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Nunzio Russo
La voce del maestrale

La voce del maestrale

La voce del maestrale parla da tempi remoti nelle terre siciliane, nascosta tra lo splendore della campagna e l'azzurro del mare. Totò Musumeci è cresciuto ascoltando quella voce e ha conosciuto antiche storie diventate leggenda. Ora una forza misteriosa lo chiama a diventare parte di un'avventura mai svelata, mentre l'impetuoso urlo del vento cerca di coprire ogni cosa. Totò è il nipote del barone di Mezzocannolo, ucciso dalla mafia. È anche un industriale del sud. Quanto ha ereditato è tradizione, e dovrà difenderla come ha già fatto il nonno dalla violenza del principe di Granata, il fondatore del paese, il padrone di tutto.

I tempi cambiano e la dinastia del principe si estingue, ma il male resta ed è sempre lo stesso. Il Sole sulla Terra si camuffa dietro accattivanti sembianze e diventa ancora più pericoloso. Totò Musumeci combatterà fino alla fine, nella certezza che dopo di lui qualcuno continuerà a percorrere la strada delle passate generazioni.

E quel giorno, la voce del maestrale sarà il grido di un popolo che conquista la libertà. 

Primo capitolo

1996

 

Spesso morire è una liberazione, soprattutto se si è vecchi e si naviga pure in cattive acque. In quel caso, dunque, la breve malattia e la morte arrivarono nel momento più opportuno.

Il vecchio onorevole aveva ormai ottantasei anni e, come la maggior parte degli anziani, ricordava tutti gli eventi passati e niente delle settimane precedenti. A momenti era talmente lucido e perspicace da stupire anche i più scettici, ma più spesso la demenza senile e una forma maniaca rivolta al sesso, ovviamente innocuo, lo facevano credere capace di grandi conquiste nel mondo femminile. Imprese non dovute tanto alla sua dialettica, che era sempre stata acuminata e che durante la sua giovane età aveva fatto capitolare molti buoni propositi, ma ottenute, così credeva lui, dal fascino del suo fisico da ottantenne in déshabillé. Ultimamente, appunto in déshabillé, si affacciava al balcone e chiamava a squarciagola, con la voce stridula dei vecchi, le sue vittime designate. Altrettanto a squarciagola la sua dolce metà, la signora Elena, lo rimproverava a cuore aperto.

– Totò, vergognati! Guarda come ti sei ridotto! Ma sempre così sei stato: un maniaco! Mi hai messo tante corna che anche in cielo lo sanno. E io ti ho sopportato, soltanto perché sono una gran dama.

Tutto questo, naturalmente, avveniva sul terrazzo dell’appartamento condominiale al cui interno vivevano un centinaio d’anime sollazzate.

 

 

Alle sei del mattino squillò il telefono.

– Pronto – disse Andrea Rao, assonnato e infastidito.

– Sono la mamma. Il nonno è morto.

Andrea aspettava quel messaggio. Il nonno stava male e l’ultima volta che lo aveva visto, un paio di giorni prima, non riconosceva più nessuno. Malgrado ciò, alla notizia così definitiva, i suoi occhi s’inumidirono e ci volle qualche minuto per riaversi e cominciare a vestirsi per andare a salutare la salma, che era stata composta nell’antica tenuta di famiglia.

Il cancello era aperto e lasciava intravedere il viale di palme e aiuole che, nonostante la stagione fredda, erano fiorite d’oleandri e gerani. L’enorme dirupo roccioso, la timpa, che sormontava la casa, dava al luogo un’aria imponente e cupa.

La costruzione in fondo al viale era un vecchio fabbricato del Settecento. Rispecchiava in pieno l’agiatezza di cui molte famiglie siciliane avevano goduto fino ad un recente passato, così come il suo stato d’abbandono rifletteva la crisi che era seguita.

S’intuiva, infatti, come negli ultimi anni l’onorevole si fosse limitato nel mantenerlo.

Andrea cercò nella sua memoria e costatò come proprio alla fine degli anni sessanta risalisse l’inizio del declino del nonno e di tutta la casata. Stranamente il periodo coincideva anche con la prematura scomparsa del fratello, quello che per tutti era lo zio Peppuccio, ma che per il nonno era colui che gli suggeriva l’iniziativa e che quasi gli dava la forza e il coraggio di agire. Da allora troppi fatti si erano susseguiti, e tutti disastrosi.

A pensarci bene, Andrea si rendeva conto che, durante quel periodo, non era cambiato solo il destino di una famiglia ma, forse, anche il corso della storia. Eppure questa consapevolezza non gli dava la lucidità per accettare i fatti serenamente: lui li aveva vissuti e ne portava ancora i segni.

Intento com’era a pensare, Andrea non osservò di avere oltrepassato la soglia d’ingresso tenuta aperta per l’occasione, e di avere automaticamente imboccato il corridoio che portava al gran salone dalle pareti vetrate. Subito fu con gli occhi fissi sul morto, già adagiato dentro la bara e messo al centro della stanza.

Si chiese se il momento che stava vivendo fosse reale perché, Dio gli era testimone, fuorché il feretro, niente faceva pensare che il nonno fosse deceduto: vestaglia di seta rossa, calze scure, foulard al collo, volto sereno e sorridente e con la stessa espressione sorniona che lui ricordava da quando era bambino. No, doveva essere un brutto sogno, un incubo in cui si affacciavano, sovrapponendosi a turno, le facce dei vari parenti seduti in circolo che, senza lasciare la loro posizione, aprivano impercettibilmente le bocche e facevano risuonare lamenti, con tono mistico e doloroso.

– Andreino, condoglianze – disse uno.

– Andrea, che ci vuoi fare, è la vita. L’ora arriva per tutti – sentenziò un’altra.

– Eh, ne ha fatto di bene, pace all’anima sua! Ne nascono pochi così – disse Assunta Bonsignore, l’anziana madre dello zio Adriano.

Andrea non riusciva ad adattarsi alle circostanze perché, malgrado avesse trentacinque anni, non aveva mai assistito al rito della nottata intesa come visita, o mortu cunzatu. Anzi, ad onor del vero, Andrea non aveva mai visto un morto in vita sua, anche se aveva già sofferto la mancanza definitiva di affetti. Qualche anno addietro era morto suo padre, ma non ne aveva visto il corpo senza vita, e nemmeno c’era stata la veglia.

La mattinata passò e, avvicinandosi l’ora di pranzo, la folla dei parenti iniziò a scemare.

La nonna, che aveva già affrontato una prima lunga notte, decise che era meglio tornare in paese per essere così nelle condizioni di reggere il successivo pomeriggio e la nuova notte. Solo allora, finalmente, sarebbe stata consentita la tumulazione. Aveva quindi pensato di chiudere la casa per qualche ora e di andare contro la tradizione, quando Andrea decise di restare.

– Mi fa piacere rimanere con il nonno, così posso dargli un ultimo saluto in maniera più intima – disse, e pensò di avere tante cose di cui discutere con lui e che non poteva certo farlo davanti a tutti quei parenti scassacazzi, e neppure quando il nonno sarebbe stato al cimitero, sottoterra. Senza guardarlo in faccia, non poteva essere la stessa cosa.

Andrea comprese che quella era l’occasione buona, certamente l’ultima nella quale poteva ripetere a suo nonno tutto quello che già gli aveva detto, ma che il vecchio aveva cocciutamente rifiutato di capire. Adesso, che per forza doveva avere una visione più chiara delle cose, avrebbe senz’altro compreso che lui aveva ragione. Naturalmente, con l’occasione, gli avrebbe chiesto scusa per aver avuto, a volte, delle reazioni esagerate e poco rispettose. Anche questo era da riconoscere.

E così, Andrea fu a faccia a faccia con il nonno e improvvisamente tutti i pensieri precedenti svanirono, lasciando il posto ai ricordi più dolci. Comparvero come tante luci i momenti che aveva passato con lui, a cominciare da quelli della sua infanzia spensierata. Si rivide a sette anni nella villa della nonna a Collesano. Il sabato, appollaiato sulla ringhiera del terrazzo, guardava la strada sottostante ancora percorsa da parecchi muli. Stava lì e aspettava di sentire il rombo dell’auto e l’arrivo del nonno adorato che, lungo quei tornanti, gli sembrava bravo come un pilota della Targa Florio. Doveva essere lui il primo a corrergli incontro e baciarlo, aspettando che gli dicesse: – Adesso il mio piccolo Andrea sale in macchina e guida tutto da solo.

A dieci anni, allo stadio della Favorita di Palermo, la sua espressione era fiera e orgogliosa. Sedeva nella tribuna delle autorità, a destra c’era il nonno e nel campo da gioco la sua Inter, quella di Mazzola e Boninsegna. Certo, se avesse potuto urlare il suo tifo, tutto sarebbe stato perfetto, ma il nonno gli aveva detto: – Andrea, a Palermo si tifa Palermo. Sei siciliano.

E poi fu più grande, seduto sul divano a dondolo sistemato nel piazzale di campagna, mentre i mattoni in cemento davanti casa erano infuocati dal sole del primo pomeriggio e irradiavano un calore soffocante. Ma a quindici anni, per Andrea e qualche amico, l’abbronzatura era la cosa più importante. Il nonno era appena rientrato e aveva varcato celermente la soglia di casa, cercando frescura. Immediatamente lo aveva accolto la voce irritata della nonna, che anche quella volta aveva trovato qualcosa per lamentarsi. Litigavano ormai da quarant’anni, ma in modo simpatico, e quelle liti avevano sempre fatto ridere. Il nonno, ancora con il vestito acquamarina indossato, aveva riempito una valigia ventiquattr’ore ed era tornato verso la macchina, secondo un copione immutato da qualche tempo.

– È finita. Io sotto lo stesso tetto con quella donna mai più! – disse.

Andrea non si era scomposto e il nonno, in effetti, quella volta non arrivò ad entrare in auto: forse lo scoraggiò il caldo o forse, e questo era più probabile, architettava quelle scene perché si divertiva, e i nipoti pure.

Di scatto, Andrea ricordò come negli ultimi anni il nonno non ridesse più. Recentemente, una volta che lo aveva visto piangere, mentre guardava l’azzurro striato bianco del mare d’inverno, aveva pensato: – Avanza negli anni e rincoglionisce.

Adesso, Andrea capiva che piangeva per amore e perché si rendeva conto d’essere vecchio e inutile e di non potere aiutare nessuno. Lui, che per tutta la vita, ogni volta che aveva potuto, aveva preso, ma aveva generosamente e soprattutto dato.

Fu così che Andrea, attraverso i ricordi, ritrovò la visione di quello che il nonno era stato: non l’attempato signore dai modi facili e dal pensiero leggero che lo aveva infastidito negli ultimi tempi, ma un amico e un esempio. Un uomo che nella maggior parte degli anni aveva avuto, nella sua mente e nel suo cuore, il primo posto, quello che si concede all’eroe amato e mitizzato. Le lacrime che prima avevano solo timidamente inumidito gli occhi, adesso scorrevano copiose sulle guance, mentre i singhiozzi esplodevano incontenibili.

– Nonnino mio ... – continuava a ripetere, con la voce rotta dal pianto.

 

 

Specifications

  • Pagine: 460
  • Anno Pubblicazione: 2014
  • Formato: 15x21
  • Isbn: 978-88-6690-214-0

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