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Corrado Ori Tanzi
Mod

Mod
Nel nome della morte

Lo uccisero una mattina, mentre si stava recando in bicicletta al lavoro. E un morto è morto, altre possibilità non sono concesse. In genere. Ascese e si trovò al cospetto di altri scorporati in attesa della propria destinazione. Ma lui tornò sulla Terra.
Una seconda vita, ma non proprio una seconda chance. Un uomo diverso in tutto, a partire dal nome. Si sarebbe chiamato Mod. Metà degli anni addosso. Un giovane bellissimo, ma impossibilitato a godere della sua bellezza; pur contro la sua volontà, avrebbe vissuto uccidendo, per punizione.
Come un nomade Mod inizia la sua peregrinazione, capitando ad Alphabet City, a uno sputo dal New Jersey, dentro a una libreria, la Duquesne & Son, con Dylan Duquesne e la figlia Iris, la sua nuova famiglia.

 

Corrado Ori Tanzi (Milano, 1965) è giornalista professionista. Dal 2013 è ideatore e curatore di 8th Of May (https://8thofmay.wordpress.com), blog di profilo artistico. Ha pubblicato la raccolta di racconti Prigionieri di Un Sogno (Libreria dello Sport, 2001), mentre per i tipi di MilanoNera sono uscite in e-book le black stories Milano Fa Male (2011), Febbre di Ferragosto (2012), Hotel Botola (2012). Nel 2015 ha utilizzato la piattaforma Youcanprint per la raccolta di racconti in self publishing Vivere e Morire a Milano (Cronache Metropolitane).
In passato ha collaborato col portale noir MilanoNera, mentre al momento è una delle firme di Mescalina, sito di pensieri liberi e creativi (www.mescalina.it) per letteratura e musica e di altre testate che vanno e vengono nella sua trottola da free lance.
Lettore compulsivo, ascoltatore musicale senza requie. La scrittura, il camminare e il Milan sono le altre voci del suo vocabolario primario. Vive a Milano.

 

Per la serie completa di MOD - NEL NOME DELLA MORTE collegati al nostro sito www.ektglobe.com o scrivici a This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it..

Primo capitolo

Capitolo 1
«La prego, mi aiuti»

 

Deve sapere che mi uccisero un venerdì mattina di fine ottobre. Stavo recandomi al lavoro in bicicletta, come sempre quando il clima me lo permetteva. Anzi, ero giunto a destinazione, perché già scorgevo la ragazza del market spazzare il marciapiede come di consueto a quell’ora accanto al portone del numero 117 di Roland Street, dove ero impiegato come contabile in uno studio commercialista.

Tra me e lei solo una strada da attraversare e un semaforo che di lì a poco sarebbe diventato verde. Non sentii alcun rumore. Voglio dire, niente di diverso da ciò che abitualmente si percepisce quando si viaggia in bicicletta in una metropoli in un qualunque giorno lavorativo. Quel rumore unico che conferma che quello è un giorno come tutti gli altri, che le cose stanno andando proprio come devono andare in un giorno come tutti gli altri. Avessi udito la sirena della polizia, piuttosto che uno stridore di pneumatici mi sarei svegliato dall’inerzia con cui, complice un sole che mi colpiva di sguiscio gli occhi, attendevo il via al semaforo.

Mi ero appena accorto di non essermi fermato nella fila interna, quella che corre più vicina al marciapiede, ma sa le volte che mi era capitato! Dietro di me c’era solo una miniauto elettrica con al volante una ragazza che, quando mi girai, parve addirittura sorridermi. Mi sarebbe bastato spostarmi, lasciar scorrere le automobili, cambiare corsia e fermarmi poco oltre l’incrocio.

Non sentii e non vidi niente di niente. E feci male.

Un bestione bianco lucente, sbucato dal nulla, accelerò chiudendo eccessivamente l’angolo di giro e finì la curva contro di me. Così almeno immagino ora la scena. L’ultima cosa che vidi da vivo furono un uomo e una donna che litigavano dentro quell’ammasso abnorme di acciaio, lamiera e ferro che stava per farmi volare.

Dove atterrai non lo so, non ero già più di questo mondo. Penso proprio di essere morto in aria. Non posso dire di aver sofferto, non ne ho avuto il tempo. E, appunto, quando caddi non ero più io.

Non so neppure dirle cosa successe in seguito. Se la ragazza dietro di me scese dall’auto urlando o se proseguì per i fatti suoi, se mi passò sopra qualche veicolo o se il destino ebbe pietà dei miei resti. Si sarà creata la solita scena di curiosi, poi sarà arrivata un’ambulanza e mi avranno portato via. Suppongo ci sia stato un funerale, anche se mi chiedo chi possa avervi partecipato, visto che non avevo parenti e che degli amici avevo conservato solo una lontana memoria. Avranno messo il mio corpo da qualche parte, ma non è questo il punto.

Il punto, vede, è che quello che mi accadde dopo invece lo ricordo alla perfezione. Non solo ricordo. Sono di nuovo e sono nuovo, mi capisce?

No, certo. Non può capire. Glielo spiego dall’inizio, signore, ma se ha voglia di ascoltare tutta la mia… chiamiamola esperienza, sappia che non si trova di fronte a una recita.

 

Dunque, l’ultima visione ancorata alla mia vita precedente fu quella dei miei due assassini. Mi permette di definirli assassini?

L’uomo aveva un volto largo, lo sguardo inespressivo e gli sudavano perfino le labbra, mentre la donna non finiva di gesticolargli contro. Chissà quali parole stavano uscendo da quella bocca che non smetteva di muoversi.

Ero furente. Ne avrei avuti ancora di anni davanti, il mio tempo era ancora lungo. Una vita a prevedere i guai prima che i guai vedessero me e adesso… e adesso eccomi a vivere la morte con un anticipo così tremendo. Da non crederci! E poi stavo bene, mi controllavo dal medico con regolarità, facevo sport, mangiavo con moderazione, bevevo fiumi di acqua, non fumavo. Il mio quadro era perfetto. Forse insipido, ma perfetto. E godevo di quella solitudine che ero finalmente riuscito a conquistarmi con gli anni. Bastavo a me stesso, perdio! Invece…

 

Non distinsi molto altro che una coltre bianca che man mano s’ispessiva. Una sorta di energia mi sospingeva verso l’alto e allo stesso tempo era come se venissi risucchiato. Cercai di opporre resistenza, di tornare indietro, ma non mi riuscirono che un paio di minuscoli spostamenti verso il basso. Niente, ormai ero anima e non potevo evitare di ascendere, non sapendo affatto dove sarei giunto e cosa mi sarebbe accaduto. Raggiunsi così uno spazio cinto da un muro di cui in lunghezza non vedevo la fine, l’aria sapeva di orzata e il suolo pareva terriccio seccato.

Intendiamoci, sto solo usando termini che conosciamo entrambi. Riporto forme e odori con vocaboli che riproducono immagini e sensazioni che ci sono familiari, ma l’essere umano non ha ancora partorito espressioni verbali in grado di descrivere esattamente il dopo che lo attende. È come se tutti i cinque sensi diventino un unico organo in grado di assorbire quel tempo e quello spazio.

Comunque non ero solo. Al mio arrivo trovai altre anime che si erano probabilmente formate in precedenza. Erano raccolte in piccoli gruppi che sembravano comunicare tra loro nell’attesa che qualcosa si rivelasse. Emettevano un sussurro ovattato che assomigliava più a un refolo di vento che a una vibrazione sonora.

In ogni caso non cercai la loro compagnia. Preferii starmene in disparte, limitandomi a osservare. Intuirà che non avessi molto altro da fare. In vita non ero stato tentato da un particolare credo religioso, ma mi feci l’idea che l’evento che stavamo aspettando fosse il Giudizio Divino o un qualcosa di simile.

Mi misi a camminare tra loro e mi resi conto di aver abbandonato sia la rabbia, sia lo stupore per l’improvvisa partenza. La nube che avvolgeva il luogo attutiva il conversare delle anime, ma riuscivo comunque a captare in modo nitido i loro discorsi.

«Alla mia età non avrebbe dovuto tagliarmi quell’imbecille di dottore, poteva prevedere che non avrei superato l’operazione.» – «Mi hanno fatta a pezzi quando ero ancora viva, dopo avermi stuprata per tre giorni interi.» – «Mi sono impiccato perché la donna delle pulizie ha buttato via la mia raccolta di figurine degli eroi del baseball di quando ero bambino reputandola carta straccia solo perché sgualcita, o uccidevo lei o mi uccidevo io.» – «Ho pagato le centoventi sigarette al giorno fumate per decenni.» – «Ho deciso io perché ero curioso di sapere cosa ci sarebbe stato da questa parte.»

In effetti di cosa dovevano discutere? Sì, qualcuno tentava di attirare l'attenzione dispensando il suo sapere sui prossimi futuri movimenti. Ometteva di dire come possedesse tutta quella conoscenza diretta e comunque non riscuoteva un gran successo tra il pubblico.

Poi non trovai di meglio da fare che mettermi a contare l’insieme degli scorporati. Procedetti avanti e indietro, tornai in mezzo a loro, nessuno sembrava fare caso a me. Dopo il primo giro ne contai trentatré. Con me trentaquattro. Misi alla prova l’accuratezza del conto con un nuovo giro e il numero finale non cambiò. Provai una terza volta. Eravamo trentaquattro anime in attesa di una qualche destinazione.

A un certo punto uno Spirito uscì da un portone che fino a quel momento non avevo notato. O meglio, qualcuno si lasciò sfuggire sibilando: «Lo Spirito, lo Spirito». Appariva come un’ombra dai contorni ben marcati. Aveva un profilo umano, se così si può dire. Come le ho già detto, non posso spiegarlo altrimenti. Ogni nostra attività si bloccò. Se prima non c’era rumore, ora ce ne era ancora meno. Lo Spirito ordinò: «Tutte e trentatré le anime verranno a me quando saranno toccate dalla chiamata.»

Non quadrava. Come, tutte e trentatré? Eravamo in trentaquattro, ne ero certo. Non capii.

Lo Spirito cominciò lentamente l’appello: «Vieni, Uno». E la prima anima gli si parò davanti. Dopo un tempo lungo, che mi parve ingiustificato visto che non sembrava stesse accadendo nient’altro, ecco di nuovo lo Spirito: «Vieni, Due». E la seconda anima procedette mettendosi dietro la prima. La chiamata continuò e, quando tra noi non rimasero che poche anime, facili da far di conto, ecco di nuovo il totale che non tornava. Eravamo in trentaquattro, non c’era ombra di dubbio. Per di più, io non sapevo quale numero mi fosse stato assegnato. Lo Spirito chiamava e una singola anima si muoveva verso la fila, mai che una volta si muovessero in coppia titubando. Ciascuna sapeva a quale numero corrispondeva. E io? Faceva fede il momento dell’arrivo in quella ultraterrena sala d’aspetto per cui non era necessario strappare il biglietto all’entrata? Mah, in ogni caso, da buon ultimo, mi sarebbe toccato il trentaquattro.

Allora agii d’impulso.

Feci qualche passo indietro, senza una vero desiderio di nascondermi, anche perché non c’era niente che mi offrisse un riparo. Sta di fatto che, una volta chiamate tutte le anime fuorché la mia, lo Spirito si voltò verso il portone che immediatamente si riaprì. Il plotone di anime ordinatamente si mosse dietro di lui ed entrò. Io non ero stato conteggiato e lo Spirito non diede nemmeno un’occhiata verso di me, una volta che, entrata la trentatreesima anima, non eravamo rimasti che noi due sul… come posso chiamarlo… piazzale. Niente. Entrò anche lui e il portone si richiuse. Ero rimasto da solo. Sarei stato la prima anima della successiva tornata? Restai ancora lì per un po’, incredulo, ma senza ansia né paura.

 

Poi fu come se venissi guidato da una decisione presa fuori da me. Feci un altro movimento all’indietro. Poi un altro e un altro ancora. Nessuno mi richiamava, nessuno si rivolgeva a me. Mi aspettavo il grande occhio che tutto vede e a cui nulla sfugge ammonirmi di non fare il furbo. Niente. Nessuna presenza di un principio ordinatore che mi dicesse: «Resta lì che ne abbiamo anche per te» o «Aspetta, appartieni alla tornata successiva».

Ogni passo aumentava il desiderio di farne un altro. Lo sforzo con cui la mia anima si aggrappava a una volontà tutta nuova era comunque notevole, ma cosa c’era in me di quello che quaggiù chiamiamo senso di colpa per un’ingiustizia provocata? Niente. Mica potevo mettermi a riflettere su quanto fosse sfacciato il mio comportamento davanti addirittura al Giudice Supremo. Non si sfida Dio pensando di sfidarlo, non trova?

Avevo già percorso in questo modo un buon tratto di strada e sembrava ormai un dato di fatto che continuassi a essere l’unico a prendere a cuore la mia situazione. Così, animato da un nuovo senso di leggerezza, con la naturalezza con cui anche lei, signore, appena svegliato dopo un buon sonno, si alza, va in bagno, si scarica e si lava la faccia, mi voltai e decisi di fare a ritroso la via che mi aveva portato fin lì. Al limite mi avrebbero richiamato, non pensa? Sarebbe stato un modo come un altro per iniziare a sapere qualcosa sul mio destino.

Invece il via libera fu totale.

Non era giunta ancora la mia ora? Si erano sbagliati con uno che mi assomigliava e avevano deciso di liberarmi di nuovo sul pianeta Terra? Godevo di un bonus di vita materiale per azioni e opere che, pur a mia insaputa, erano state giudicate particolarmente meritevoli? Non erano certo domande che mi ponevo.

Un giorno la risposta mi si rivelerà, non può essere altrimenti. Ne ho diritto, non sono capitato dentro a un gioco normale, qualcuno dovrà darmi delle spiegazioni. Ora posso solo dirle che faccio a pugni con una certezza: la morte non è una pena più dannata del peso che mi porto addosso.

Guardi, io stesso, al suo posto, sospetterei delle mie parole, ma, mi creda, il mio affanno vale la sua incredulità. Nonostante tutto invece lei mi sta credendo, vero? Non le occuperò tanto tempo ancora, sarà solo un po’ difficile da accettare, questo lo ammetto.

Ho bisogno di parlare e ho bisogno di dormire. Mi basta una coperta. Anche qui, tra tutta questa meraviglia di libri, sarebbe un onore. Chi dedica una vita intera ai libri come lei non può reagire come un mediocre uomo comune. La prego, faccia sua la mia stanchezza, la notte si è fatta già scura, qualcuno in strada ha detto che tra poco ci farà compagnia la pioggia. Mi conceda un riparo, non dormo da oltre settanta ore. Ho bisogno di riposo. Domani mattina, quando lei aprirà la libreria io me ne andrò. Voglio comprensione, fosse anche soltanto umana condivisione, ma se non se la sente, mi basta la carità di offrirmi un tetto.

Posso proseguire?

 

Continuai a spostarmi nella scia da dove ero arrivato. Passo dopo passo mi animavo di sensazioni che riconoscevo, non importa se buone o cattive. Lo sguardo raccoglieva tutto, tornavo pian piano a esistere e con me si modificava il paesaggio circostante che, a ogni frammento di discesa, si liquefaceva per restituirmi alla vista le sue fattezze consuete. Che gioia rivedere la materia! Sporca, brutta, caotica quanto vuole, ma che me ne poteva importare? Sarei rotolato dalla cima di una montagna di spazzatura, avessi potuto farlo. Ero di nuovo a casa. Sentii il cuore ebbro di felicità quando intravidi una stanza illuminata da una luce gialla, una donna al lavandino e un uomo che fumava alla finestra. E più mi riavvicinavo più mi sentivo forte, vigoroso come un giovane toro.

Per tagliarla corta, planai dolcemente sul retro di un ristorante. Quella sera i clienti avevano ordinato in gran quantità del pollo fritto con cipolle ben cotte e patate scottate al forno. Quasi svenni per aver inalato tutta quella bontà che usciva dalle cucine. Volevo urlare tutta la mia contentezza e la mia riconoscenza.

Qualcosa nel frattempo era successo, lo avvertivo; me ne resi conto entrando di soppiatto in un piccolo bagno accanto alla cucina. Accesi la luce che illuminava il minimo necessario per non costringere cuochi e camerieri a fare i bisogni a memoria. Vidi uno specchio e mi ci misi davanti. Rimasi sbalordito. Mi erano stati tolti almeno trent’anni, avevo perduto il bianco nei capelli, ora peraltro molto più lunghi di prima. Ero decisamente più alto, più magro, i muscoli vibravano sottopelle di una forza dimenticata. La bocca non c’entrava nulla con la mia precedente e anche le mani erano molto più simili a quelle di un artista, rispetto a quelle di cui mi ero servito per scrivere su una tastiera o sfogliare vecchie scartoffie al lavoro. La figura che mi apparve non era più la mia, ma sapevo che quello ormai ero e lo sarei stato finché la morte non mi avrebbe colto di nuovo. Provai la voce. Irriconoscibile nelle vocali e nelle consonanti. Non le dico il vestito… lo vede lei stesso, sappia che non sono mai andato in giro conciato come un corvo. Mi sentivo anestetizzato. La mia gioia era sì ancora presente, ma era come se quella rivelazione ci avesse messo un cappello sopra.

Nella tasca del cappotto che mi trovai addosso pescai un portafoglio gonfio di banconote. Nessun documento. Infilai le mani nelle tasche dei pantaloni. Nella destra toccai un foglio di carta. Era piegato in più parti in modo ordinato. Lo aprii e lo avvicinai alla lampadina. Un foglio di pergamena in cui all’improvviso cominciarono a comparire delle lettere vergate con l’inchiostro. Una dopo l’altra. E poi una frase. Neanche il nome avevo conservato. Ti chiamerai Mod, diceva. Poi la frase scomparve.

Specifications

  • Pagine: 178
  • Anno Pubblicazione: 2019
  • Formato: a5
  • Isbn: 9788898423743

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