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Edizioni del Poggio

Giò Furfaro
La stanza del Lago

La stanza del Lago

Il ricordo fa perdere per un attimo la connessione col mondo, entriamo dentro il nostro corpo con tutta l’anima e ci smarriamo come fanciulli nel bosco ed è sera. Così ci addormentiamo chiudendoci dentro una stanza dove nessuno può esistere. Non si ama quel buio, ma ciò che vibra nella dolce memoria di quel richiamo. Possiamo ascoltarlo, come musica di un vecchio brano, mentre cadono le gocce che cercano di spegnere l’ardore, possiamo riscaldarci con le ceneri di quel che resta di quell’amore. E poi più nulla, ed è silenzio… ed è solo un ricordo. Basta chiudere dietro la porta e tenere la chiave attaccata al cuore per non perderla fino al sorgere di un nuovo giorno. "La stanza del Lago", il romanzo scritto da Giò Furfaro, «Come considerarlo? Un romanzo di narrativa o un romanzo del subconscio, o un romanzo dalle intenzioni filosofiche? O un romanzo che contiene aspetti culturali apparen-temente diversi che non tralasciano alcuna intuizione dell’anima?» L'autrice ha saputo ben amalgamare tutti questi ingredienti in un testo onnicomprensivo, dettato dal destino di un essere umano, che si sviluppa in un viaggio, come ella scrive nella nota introduttiva, che si snoda «tra materia e spirito, due regni opposti che si fondono in un unico universo…».

Primo capitolo

CAPITOLO I Il castello Un passo, uno dopo l’altro, con estrema fatica, alzando la polvere ad ogni passo, continuavo a muovermi come sospesa dalla realtà, in una verità che non si poteva accettare e proseguivo senza una meta con il cuore che soffocava il respiro. Intorno solo una grande distruzione, resti di un passato di gloria che era stata vanto anche del nostro presente. Cercavo di fare entrare nei miei pensieri i volti conosciuti e di conservarne la memoria per non perdermi nel nulla che mi circondava. Tutto appariva strano e inverosimilmente estraneo. In quell’orizzonte povero e devastato mi inabis-savo in quel fiume di detriti in cui si era tramutata la strada, e mi ancoravo alla speranza che fosse ancora rimasto qualcosa nel mondo. Se ero là, dovevo essere viva, anche se non avevo incontrato nessuno durante il lungo strascicato cammino. Pregavo e mi chiedevo: “Volesse il cielo!”. Così sfinita, mi accasciai quasi dolcemente in quel quadro atroce e solitario addormentandomi. Mi svegliai al rumore del calpestio di piccoli passi, era già l’imbrunire. Alzai il capo, in quel momento sentii abbaiare e la mia espressione scorag-giata si illuminò di stupore: era un cane, un bel cane dal manto maculato bianco e nero. Ero contenta, qualcosa di vivo era accanto a me! Si avvicinò fino a farsi accarezzare, era un dalmata, aveva gli occhi teneri. Mi allontanai un istante da quella meravigliosa visione e posai lo sguardo intorno cercando di scoprire se ci fosse qualcuno. All’improvviso quel posto, a prima vista vuoto, si riempì di gente. Il vocio aumentava, le figure si avvicinavano e pian piano sembrava che tutto si stesse rianimando. D’istinto cercai di alzarmi, ma rimasi immobile su di un prato d’erba dove mi ero ritrovata; mi mancavano le forze. Sorpresa, rimasi a guardare quelle sagome tutte affaccendate in qualcosa. Pareva che la presenza di una sconosciuta non le riguardasse, fin quando una di loro si fece strada e mi venne incontro; spaurita, incrociai il suo sguardo. Era una ragazza dalla pelle chiara, un bel viso e due occhi che brillavano. Esitai ancora, la voce mi uscii a stento: “Chi siete?”, domandai lecitamente. Si chinò verso di me, aveva in mano una ciotola e una bottiglia e mostrando una sua preoccupazione mi rispose: “Chi sei tu e come sei giunta qui?”. “Non lo so davvero!”, mi difesi ancora più stupita. “Devi venire da molto lontano! Ho con me del latte”, mi disse accennando un sorriso, mentre ne versava un po’ in una ciotola, ed aggiunse, “bevi questo, ti sentirai meglio”. Avevo la bocca arsa e superata la diffidenza, presi coraggio e ne buttai giù un sorso. Mi ripresi e dissi guardandomi da ogni parte: “Camminavo... ho fatto chilometri senza incontrare anima viva e voi siete in molti qua, allora c’è speranza!”. “C’è sempre una speranza”, rispose la ragazza. Sentii d’un tratto un tenero senso di sonnolenza e mi riaddormentai, mentre la ragazza prendeva dalle mie mani la ciotola. Quando mi risvegliai l’incertezza mi pervase, troppe cose strane mi portavano lontano dal mio mondo, non sapevo se avere paura o se la sorta fosse stata benevola con me. Ero sdraiata su un letto, riparata da una coperta azzurra, in una camera piccola e ordinata: davanti a me un’ampia finestra con vetri color rosa pallido da cui filtrava delicatamente la luce del giorno; una cassapanca di legno e un’anfora di terracotta con disegno di rose decoravano gli angoli della stanza ed infine, accanto al letto, un grazioso tavolo per comodino. Mi toccai il volto, solo allora mi accorsi che non avevo gli occhiali e che riuscivo a vedere senza i miei metri di lente che portavo sul naso quasi dalla nascita. Come era possibile? Senza gli occhiali mi sentivo come in mezzo alla nebbia. Quante volte l’avevo vista salire dal mare fino ai monti, impedendomi la visuale. Ed era così che vedevo senza gli occhiali, dovevo annaspare nell’offuscata realtà spesso con il timore di farmi male per ostacoli improvvisi. Adesso come era possibile vederci così chiaro? Non sapevo davvero cosa pensare... ero solo contenta di vedere. Distinguevo ogni particolare, il gesto di un miracolo raccolto forse, una ricompensa equa per quanto avevo dato e sofferto. Doveva essere proprio così! Stavo per alzarmi quando la porta si aprì improvvisamente, qualcuno era entrato. Era un giovane ragazzo. Restai a guardarlo, aveva un viso sbarazzino, non doveva avere più di vent’anni. Alto e magro, dal fisico tonico, la carnagione era chiara, i capelli corti e neri e due occhi vivaci, quasi da orientale. “Dove mi trovo?”, gli chiesi. Ma lui semplicemente mi rispose: “Vieni, seguimi, qualcuno ti vuole parlare”. Era simpatico col suo naso un po’ lungo, però ben formato. Tuttavia la tranquillità che trasmetteva invece di aiutarmi mi rendeva nervosa; non riuscivo a comprendere la sua posatezza che lo portava a essere così disteso in un momento tanto difficile. Mi alzai dal letto e, guardandomi, mi accorsi che avevo nuovi abiti indosso, profumati di fresco bucato: una veste color verde acqua, morbida e leggera, lunga fin sotto il ginocchio, con maniche di color bronzo brillante, ricamate come la stoffa arabescata. Sul pavimento, accanto al letto, c’erano delle scarpe, simili a mocassini, di color viola e bronzo, pensai fossero lì per me e le calzai, erano comode, della mia misura. Sentivo che avevo riposato parecchio e chiesi, mentre scrutavo i suoi occhi limpidi: “Ebbene, quanto ho dormito?”. Mi muovevo cautamente, non sapevo che intenzioni in fondo avessero. “Due giorni pieni”, rispose, mentre scorreva lo sguardo su di me sbigottita. Scorsi l’espressione, nel suo viso, di chi serba qualcosa sotto tutta quella tranquillità e mi preoccupai più di quanto non lo fossi prima, ma preferii non aggiungere altro. Lo seguii, come mi aveva chiesto. Che altro potevo fare? Lui rimase silenzioso, mentre io cercavo di nascondere il tremore che avevo addosso. Fuori dalla porta c’era un lungo corridoio che portava a molte stanze, l’attraversammo fino a quando giungemmo in un’ampia sala, insolita, immensa! Era poco allestita: un lungo tavolo al centro della stanza con delle panche di legno spiccava sul pavimento di marmo di color beige, mentre lungo il perimetro della stanza erano adagiati grandi cuscini dagli sfavillanti colori. Le alte pareti erano tinteggiate di un bianco lucente. Idealizzai che dovevo trovarmi all’interno di un castello o qualcosa di simile; era tutto ben curato, nuovo, come se nessuno avesse mai usato quei mobili e profumava di fresca tinteggiatura. Aspettai seduta sulla panca indicatami dal giovane. Nel silenzio assoluto sentivo solo avvicinarsi un rumore di passi e, mentre cercavo di darmi forza, mi convincevo di non avere alcuna cosa da temere. Si schiuse una porta. Entrarono cinque uomini e due donne, ci guardammo. I loro volti mi apparvero subito alquanto pacifici. Confidai sull’emozione che cauta-mente provai in quel momento. Alcuni di loro erano più giovani, altri più anziani, ma il loro atteggiamento era identico, sapiente. L’espressione imperturbabile e coerentemente distaccata da sguardi o impressioni accompagnava il loro saggio portamento. I primi tre uomini avevano indosso morbidi abiti di un delicato grigio. Gli altri due vestivano invece di tinte azzurre e intorno al collo portavano sciarpe leggere come la seta. Avevano un non so che di misterioso, di non definibile, un particolare fascino. Si sedettero poco distanti da me, avvertivo i loro sguardi, ma la mia attenzione si rivolse a uno di loro, il più alto, dagli occhi così scuri da svuotarmi. Inquieta levai subito lo sguardo posandolo sulle due donne che diversamente mi infondevano un senso di fiducia. Erano molto aggraziate nelle loro lunghe dorate vesti, incorniciate di nastri arancio; una doveva essere più adulta, aveva l’aria più severa, l’altra mostrava invece un lieve sorriso nel volto. Il più anziano prese la parola: “Hai riposato a sufficienza?”, chiese con tono pacato, “abbiamo aspet-tato che tu recuperassi un po’ le forze”. “Sì, ma in verità, ancora non mi reggo tanto in piedi, anche se mi hanno riferito che ho dormito per due giorni interi”, risposi, mentre mi accingevo ad analiz-zare la situazione. “Potrai tornare nelle tue stanze tra pochi minuti, abbiamo solo necessità di sapere come tu sia arrivata fin qui, come sia venuta in possesso della chiave che apre il passaggio... se chiunque potesse entrare così facilmente saremmo in grave pericolo…”. “…Silenzio!”, intervenne severa la donna al suo fianco, “non aprire discorsi inadeguati al momento”. Reagii stringendo il pugno sul tavolo: “Perché dite questo? Chi siete? E poi io, non ho nessuna chiave, non ho aperto nessun passaggio!”. L’anziano allora si trattenne dal fare altre domande e mi rispose: “Non preoccuparti, ora pensa solo a riprenderti, dopo potremo parlare più serena-mente”. Poi l’altra donna, colei che pareva la più giovane, vedendomi scossa mi disse: “Qui sei al sicuro”. Dopo qualche attimo, come per giustificarmi, aggiunsi: “So soltanto di essermi addormentata sfinita, senza più forze e di essermi risvegliata credendomi ancora nel luogo dove mi ero accasciata. Evidentemente qualcuno mi ha soccorso e portata qui da voi. Chiedete in giro, forse qualcuno sa chi è stato!”. Ma nessuno rispose. Dopo essersi congedati, si chiusero le porte dietro di loro e restai sola. Subito dopo entrò quel giovane ragazzo che mi aveva fatto da “guida” per ricondurmi alla mia camera. Lo scrutai senza fargli domande. Sul tavolino trovai un vassoio con del cibo, dell’acqua e una tisana di un tiepido color ocra, aveva l’aspetto di una camomilla. La giornata era al termine, ed io avevo solo voglia di riposare. Il giovane mi diede un’ultima occhiata sull’uscio della porta prima di chiuderla e andare via e mi disse con tono amichevole: “Qualunque cosa tu abbia bisogno chiamami, io ti sentirò”. Come avrebbe potuto udire la mia voce? Forse alloggiava nella stanza accanto, così incuriosita chiesi: “È vicina la tua camera?”. “No, ma io ti sentirò”, rispose. Non tentai neppure di chiedere cosa intendesse dire, ero troppo stanca. E poi aggiunse: “Nella stanza accanto c’è quello che ti occorre”. Lo ringraziai e quando restai sola, nonostante tutto sentii la necessità di mangiare e di bere qualcosa, prima di abbandonarmi al sonno. Così consumai il mio pasto cercando conforto nella gratitu-dine di ciò che avevo avuto. Mi venne tuttavia spontaneo chiedermi dove tutto questo mi avrebbe portata.

Specifications

  • Pagine: 128
  • Anno Pubblicazione: 2020
  • Formato: cm. 15 x 21
  • Isbn: 9788897409885

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