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Marianna Malandruccolo
La leggenda degli Dei maledetti

La leggenda degli Dei maledetti
La Dinastia

Tra i litigi con la coinquilina, le bevute con le amiche e le lezioni universitarie, la vita di Anita trascorre senza grandi scossoni. È solo quando conosce Lucas Duport, assistente del professore di Storia Romana, che i nodi vengono al pettine e la sua vita comincia a rivelarsi non così ordinaria come l’aveva sempre pensata.
Un passato dimenticato comincia a farsi largo tra i suoi ricordi, fino a confondersi con leggende mitologiche e creature ultraterrene.
Ma cosa c’entra lei in tutto questo? E l’incontro con Lucas è stato davvero del tutto casuale?
Anita ha solo un modo per fare chiarezza: scoprire se stessa una volta per tutte!

 

Marianna Malandruccolo è nata nel 1986 a Frosinone, dove ha studiato Lettere e Filosofia e tuttora risiede.
La sua passione più grande è la letteratura e si cimenta nella scrittura da sempre, dilettandosi in fanfiction.
La leggenda degli dei maledetti è il suo primo romanzo.

Primo capitolo

L’ incontro.

 

Il suono della sveglia, quell’ultima mattina di settembre, non mi infastidì più del solito. Stiracchiandomi, ancora avvolta dalle lenzuola, mi resi conto che fuori, finalmente, dopo quasi un mese di nubi e pioggia, a Cassino era tornato il sole. Doveva essere bello radioso. I suoi raggi entravano prepotentemente tra le fessure delle persiane semichiuse.

Pigramente mi alzai dal letto e mi diressi verso il bagno. Stranamente era libero. Tania ancora non lo aveva invaso; ne approfittai.

Neanche il tempo di una doccia fugace che incominciai a sentire bussare ritmicamente alla porta. Il rumore divenne più intenso e alquanto irritante nel giro di poco.

«Ti vuoi muovere? Sono in ritardo» E ancora: «Anita, hai fatto? Anita!»

L’arpia si era alzata. La pace era conclusa. Sapevo benissimo che non mi avrebbe dato tregua fin quando non le avessi lasciato campo libero.

«Ehi, ti degni almeno di rispondermi? Anita, hai finito?»

Sarebbe stata capace di assillarmi fino allo sfinimento. Era inarrestabile.

Discutere con lei non aveva mai portato a una conclusione sensata. Lei e le sue ragioni, seppur inesistenti, dovevano prevaricare su chiunque, non poteva essere altrimenti. Ottusa era l’aggettivo che pensavo la rispecchiasse meglio.

«Tania, un attimo» risposi con tranquillità, senza farmi influenzare dalla sua petulanza. «Sono appena uscita dalla doccia, concedimi solo…»

Non riuscii a terminare la frase. Con arroganza sovrastò la mia voce.

«Senti, tu non hai lezione oggi. Anzi, tu non ce l’hai mai perché non ci vai mai. Io invece si. Il professore non accetta ritardi, come non concede assenze. Non posso permettermi di saltare esami per colpa tua.» Poi proseguì alzando sempre più la voce: «Anita, mi senti?»

Avvolta nell’accappatoio, con tutti i capelli zuppi, uscii fuori come una furia, lanciandole uno sguardo torvo.

«Tania, forse ti sembrerà strano, ma il mondo non gira intorno a te. Mi concedi solo un minuto per il phon, diamine?!»

Senza neppure degnarmi di uno sguardo, mi rispose avviandosi nella toilette.

«Punti di vista. Hai i capelli corti, ci impieghi poco ad asciugarli.»

Odiavo la sua voce. Sembrava quella di una bambina viziata intrappolata in un corpo adulto. Andando verso la mia stanza, notai un top a scacchi, nero e bianco, sul tavolino della sua camera. Feci un profondo respiro per attutire il nervosismo: Ecco dove era finito, pensai. Tornai in direzione del bagno con faccia ingrugnata e pronta per la guerra.

«Prima di appropriarti delle cose altrui, almeno chiedi il permesso!»

Silenzio. Nemmeno si degnò di scusarsi.

Onde evitare un clamoroso litigio e rovinarmi per l’ennesima volta la giornata grazie a lei, corsi a cambiarmi per uscire il più velocemente possibile da quella casa.

Strofinai sui capelli un piccolo asciugamano, che poi buttai incurante dentro la cesta dei panni sporchi. Senza badare troppo al fatto che avessi ancora la testa umida e che avrei rischiato di ammalarmi, passai alla ricerca degli abiti. Indossai le prima cose che trovai: un jeans bianco a sigaretta, una t-shirt aderente color lilla e le mie adorate e comode converse nere, con rifiniture viola scuro. Per sicurezza mi legai in vita una felpa. Le temperature non lo richiedevano, ma conoscevo bene Cassino e i suoi repentini cambiamenti climatici.

Mi munii infine di tracolla e corsi via. Le lasciai anche il top.

Di cartelli "Affittasi camera" era pieno. Si vedevano ovunque. Anche attaccati ai tronchi degli alberi.

Più volte pensai di andare via, ma altrettante volte non ebbi la voglia di farlo. Quell’appartamento mi piaceva. La pigione era accessibile, le bollette erano basse, il proprietario era un buon uomo e, inoltre, aveva una locazione idonea alle mie necessità: mi trovavo a due passi dall’università, proprio come dal lavoro. Non era né grande, né piccola e d'inverno bastavano poche ore di riscaldamento per ottenere subito il tepore desiderato.

L’appartamento faceva parte di una piccola palazzina che ne comprendeva altri tre, oltre al nostro. Due al primo piano e due al secondo. Andavo d’accordo con tutti quelli che ci abitavano. Insomma era perfetta. Peccato per l’unica nota stonata: Tania.

Ho sperato e creduto molte volte che andasse via, che spiccasse il volo per raggiungere la sua cara amica Delia. Sostenevano che il loro sogno fosse convivere e ogni volta che ne parlavano davanti a me, non mancavo di incitarle a seguire le loro aspirazioni: «E allora fatelo, andate, cercate un tugurio adatto a voi.»

Certo che facevano un bel duetto, quelle due. Tania, una sdegnosa megalomane con la puzza sotto il naso, cresciuta nella bambagia grazie ai soldi del paparino ingegnere; e Delia, un’ochetta senza ritegno con un unico hobby: quello di correre dietro alla fauna maschile.

“Fauna maschile” era una termine scherzoso con cui io e le mie due più care amiche, Naike e Diana, indicavamo i ragazzi. Ogni volta che si pronunciava mi spuntava un sorrisetto. In realtà, la prima di noi che usò quella definizione fu Naike. Era la più fantasiosa delle tre. Ma già il suo nomignolo la diceva lunga. Il suo vero nome, Giorgia, fu spodestato proprio da lei, alla "veneranda" età di 5 anni, quando all'asilo raccontò a tutti di chiamarsi Naike e di discendere da un'antica stirpe di fate-principesse di origini irlandesi.

 

Mentre mi dirigevo verso la facoltà di Lettere e Filosofia, ancora irritata da Tania, fui assalita da un dubbio: Troverò il professor Manni?

Era docente di Storia Romana. Avevo deciso di biennalizzare il suo esame, per la bellezza della materia e per l’interesse che aveva suscitato in me la prima parte sostenuta con ottimo successo: trenta. Ma ero priva del programma da non frequentante e sapevo benissimo che, non potendo andare al corso, oltre ai testi base, mi avrebbe assegnato materiale integrativo.

Le sue lezioni, come quasi tutte quelle degli altri insegnanti, coincidevano con il mio orario lavorativo. Pur essendo commessa part-time avevo turni da rispettare, quindi dovevo adattarmi.

Quel lavoro mi serviva; mi permetteva di pagare affitto, bollette, libri, tasse universitarie e spesa. Per i piccoli sfizi restava ben poco, ma non mi lamentavo.

Lungo il tragitto lo stomaco incominciò a brontolare. Mi resi conto di essere a digiuno. Per la fretta avevo saltato la colazione.

Perderò dieci minuti al bar, riflettei tra me e me.

In cuor mio speravo di non incappare in nessun viso familiare. Quel locale era sempre strapieno di studenti e la maggior parte li conoscevo.

Odiavo sostenere conversazioni false e costruite: «Come stai? È tanto che non ti si vede! Come procedono gli studi? Ti manca molto?» o giù di lì.

I quesiti erano sempre gli stessi. Il solo pensiero di dover rispondere a quelle domande mi faceva venire il magone. Dialogare con loro era una violenza per la mia psiche. Sentirli parlare del futuro, dei loro progetti, delle loro ambizioni era stressante, era angosciante. Lo diventava ancor di più quando volevano indagare su di me. Mi irrigidivo, evitavo risposte troppo articolate e tentavo di spostare l’attenzione sul primo malcapitato.

Cosa avrei dovuto replicare? Io nemmeno ci credevo in un futuro, non riuscivo a concepirlo. Vivevo alla giornata. Ma forse non era nemmeno questo il peggio, bensì la loro voglia di conoscermi, di scoprirmi, di analizzarmi. Perché avevano quella stramaledetta esigenza di sapere chi fossi? Perché non bastavano mai le mie risposte?

Sembrava una congiura contro di me. Tutti pronti, con una pala, a scavare nella mia vita. Non riuscivano a capire, o forse se ne infischiavano, che quello che rispondevo era ciò che potevo e volevo offrirgli.

Eppure io non ero così impertinente, né con loro né con nessun altro. Domande zero. Non mi interessava. Non scandagliavo nelle vite altrui. Avrei voluto che rispettassero il mio silenzio, la mia discrezione. E invece niente. A distanza di anni universitari ancora dovevo divincolarmi alla vista di un conoscente, altrimenti avrei subito un terzo grado.

L’unica ragazza conosciuta da poco, forse meno da un anno, con cui andavo d’accordo era Anna. Era molto socievole, ma allo stesso tempo mai invadente. Inoltre, con mia grande sorpresa, era sempre disponibile a prestarmi appunti e a spiegarmi argomenti e concetti che mi erano poco chiari. Certo, restia com'ero a sbilanciarmi con le persone e diffidente nei loro confronti, all’inizio la sua magnanimità mi parve sospetta, anche perché sembrava farsi andar bene tutto, anche quel mio modo non troppo simpatico di fare. Non che fossi maleducata o arrogante, anzi, sono sempre stata sorridente e cordiale con lei, ma oltre quella patina di superficialità proprio non riuscivo ad andare. Lei sembrava fatta per me invece. Rispecchiava esattamente il mio canone ideale di amica.

Neanche Naike e Diana erano così. Anzi, al contrario, avevano tutto quello che detestavo. Eppure, con loro, era diverso. Mi piacevano. E col tempo avevano conquistato la mia fiducia. Avevo imparato a conoscerle e ad amarle, proprio come loro avevano fatto con me.

Forse sarebbe successo anche con qualcun altro, se solo fossi stata aperta a questa possibilità, per esempio proprio con uno di quei colleghi universitari che cercavo tanto di evitare; non l’ho mai esclusa questa ipotesi, ma semplicemente non mi andava, non ne sentivo l’esigenza.

Con Anna non c’era un vero rapporto, o per lo meno io non lo consideravo tale, eppure non mi infastidiva incontrarla, anche se non riuscivo a darle totale fiducia. C’era qualcosa in lei che non mi era chiaro, qualcosa che mi sfuggiva e questo mi dava motivo di restare sul chi va là. Anche il suo aspetto non mi convinceva. Troppo puro, troppo semplice. Un tipo acqua e sapone che, con la sua lunga treccia da scolaretta, mi ricordava Pollyanna, anche se nel cartone la protagonista non aveva proprio quella pettinatura. Inoltre di lei sapevo ben poco, forse nulla. Ero solo a conoscenza di un fratello maggiore dal nome ignoto e col quale non andava d’accordo. Oltre a questo sapevo che non era fidanzata e che attendeva impazientemente l’arrivo del grande amore. Certo, anche lei era del tutto inconsapevole della mia vita, non lo nego.

Così, su questa base, formulai l’ipotesi più plausibile: io e Anna eravamo siamo simili, due persone riservate. Anche se forse non volevo accettarlo perché, arrogantemente, mi sentivo così diversa, in qualche modo così speciale, da ritenermi unica.

Comunque, anche questa supposizione non andò a placare quel mio sospetto. Proprio non riuscivo a togliermelo dalla testa: nascondeva qualcosa. E io passavo in continuazione dal volerla smascherare a lasciar correre.

 

Arrivata davanti ai due edifici universitari, a circa venti metri dal bar, rallentai il passo svelto mantenuto fino ad allora.

Cercai di focalizzare chi fossero quelle persone sedute ai tavoli fuori.

Okay, nessuno che conosco, decretai.

Ripresi, allora, con andatura veloce e giunsi al Break Caffè. Scrutai dai vetri per capire se anche all’interno avessi avuto via libera. La fortuna mi aveva assistito.

Preferii una colazione rilassante, a quel punto, così mi accomodai a un tavolo vicino al bancone principale, su uno di quegli sgabelli di finta pelle.

«Cappuccino e cornetto» ordinai alla cameriera bassa e pienotta.

Accanto a lei sono un titano, mi dissi sorridendo. Avevo solo dieci centimetri in più, ma per me contavano.

Nell’attesa decisi di controllare la mia tracolla mangia oggetti: Chiavi di casa? Ci sono. Portafogli? C’è. Libretto? Anche.

La mia ricerca fu interrotta da una profonda, calda e sensuale voce maschile.

«Posso?»

Alzai la testa.

Lo vidi lì per la prima volta.

Un giovane ragazzo sulla trentina, capelli nero corvino di media lunghezza, scompigliati dal gel nel modo più ordinato che avessi mai visto. Aveva tratti somatici perfetti. Il suo viso era leggermente spigoloso e ben delineato.

Mi accorsi che, nel guardami, digrignò i denti, perché la sua mandibola si contrasse.

Restai incantata a fissare i suoi immensi occhi che erano di un blu profondissimo. Mai vista una tonalità così intensa.

«Posso?» ripeté un po’ infastidito, indicando il quotidiano posato su uno di quegli sgabelli che circondavano il tavolo.

Sentii percorrere tutta la schiena da un brivido. Mi irrigidii all’istante.

Schiarendo la voce, con modo impacciato, emisi poche sillabe:

«Mmm... sì.»

Fece una smorfia di ringraziamento e subito dopo, con estrema velocità, mi diede le spalle avviandosi verso la cassa. Ordinò qualcosa e andò a sedere a uno dei tavoli fuori. Si posizionò su uno sgabello di fronte ai vetri.

Avevo una visuale perfetta. Riuscivo a scrutare ogni suo movimento.

Mentre lui era concentrato a leggere il giornale, io ero assorta a leggere lui. Rimasi talmente imbambolata da non accorgermi che la cameriera aveva portato la colazione.

Mi accorsi solo allora di averlo squadrato da cima a piedi.

Questo mi creò una sorta di turbamento interiore. Non era da me restare colpita da un ragazzo, anche fosse stato mozzafiato.

 

Con Diana e Naike ero solita fare commenti e apprezzamenti sulla fauna maschile, ma restavano sempre tutti campati in aria. Ero l’impossibile del gruppo. Colei che non riusciva nemmeno ad infatuarsi per un’ora.

«Sei di una stranezza inconcepibile.» Ecco una delle frasi ricorrenti di Naike quando si trattava l’argomento.

Diana, invece, la più dolce delle tre, era solita rincuorarmi: «Non sei un alieno, non preoccuparti. Arriverà il ragazzo giusto che ti farà battere il cuore, bisogna solo attendere.»

Innamorarmi… avrei voluto, sì, ma ero arrivata al punto di volermi innamorare solo per vedere cosa significasse, in realtà.

L'amore però non arrivava e io avevo imparato a farne a meno. Non era una priorità. In fondo adoravo essere corteggiata, desiderata e bramata senza correre il rischio di scottarmi, di soffrire. Lasciavo questa incombenza agli altri. Io prendevo solo la parte migliore, quella che mi faceva sentire speciale.

Non illudevo nessuno, ero chiara con qualsiasi ragazzo stessi frequentando. Se non riuscivo a provare sentimenti - cosa quasi scontata - lo ammettevo senza troppi giri di parole. Troncavo la relazione ancor prima che si potesse definire tale.

«Ma tu nemmeno ci provi» mi rimproverava Naike, ogni volta.

Spesso pensavo che avesse ragione, che avrei potuto sforzarmi, ma poi riflettendoci lo trovavo insensato, inutile. Io davo modo ai ragazzi di farsi conoscere; ci uscivo, li ascoltavo, interagivo con loro, ma quella scintilla proprio non scattava. Non volevo stare con una persona giusto per non restare sola, per ritenermi fidanzata e per sfoggiare un anello. Io cercavo qualcosa di vero, di sentito, di autentico. Quel mio non provarci, come sosteneva Naike, io lo vedevo come un rispettare i sentimenti altrui. Continuare ad avere rapporti con qualcuno che non facesse svolazzare le cosiddette farfalle nello stomaco lo ritenevo subdolo. Fino ad allora, nella mia vita, potevo dire di aver avuto, effettivamente, un unico ragazzo, Simone; anche se di storielle fugaci non potevo dire altrettanto.

Tra le numerose teorie di Naike sul mio comportamento con gli uomini, la più gettonata, quella in cui credeva maggiormente, era quella che, io, definii ironicamente: “La tremenda delusione d’amore”, come fosse il titolo di un libro o di un film.

Secondo lei, il tradimento di Simone, dopo un anno di fidanzamento, aveva creato in me una specie di diffidenza per il genere maschile. E io non la smentivo, ma nemmeno acconsentivo.

Non credevo avesse ragione, ma non desideravo passare per una persona totalmente fuori dal normale, così le lasciavo una sorta di spiraglio di luce sul mio conto.

Io volevo bene a Simone. Nutrivo un affetto sincero e profondo per lui.

Era un ragazzo molto bello. Muscoloso e possente, mi conquistò, però, per la simpatia. Aveva sempre la battuta pronta, ma non era un tipo costruito. Era spontaneo, vero. Anche nelle peggiori discussioni riusciva a farmi ridere con quelle assurde e inverosimili bugie che escogitava al momento, per rimediare ai suoi danni. Quando tentava di rifilarmi menzogne, diventava così fantasioso e buffo da rendersi conto da solo della poca credibilità delle sue parole; così si dava dei colpetti in testa, come per dire a se stesso: «Stupido potevi fare di meglio».

Se la colla che teneva unito il nostro rapporto era la sua simpatia, ciò che ci divise fu la sua infedeltà. Era attraente, carismatico, estroverso, le ragazze gli lanciavano sguardi languidi e lui non li disdegnava nemmeno in mia presenza. Non so quante volte mi abbia tradita precisamente, ma so che molte volte ho fatto finto di non accorgermene.

I primi mesi pensai di amarlo, poi compresi che mi ero innamorata, esclusivamente, dell’idea di amare qualcuno. Quando finì, soffrii poco e niente, sinceramente. Non fui la classica vedova inconsolabile. Dopo la nostra rottura mi mancò molto e, se avessi voluto, avrei potuto dargli una seconda chance, ma non lo ritenni giusto per entrambi. La sua assenza mi dava dispiacere, ma era una malinconia dovuta all’abitudine di non averlo più nella mia vita. Null’altro.

 

Tornò la cameriera lillipuziana al mio tavolo.

«Se non lo bevi si fredda.» Indicò il cappuccino.

La guardai sorpresa. Non capii inizialmente il motivo per cui si sentì in diritto di osservare ciò che facessi.

Poi riprese: «Fa a tutte lo stesso effetto» mi confidò, riferendosi al giovane sconosciuto dagli occhi blu.

Restai esterrefatta. È’ così evidente che lo sto mangiando con gli occhi?, mi vergognai. E polemicamente, tra me e me, pensai: Ma da quando io e Lilliput siamo diventate intime? Ho saltato, forse, qualche passaggio da quando ho ordinato la colazione a quando me l’ha servita? È stato in quell’arco temporale che abbiamo stretto amicizia?

Scossi la testa e poi bevvi un sorso dalla tazza.

Lo zucchero!

Era amarissimo. Credo che, insieme alla smorfia, emisi anche un sibilo di disgusto, visto che mi trovai lo sguardo di un’anziana puntato contro. Ma quelli non furono gli unici occhi a fissarmi. Girandomi verso i vetri, con l’intento di guardare fuori, verso la strada, notai il bell’imbusto sorridermi. Era un vezzo dolce, innocente ma anche divertito. Pensai che stesse osservando qualcun altro. Insicura, mi voltai per vedere chi ci fosse alle mie spalle. Niente, nessuno.

Cavolo, ma ce l’ha con me allora.

Lo esaminai di nuovo e lui sembrò ancor più divertito dal mio gesto. Compresi che aveva assistito alla scena del cappuccino. Chissà che faccia disgustata dovevo aver fatto per attirare la sua attenzione.

Subito dopo mi rimproverai: Mi sto rendendo ridicola.

Continuai a mangiare e a far finta di nulla, anche se lo stomaco, ormai, era chiuso.

Mordevo il cornetto e intanto scrutavo con la coda dell’occhio il bel tenebroso; stavo rischiando lo strabismo.

Lui era sempre lì, a scandagliarmi con le sue ammalianti iridi; si stava ancora prendendo gioco di me.

Se il mio imbarazzo era evidente, la sua spavalderia lo era altrettanto, se non di più. Non ce la feci proprio a reggere quel mero confronto. Quegli occhi indagatori mi avevano lacerato l’anima, mi avevano creato un solco dentro. Non capivo come fosse possibile provare una tale sensazione. Ma soprattutto, per quale motivo la sentissi.

Presi il portafogli dalla borsa, lasciai i soldi sul tavolo e mi diressi verso l’uscita con sveltezza.

Nella foga inciampai nelle gambe di una ragazza. Mi concentrai per non cadere, per mantenere l’equilibrio, e allentai la tracolla che reggevo tra le mani. Cadde tutto a terra.

Diavolo!, imprecai nella mia mente, cercando di non trasformare quei pensieri in parole concrete.

Mi chinai prontamente a raccogliere quelle cose e le buttai alla rinfusa nella borsa, senza ripensamenti. Una volta in piedi non chiesi nemmeno scusa alla moretta che avevo investito con la mia esuberanza e la prima cosa che feci, fu guardare fuori.

Maledizione, ha visto!

Rideva di gusto. Forse ero diventata il suo passatempo.

Quella porta l’aprii con tutte le mie forze. Sembrava la volessi portare via con me.

Allontanandomi dal bar, ebbi la sensazione che mi seguisse con gli occhi.

Certamente la mia camminata non fu regale. Mi assalì un senso di vergogna tale che accelerai il passo, per sparire dalla sua visuale.

Specifications

  • Pagine: 456
  • Anno Pubblicazione: 2019
  • Formato: a5
  • Isbn: 9788898423712

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