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Fabrizio Cennamo
L'ambiguità del buio

L'ambiguità del buio

“La metropoli fagocita i suoi abitanti, poi li rigetta. Lasciandoli soli, dispersi tra le sue strade, le sue leggende, la sua violenza. […] Nei quartieri come il Rebis o all’Avana il marcio della gente viene nascosto sotto un tappeto fatto di avidità, ignoranza e ipocrisia. E quando il marcio dilaga, corrompe la carne e lo spirito. Per arrestare la sua corsa bisogna intervenire alla radice.
Con l’accetta.”

Come in una visione distorta, l’ordine delle cose sembra esser stato invertito. Le città sono in mano alla malavita e la delinquenza spadroneggia nei quartieri e per le strade. Gli omicidi sono all’ordine del giorno. La violenza è il pane quotidiano e la perversione ammorba l’anima delle persone.
La corruzione ha demolito gli organi istituzionali e le forze dell’ordine combattono una guerra impari che sembra destinata a essere perduta.
Qualcuno però ha deciso di non arrendersi e per lottare è disposto a mettersi sullo stesso livello del male.

 

Fabrizio Cennamo nasce a Roma nel 1979. Cresciuto nella periferia della Capitale, oggi è libraio e negli anni ha dato forma a una vasta produzione di racconti e romanzi di genere pulp, horror e science fiction. La musica rock e il cinema sono altre sue grandi passioni. Diverse sue opere hanno ricevuto dei riconoscimenti.

Primo capitolo

1. Non ti farà male.

 

Aveva legato la ragazza alla panca con delle corde di nylon.

Era un vecchio attrezzo da bodybuilding, recuperato in un mercatino dell’usato, ma perfetto per i suoi scopi. Leggero e maneggevole, aveva la possibilità di cambiare posizione da sdraiato a seduto in poche mosse. Poi le barre, un tempo sostegno per il bilanciere, si rivelarono molto utili per tirare le funi e fare i nodi. L’imbottitura era un po’ rovinata, in qualche punto il rivestimento in eco-pelle era strappato e si vedeva la spugna, ma non importava. Non doveva essere comoda.

Le corde erano state intrecciate intorno al corpo con passaggi fitti per immobilizzare braccia, mani e gambe, ma non i piedi che restavano liberi. Le trame aggredivano la pelle nuda arrossandola e costringevano la carne con una tecnica mista bondage studiata nei minimi dettagli. Il seno nudo, stretto in una legatura che lo faceva protendere in maniera esagerata, sembrava composto da due sfere indipendenti che stavano per staccarsi.

La donna, completamente svestita, indossava solo un paio di scarpe, un modello di sandalo da sera nero, con un tacco vertiginoso. L’oggetto del reato, causa ed effetto di quell’atroce sofferenza.

Sceglieva le sue vittime in base alle calzature che indossavano. Andava per i negozi del centro o alla galleria commerciale e le osservava camminare. Stivali, sandali, tronchetti, scarpe aperte, con la zeppa. Era il suo passatempo preferito. Odiava le ballerine, gli anfibi e le scarpe da ginnastica. Trovava che una donna non dovesse mai indossare una cosa del genere. Non era femminile. Al contrario, le sue preferite erano i decolté e gli stivali in pelle nera, meglio se con tacchi molto alti.

Quando qualcosa attirava la sua attenzione perdeva la testa ed entrava in azione. Di solito cercava di rimorchiare la ragazza o la donna con un espediente. Un’informazione, un gelato, una sigaretta. Se non funzionava a volte lasciava perdere e rimandava. Quando proprio non poteva rinunciare usava un fazzoletto imbevuto di cloroformio per anestetizzare la sua vittima.

 

La ragazza che aveva sequestrato stava immobilizzata in posizione supina da molte ore e, sfinita, era riuscita anche ad addormentarsi. Ora, sveglia, respirava affannosamente con il cuore che pompava a mille all’ora per la paura; un morsetto le cingeva la bocca per non farla gridare e l’adrenalina la faceva sudare. L’attaccatura dei capelli neri e lisci era madida ed emanava un gradevole odore di ferormoni.

La poveretta non aveva resistito tutto quel tempo e si era fatta la pipì addosso.

Procedeva tutto secondo programma, proprio come piaceva a lui.

Aveva preso un volume dalla libreria e lo stava sfogliando. Era una scaffalatura grande e ben fornita; un occhio attento si sarebbe accorto che i saggi e le enciclopedie superavano i romanzi. D’altronde aveva fatto studi scientifici e aveva esercitato per alcuni anni la professione d’infermiere al policlinico, per questo aveva un bagaglio di conoscenze tecniche raffinate. La sua competenza gli permetteva di lavorare part-time come rappresentante per una multinazionale farmaceutica, motivo per cui aveva la possibilità di accedere ad ospedali, farmacie e studi medici per procurarsi con facilità i medicinali che gli servivano.

Indossava un camice bianco e passeggiando per la stanza iniziò a leggere ad alta voce facendo attenzione che lei ascoltasse.

“Le parafilie sono pulsioni erotiche, connotate da fantasie o impulsi intensi e ricorrenti, che implicano attività o situazioni specifiche che riguardino per esempio l’utilizzo di oggetti, che comportino sofferenza o umiliazione, o che siano rivolte verso minori o persone non consenzienti.

Vengono considerate parafilie tutti quei comportamenti sessuali atipici per i quali il soggetto sente una forte e persistente eccitazione sessuale. Nella maggior parte dei casi tale condizione erotica è vissuta in serenità. Quando questo comportamento diventa invece una forma di dipendenza e il soggetto accusa difficoltà interpersonali, allora è utile introdurre il concetto di disturbo parafilico. In questi casi, oltre ad avere un intenso e persistente interesse sessuale per queste particolari attività, vive la stessa esperienza con disagio, tanto da arrecare danni a se stesso o agli altri.

Benché le parafilie e le perversioni non siano un illecito, se utilizzate tra persone adulte e consenzienti, il limite tra legittimo e illegale è labile ed è necessario fare attenzione perché non si trasformino in azioni crudeli o violente.”

La prigioniera emise un gridolino di disapprovazione agitandosi nell’imbavagliatura.

«Tutte stronzate!», disse richiudendo rumorosamente il libro. «Queste persone inventano una teoria e poi fanno di tutto per dimostrare che sia valida!» Posò il volume su uno scaffale a caso e si avvicinò scuotendo la testa in segno di disappunto. «Ogni persona vive di passioni. L’erotismo, il desiderio di vivere un’avventura eccitante, le fantasie carnali sono parte integrante della vita sociale. Uomini e donne di ogni razza e orientamento sessuale sognano di soddisfare i loro bisogni e appagare anche gli istinti più pericolosi. È un retaggio umano nato nella notte dei tempi. Cosa significa, quindi, che siamo tutti criminali?».

Rise di gusto nel suo delirio di onnipotenza. La ragazza voleva dirgli che il brano appena recitato affermava proprio l’esatto contrario di quello che farneticava, ma chiaramente non ne ebbe la possibilità e, una volta che l’uomo le fu vicino, si chinò e cominciò ad annusarle i piedi.

«Io vivo di questo». E tra gemiti di piacere iniziò a leccare le scarpe: la tomaia, la suola, le cinghie; poi le parti aperte dove poteva raggiungere il piede nudo: il calcagno, le dita, le unghie coperte da uno smalto scarlatto.

Lei provò invano a sfuggire a quella pratica e, nel frattempo, cercava di capire com’era fatto il locale in cui era prigioniera, sperando di liberarsi e scappare. Riusciva a scorgere solo una grande sala, come quella di un ambulatorio medico, ma non riusciva a vedere di più. Pesanti tende e separé di metallo dividevano lo spazio in diversi ambienti, come se ci fosse anche un appartamento ricavato in un loft. Provava a dimenarsi in tutti i modi ma non riusciva a muoversi neanche di un centimetro. Era inerme, non aveva alternative, voleva restare viva ma le rimaneva solo la forza della disperazione.

L’uomo estrasse dal camice una siringa e le fece una puntura nella parte scoperta della coscia iniettandole una dose di pentotal. Poi si alzò, si avvicinò ad un carrello porta attrezzi e prese un seghetto elettrico.

Con un sussulto, la donna cominciò ad avere le convulsioni; adesso piangeva disperata emettendo soltanto miseri suoni gutturali, mentre la gamba destra si addormentava rapidamente.

Il suo aguzzino collegò la spina ad una prolunga e si avvicinò alla panca. Accese lo strumento e il ronzio si fece insopportabile.

«Non ti ucciderò», le disse come per tranquillizzarla. «O comunque, non io».

Avvicinò la lama e sembrò quasi prendere le misure.

Il terrore che provava la ragazza era al culmine, tanto che gli occhi sembravano schizzarle fuori dalle orbite, ma l’anestetico la stava stordendo.

«Non ti farò male», disse spingendo la lama in avanti. Il seghetto entrò nella carne appena sopra la caviglia e trovò subito il duro dell’osso finale della tibia, ma avanzò senza problemi.

Al primo schizzo di sangue la ragazza, stremata, svenne.

Specifications

  • Pagine: 164
  • Anno Pubblicazione: 2020
  • Formato: a5
  • Isbn: 9788898423873

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