli e dei vassoi di salcicce.

Lei giunse le mani sotto il mento.

«Grazie, grazie, le sono davvero grata» aveva le lacrime agli occhi.

La lasciai e andai in cerca di Laura, la trovai alle casse dove c’erano delle file lunghissime.

«Non sono riuscita a trovare molto, gli scaffali erano vuoti, però ho preso tante confezioni di frutta secca, lì non c’era nessuno.»

«Non ti preoccupare» la rincuorai. «Abbiamo fatto una discreta scorta, vedrai che ci basterà. Fra poche settimane, quando si sarà calmata la situazione, il governo farà arrivare altra merce e noi torneremo a comprarla» non ci credevo neanche io.

L’attesa prolungata faceva innervosire ancora di più le persone. Ognuno aveva fatto una spesa enorme, i carrelli traboccavano da tanto che erano colmi e le cassiere impiegavano molto tempo per passare tutti i prodotti sullo scanner. Inoltre dovevamo fare la guardia ai carrelli per evitare che qualcuno si servisse direttamente dai nostri, rubando quello che non era riuscito a trovare sugli scaffali. Più il tempo passava, più la tensione aumentava. A un certo punto una famiglia si staccò dalla fila, passò dall’uscita dei senza acquisti facendo suonare il cicalino d’allarme e si diresse verso l’uscita con i carrelli pieni, senza pagare. Il vigilante cercò di fermarli ma l’uomo e la donna insistevano per andarsene; intervenne anche il direttore, ma la coppia non volle sentire ragioni e proseguì verso l'uscita.

Il giovane vigilante li raggiunse, gli si parò davanti ed estrasse la pistola puntandola contro l’uomo che aveva nel carrello, oltre alla spesa, una bimba di circa quattro anni, la quale, già spaventata per quella baraonda, alla vista dell'arma cominciò a piangere. Non sentivo cosa dicevano, il chiacchiericcio e il rumore delle casse coprivano le parole, quando la gente si rese conto di quello che stava accadendo calò il silenzio, anche le cassiere smisero di passare la merce e si girarono a guardare. Il direttore si accostò al vigilante, era in chiaro dissenso con quel gesto.

«Tommaso, non fare stupidate, abbassa la pistola» gli disse e quando gli fu vicino gli alzò il braccio che impugnava l’arma, dalla quale partì un colpo che fece esplodere una luce incassata nel soffitto, il boato risuonò a lungo nel vasto locale. Quella fu la classica goccia che fece traboccare il vaso. Si scatenò il panico, la gente correndo e spingendo i carrelli si diresse alle uscite ignorando le cassiere spaventate e gli inservienti che cercavano di frenare quella fuga di massa. Anche noi ce ne andammo. Passammo accanto alla coppia che aveva dato il via al tutto, l’uomo aveva aggredito il vigilante che era riverso a terra con la bocca sporca di sangue e una mano premuta sul naso, gli aveva strappato la pistola con cui ora stava tenendo sotto mira il direttore, il quale teneva le mani tremanti alzate. Raggiungemmo la macchina, mentre Laura caricava la spesa io facevo la guardia brandendo il cric, ero spaventato.

Dalle prime notizie si passò ben presto all’emergenza, i casi d’infezione si stavano velocemente estendendo in molte nazioni. Gli USA, il Canada, il Sud America, l’Europa orientale registravano centinaia di migliaia di casi. L’OMS fece chiudere lo spazio aereo mondiale e il traffico marittimo, ma ormai era tardi, il contagio non si fermava, anzi i casi continuavano a moltiplicarsi in tutto il mondo.

Notiziari, tavole rotonde, simposi e dibattiti erano in onda 24 ore su 24. Insigni studiosi mostravano planimetrie del mondo dove le zone rosse dell’infezione aumentavano e si estendevano a ogni aggiornamento e mostravano grafici che indicavano le percentuali dei contagiati e dei morti.

I cordoni sanitari messi in atto dall’ OMS non riuscivano a contenere il propagarsi del virus perché nessuno aveva ancora scoperto dove il contagio fosse iniziato, come si propagasse e soprattutto nessuno sapeva come fermarlo.

Nella comunità scientifica c'era chi sosteneva che l’agente patogeno si trasmettesse per via aerea, chi tramite la puntura di insetti, però tutti concordavano nel dire che il contatto diretto con un infetto, tramite morso o graffio, fosse una condanna sicura.

Il decorso classico della malattia consiste prima nella febbre molto alta, poi la morte, dopo c’è un intervallo di qualche ora, quindi la persona può risvegliarsi trasformata in zombie (questo è il nome che subito fu assegnato loro, perché ricordavano molto i personaggi della letteratura e del cinema horror) oppure, se è fortunata, è deceduta per sempre.

Scienziati e medici si prodigavano nel dare istruzioni su come evitare di contrarre l’infezione e nel tranquillizzare la popolazione; dicevano che tutto si sarebbe risolto, che c’era già un vaccino in fase di avanzata sperimentazione che impediva la propagazione del virus nel corpo, almeno questo era quello che dicevano a noi comuni mortali. Su internet giravano voci che in tutto il mondo le alte sfere cominciavano a essere irreperibili, in parole povere i potenti si davano alla macchia e si andavano a nascondere come topi in sicuri bunker. I militari davano consigli su come difendersi dagli zombie, i cittadini erano invitati a non intraprendere nessuna iniziativa e, se li avessero incontrati, avrebbero dovuto allontanarsi e avvertire l’esercito che aveva istituito dei reparti di pronto intervento. Se proprio non ci fossero state alternative, i non morti andavano colpiti alla testa o bruciati, il calore della combustione avrebbe distrutto quello che rimaneva del cervello.

Furono proibiti gli assembramenti. I luoghi di culto erano stati chiusi e la polizia allontanava le persone che si radunavano fuori delle chiese, sinagoghe, moschee o altro per pregare.

Con il passare dei giorni i notiziari attuarono una tardiva censura, per non contribuire ad aumentare il panico fra i cittadini non venivano più trasmessi i video dei disordini che accadevano nel mondo e in Italia. Tutto inutile, i social network, come Facebook, Twitter, YouTube, Instagram erano pieni di richieste d’aiuto, messaggi d’addio e foto orribili. I filmati caricati in rete sembravano dei veri e propri film dell'orrore, scene raccapriccianti riprese con i cellulari di persone sbranate vive; di reparti dell’esercito sopraffatti da migliaia di morti viventi; di polizia che sparava sulla folla davanti ai centri commerciali; di ospedali strapieni di gente moribonda e di centinaia di migliaia di persone che abbandonavano, in un immane esodo, le grandi metropoli mondiali. Col passare dei giorni, i social furono aggiornati sempre meno di frequente, fino a rimanere del tutto inutilizzati.

Per evitare il contagio l’Italia aveva chiuso i valichi e i tunnel che la collegavano con l’Europa. Le città italiane che avevano un porto commerciale o un aeroporto internazionale erano tenute sotto stretto controllo sanitario e fu proprio in queste città che si registrarono i primi casi, subito eliminati per evitare il diffondersi del virus. Per qualche settimana il governo si era cullato nell’idea di riuscire a bloccarlo, tutto inutile.

Anche la Gran Bretagna, che aveva confidato nel suo isolamento dal continente come garanzia di sicurezza, era stata una delle prime nazioni europee ad avere un elevato numero di casi. Uno degli ultimi servizi giornalistici che avevo visto mostrava una Londra in fiamme e le navi da guerra francesi che, per impedire ai profughi potenzialmente infetti di sbarcare sulle loro coste, cannoneggiavano affondando tutte le navi inglesi, sia i traghetti che le piccole barche a vela.

Parlai con i vicini, con gli amici, con i parenti, nessuno aveva un’idea precisa sul da farsi: chi pensava di chiudersi in casa, chi di partire per la montagna o per altri posti isolati. I più ottimisti continuavano a dire che non ci sarebbe stato nessun grave problema e che gli scienziati avrebbero trovato una cura; io ero uno di quelli.

Quando alla fine accettai di partire per Pascoso la situazione a Porcari era già grave, in pochi giorni c’erano stati centinaia di decessi, avvistamenti e aggressioni da parte di zombie, spesso si udivano colpi di fucile e non era periodo di caccia: il virus era arrivato anche da noi.

Venivo da un periodo di ferie, chiamai al lavoro per dire che non sarei rientrato; nell’attesa che dall'altra parte alzassero la cornetta elaboravo delle scuse plausibili, ma non ce ne fu bisogno, non rispose nessuno. Caricai il necessario in macchina, pasta, scatolame, medicine, (non presi da bere, vicino casa c’è una fonte di ottima acqua) e partimmo.

Il traffico era impazzito, c’erano code chilometriche e incidenti. Percorsi strade alternative ma, purtroppo, non fui l’unico ad averci pensato. Procedevo a passo d’uomo, passando davanti alle case vedevo molte famiglie che stavano caricando la macchina, anche loro in fuga.

Quando arrivammo a Ponte a Moriano trovammo il traffico completamente bloccato, in molti avevano avuto la mia stessa idea: abbandonare la città per rifugiarsi in montagna, come fecero gli sfollati della città di Lucca durante i bombardamenti alleati nella Seconda Guerra mondiale.

La Polizia Municipale stava facendo il possibile cercando di ristabilire la circolazione; i mezzi di pronto soccorso erano anch’essi bloccati, molta gente abbandonava le macchine a bordo strada e proseguiva a piedi, trainando grosse valige o con zaini sulle spalle. Scesi dalla macchina per farmi un’idea della situazione e vidi una giovane mamma che spingeva una carrozzina blu biposto, all’interno erano seduti due gemelli di pochi mesi, uno dormiva e l’altro aveva in bocca un ciuccio ed era intento a studiarsi le manine paffute, indossavano delle tutine celesti. La mamma era una giovane ragazza di statura bassa, indossava pantaloni jeans e una camicetta rosa, sulle spalle aveva un grosso zaino da escursionista marrone. Per un attimo il nostro sguardo s’incrociò, aveva gli occhi rossi e gonfi di pianto, non dissi nulla, neanche lei. Tornai alla macchina e, per evitare di rimanere imbottigliato in mezzo a tutta quella gente, feci inversione di marcia. Le auto erano incolonnate su entrambe le carreggiate, percorsi un pezzo di strada con gli pneumatici del lato passeggero sul marciapiede e i pedoni che incontravo mi dimostravano la loro rabbia battendo con le mani sulla carrozzeria. Laura era spaventata, chiuse gli occhi tenendosi alla maniglia della portiera.

Il ritorno verso casa fu tragico, cercavo di consolare Laura che era in lacrime, sperava di andare a Pascoso. La nostra casa è fuori dal paese e la proprietà è recintata con pali di legno e una robusta rete; sul retro e sulla sinistra, a una certa distanza, c’è un fitto bosco di castagni, utili per fornire la legna da bruciare. Nell’ampio giardino ci sono numerose piante da frutto che ho piantato nel corso degli anni e ora avrebbero potuto integrare le nostre scorte di cibo, in attesa che la situazione si fosse normalizzata. Laura confidava in quell’isolamento come fattore di protezione, gli assicurai che ce la saremmo cavata ugualmente; sbagliai per l’ennesima volta.

Sulla via del ritorno provai a passare dal supermercato per incrementare la scorta alimentare, la situazione che trovammo era tragica.

Le forze dell’ordine presidiavano il centro commerciale, avevano sbarrato gli accessi e facevano passare poche persone alla volta, cercavano di dare un minimo a tutti. La folla era impazzita, tafferugli scoppiavano fra la gente per essere fra i primi a entrare e ricevere i viveri. La polizia, nel tentativo di disperdere la ressa, cominciò a lanciare i lacrimogeni, ma ottenne l’effetto contrario: invece di allontanarsi la gente caricò i poliziotti che cominciarono a sparare per difendersi, andammo via prima di restare coinvolti. Oltre all’infezione era arrivata anche la paura e la disperazione.

Una volta a casa scaricammo la macchina e ci barricammo dentro, in quel momento avevo più paura dei vivi che degli zombie. Dalla finestra del primo piano, sul retro, riuscivo a vedere la strada statale, c’era molto traffico, le autoambulanze, le autopompe dei pompieri, i mezzi dell’esercito e della polizia facevano lo slalom fra le macchine.

I giorni passavano e il via vai dei mezzi di soccorso e delle auto si fece sempre più rado, fino a cessare del tutto.

Ogni giorno cercavamo di contattare Stefano senza risultato, la rete telefonica era sovraccarica... poi saltò del tutto. Dopo qualche giorno andò via anche l’energia elettrica, eravamo al buio.

Dalle finestre vedevamo dense colonne di fumo nero che si levavano da varie zone, immaginavamo che fossero incendi di abitazioni o siti industriali; durarono giorni, non c’era più nessuno che si prodigava per spegnerli.

Stavamo sempre abbracciati, sfogliavamo gli album delle nostre fotografie, rivivevamo tutte le foto a una a una, facevamo l’amore tutte le volte come se dovesse essere l’ultima.

Poi a Laura salì la febbre, le era venuta anche una brutta tosse, speravo che fosse un banalissimo raffreddore, invece nel giro di poche ore la temperatura aumentò, la portai sul nostro letto, le stavo vicino tenendole la mano. La colonnina del termometro si fermò perché arrivata al limite, le rinfrescai la fronte con pezze bagnate, non servì, avevo bisogno di ghiaccio, ma senza corrente era impossibile farlo. Stava soffrendo e io non potevo fare nulla, presi la ciotola di plastica contenente l’acqua e dalla rabbia la scaraventai contro l’armadio. Tenevo la sua mano stretta nella mia, la rassicuravo dicendole che non era nulla di grave ma sapeva anche lei che non era così e ora non c’è più.

La nostra è una piccola casa, sopra la zona notte, sotto il salotto, la sala da pranzo e un angolo cucina. Scendo al piano terra, devo andare via, non posso restare qui, questa è la nostra casa, il nostro nido d'amore, troppi ricordi sono legati a queste mura. Prendo le ultime lattine di cibo in scatola, due bottigliette di acqua, eravamo agli sgoccioli, tempo alcuni giorni e sarei comunque dovuto uscire a cercare provviste. Prendo anche un machete, ricordo di una vacanza a Cuba, un coltello modello Rambo e un binocolo comprati durante una gita a San Marino, una torcia a led con carica manuale, una piccola accetta, accendini a gas e pochi indumenti di ricambio, non posso caricarmi troppo se voglio viaggiare veloce.

Sistemo tutto nello zaino che usava Stefano alle medie e in attesa di uscire guardo le fotografie alle pareti, ognuna di esse ha fermato nel tempo un momento che per noi era importante, abbiamo sempre vissuto l’uno per l’altra.

È già passata un’ora da quando è morta, apro il più silenziosamente possibile l’avvolgibile della portafinestra che dà sul giardino di dietro, devo prendere la mountain bike ma voglio evitare di attirare l’attenzione di qualche zombie o vivente che sia; la preparo e controllo le gomme. A lungo ho pensato se prendere l’auto, la moto o la bici, ma alla fine ho scelto quest’ultima perché sicuramente non rimarrò appiedato per mancanza di benzina e, cosa da non sottovalutare, è silenziosa.

Torno in cucina, prendo un coltello da carne, rompo l’impugnatura in plastica, poi smonto il bastone di legno del rastrello che ho preso in giardino, ci faccio un intaglio in cima e ci fisso la lama con abbondante nastro adesivo così da avere una rudimentale lancia; se devo avere uno scontro con uno zombie, meglio farlo da una distanza di sicurezza.

Mentre guardo l'arma, sorrido involontariamente, ripenso a tutti i film che ho visto sugli zombie: quelli di Romero, Resident Evil, The Walking Dead e tanti altri; i protagonisti avevano a disposizione arsenali di armi di tutto rispetto, fucili, pistole, mitra, munizioni infinite, io ho solo questa.

Un’altra mezz'ora è passata, nello zaino metto anche il cellulare e un caricatore a pannello solare. Sul telefonino ho memorizzato molte fotografie e brani degli anni ’80, la musica di quando ci siamo conosciuti; strano a dirsi ma noi non abbiamo una nostra canzone speciale, la nostra colonna sonora abbraccia un intero decennio.

Salgo al primo piano dove ci sono le due camere, la nostra e quella di Stefano, il bagno e una cameretta adibita a studio. Sulla parete delle scale sono appesi molti piatti turistici che abbiamo acquistato durante i nostri viaggi nelle città italiane e nel mondo: ogni volta che visitavamo una città, il nostro primo pensiero era comprarne uno come souvenir. Dopo tanti anni ricoprono l’intera parete: c’è quello di Parigi, di Cuba, delle Maldive, di Roma, di Venezia e tanti altri, un mare di ricordi mi travolge, le lacrime salgono agli occhi e scendono lungo le guance.

Entro in camera, mi siedo sul letto vicino a lei e la guardo. Laura ha la pelle pallida, quasi grigia, comincia ad avere le prime contrazioni alle mani, le sento la fronte, prima scottava, ora è mortalmente fredda. Sfodero il coltello, glielo poggio sulla fronte, devo avere coraggio, un colpo deciso… Non ce la faccio. Mi alzo, gli occhi ancora pieni di lacrime, le do un bacio, le chiedo scusa, prendo un cane di peluche, il suo favorito, e glielo metto sotto il braccio, esco dalla camera e lascio la porta aperta.

Ripenso a quello che dicevano i notiziari, nessuno sapeva dire con certezza come e dove fosse partito il focolaio dell’infezione, il cosiddetto “paziente zero”. Le superpotenze si incolpavano a vicenda; i fanatici della teoria del complotto davano la colpa alle case farmaceutiche che avrebbero rilasciato un virus influenzale che poi è mutato; i pacifisti ai militari e alle loro armi batteriologiche, forse una era fuoriuscita durante un esperimento; gli ambientalisti all’uomo stesso che per anni ha sfruttato e violentato la Madre Terra e ora lei si sta liberando dei parassiti. Poi erano saltati fuori gli alieni; le scie chimiche; i Maya; la furia Divina e altre mille ipotesi, tutte valide, tutte assurde. Devo dire che dobbiamo ringraziare i potenti, nel momento più critico non hanno dato il via a un olocausto nucleare, almeno quello ce lo siamo risparmiato.

Sono le prime ore del pomeriggio, levo la porta che dà sul giardino posteriore e quella che dà sul davanti, in questo modo lei potrà andare dove vorrà. Nel nostro giardino le rose sono sbocciate, erano la passione di Laura, le accudiva amorevolmente e con i fiori creava delle splendide composizioni; ora non potrà mai più sentire il loro delicato profumo. Ricordo che alla televisione dicevano che, di solito, gli zombie continuano a frequentare i luoghi che hanno frequentato da vivi, non si spiegavano il perché, forse una parodia della vita che conducevano prima, una routine quotidiana che hanno impresso nella mente e che ripetono da morti.

Scrivo una lettera su un foglio a righe.

“Stefano, perdonami se puoi, mi dispiace ma non sono riuscito a proteggere la mamma, ho fallito. Vado via, non posso rimanere qui, andrò a Lucca, spero che un giorno riusciremo a incontrarci di nuovo. Se leggi questa lettera, controlla se la mamma è ancora in casa, ti prego di non ucciderla. Ti voglio bene.”

La metto in un porta documenti di plastica trasparente per proteggerla dalla pioggia, con del nastro adesivo la fisso al cancello e sopra a grandi lettere scrivo: “Per Stefano”. Quando tornerà, la leggerà perché sono sicuro che riuscirà a tornare.

Indosso un giubbotto tipo militare, lo usavo quando andavo a cercare funghi, metto lo zaino sulle spalle, sistemo il machete e il fodero del coltello alla vita, in modo che non mi diano fastidio nel pedalare. Vicino alla porta c’è una gigantografia che ci ritrae nel giorno del nostro matrimonio, mi fermo qualche minuto, perso nei ricordi. In un attimo rivivo quel giorno come se fosse oggi: era una fredda giornata piovosa di gennaio, ma noi non lo avvertivamo, il nostro amore ci scaldava; lei era

bellissima vestita di bianco, ancor prima di sposarla sapevo di non meritarmela.

Prendo la bici ed esco, in strada non c’è nessuno, le finestre dei vicini sono chiuse. Il sole picchia duro, sono già sudato, ma il giubbotto lo tengo lo stesso: in caso d’incontri troppo ravvicinati voglio avere meno pelle scoperta possibile.

Non so se chiudere il cancello o meno, infine decido di lasciarlo aperto, confido che nessuno venga a farle del male, inforco la bici e parto.

Specifications

  • Pagine: 134
  • Anno Pubblicazione: 2017
  • Formato: a5
  • Isbn: 9788898423507

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