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Edikit

Simone Del Fiore
Morire ogni notte

Morire ogni notte

Da quando ha perso sua moglie, William è ossessionato da incubi sempre più frequenti. in tutti compare un uomo, vestito in giacca e cravatta, e la conclusione è sempre la stessa: la sua morte.
Chi è quell’uomo e che cosa vuole dai suoi sogni?
Per Will è l’inizio di un viaggio dal quale rischia di non svegliarsi mai più.

 “Ho iniziato a scrivere questo libro a 16 anni, e dopo averlo accantonato per parecchio tempo l'ho ripreso in mano qualche anno fa. Per me rappresenta una sorta di evoluzione, ed è il primo di tanti progetti che spero di poter realizzare negli anni a venire."
- Simone Del Fiore-

 

Simone Del Fiore nasce a Roma nel 1996. Studia scienza noetica e simbologia, oltre a lavorare come personal trainer e istruttore di meditazione Kundalini. Oltre a scrivere romanzi collabora in vari progetti per cinema e teatro come dialoghista, soggettista e sceneggiatore.
Morire Ogni Notte è il suo esordio con Edikit.

Primo capitolo

CAPITOLO 1
Un uomo a pezzi

 

Mi ritrovo sdraiato a terra, disorientato, fissando la statua di Mahatma Gandhi nel bel mezzo di Ferry Plaza. Mi guarda con aria saccente, sì lo so, anche stasera ho alzato il gomito.

Sono quasi le quattro, la serata per molti è finita, ma c’è ancora qualche ubriacone che gira per la piazza. Nulla è cambiato. Ricordo ancora quando noi, svogliati studenti, uscivamo di nascosto dall’orfanotrofio senza farci beccare dalle suore, semplicemente per venire qui e farci una birra in santa pace.

Sono passati più di dieci anni. Chi l’avrebbe mai detto che sarei diventato uno di quegli ubriaconi che da ragazzo mi divertivo a schernire.

Cerco di alzarmi con le ultime forze che ho in corpo, sono ancora vittima dell’abuso di alcolici di questa sera. Una sera che sembrava infinita, su quel maledetto tavolo del solito pub. Il barman, Hector Wood, se non ricordo male, un giovane ragazzo festaiolo e intraprendente che lavora lì da anni, anche questa sera non mi ha deluso, e io non ho deluso lui, a quanto pare. In quel posto sudicio e dimenticato da Dio è l’unico che mi permette di bere fino a quando non ne ho abbastanza, ma probabilmente lo fa solo per soldi.

Ora sono in piedi, grazie al cielo. Cammino in modo goffo, ma voglio tornare a casa, non ho intenzione di passare tutta la notte qui. Trovare un taxi a quest'ora non sarà semplice.

Mentre cammino mi accorgo che la piazza di colpo si è svuotata. Oltre a me c’è solo un uomo con un mazzo di papaveri rossi in mano. Mi fissa con uno sguardo penetrante, non ne comprendo il motivo ma è come se mi attraesse a lui, non riesco a smettere di guardarlo. È una figura molto familiare, ma sono più che sicuro di non averlo mai visto in vita mia. Pelle chiara, quasi avorio, riccioli neri come la notte, barba abbondante ma curata, che ricopre le sue mascelle possenti. Ha delle sopracciglia folte, ripiegate verso il centro del viso, che vanno a creare un’espressione indagatoria, sembra scavarti l’anima in cerca dei tuoi sentimenti più intimi. I suoi zigomi accentuati, lasciano intravedere rughe cariche di dolore, ma anche di esperienza; i suoi occhi neri invece non trasmettono nulla, sono vuoti e spenti, privi di luce, come se non avessero mai visto il giorno.

Cosa ci fa qui a quest’ora della notte uno come lui? Indossa un abito nero, molto elegante e di ottima fattura, una cravatta anch’essa nera, a tinta unita, perfetta nei minimi dettagli.

Le sua scarpe, appena lucidate, sembrano quasi nuove. L’unica pecca, una macchia, forse di birra, che si intravede sulla sua camicia bianca.

Mi fa un cenno con la testa, ma tiro dritto e faccio finta di niente, non sono nelle condizioni adatte per intraprendere una conversazione, voglio solo tornare a casa.

Lungo la via trovo un taxi parcheggiato, è la mia serata fortunata. Entro e chiudo la portiera, l’uomo alla guida non mi degna neanche di uno sguardo e parte.

Mi appoggio al sedile anteriore.

«Dove stiamo andando?»

Non risponde, continua la guida in silenzio. In pochi minuti arriviamo nel mio quartiere. Scendo e vado davanti al suo finestrino per pagare la corsa, ma riparte senza pretendere nulla. Un giro gratis, molto strano.

Però sono arrivato a casa, questo è quello che conta. La vedo in lontananza e la prima cosa che salta all’occhio è la finestra che dal mio studio affaccia in strada, posta al secondo piano. Si distingue dalle altre perché ha mantenuto il suo stile vintage.

Il palazzo è molto vecchio, è uno dei palazzi vittoriani più belli di Alamo Square. All’ingresso c'è anche un piccolo cortile, curato personalmente dai condomini.

Molti hanno cambiato gli infissi degli affacci, ma io no, non volevo deturpare l’immagine di questa imponente costruzione. Ora che ci penso, è da molto che quella finestra è chiusa, le persiane sono serrate da un mese. Dal giorno della morte di mia moglie, la mia splendida Monica.

Ormai per me non ha senso neanche più la luce del sole. Sono un meccanico di professione, ma nel tempo libero mi diletto spesso a scrivere romanzi gialli. Scrivo per lo più di giorno, è una mia strategia per immedesimarmi nel colpevole. Quasi tutti i miei personaggi principali sono folli assassini che pianificano i loro omicidio di giorno, per poi metterlo in pratica di notte. Amavo scrivere con i raggi del sole che colpivano i fogli sparsi nel disordine della scrivania. Anche il bicchiere di whisky da cui traevo ispirazione, ogni volta che ero all’opera, aveva una lucentezza particolare e i colori venivano accentuati dagli sprazzi di luce che volentieri si posavano sul mio banco da lavoro. Non mi consideravo un ubriacone, ero un artista. Ora quando scrivo mi avvolgo tra le tenebre, rimanendo al buio nella mia stanza.

Cammino con passo lento, quasi trascinandomi. A interrompere i miei pensieri ci pensa il suono di un clacson, assordante, lo sento vicinissimo.

Mi volto di scatto e la mia vista viene travolta da due fari accecanti, percepisco la situazione di pericolo, so cosa sta per succedere, ma vengo pervaso da una sensazione di pace interiore.

I due fari appartengono a un camion, che mi centra in pieno. Prima dell’impatto riesco a distinguere l’autista all’interno del veicolo, sembra quasi non accorgersi di quello che sta succedendo. È tutto così surreale, è arrivata la mia fine. Sento le ossa spaccarsi e il sangue scorrere in posti in cui non pensavo potesse arrivare, le mie viscere velocemente si riempiono. Fuori, neanche una goccia, è come se stessi morendo dentro.

Sta succedendo davvero, rimango a terra, gli ultimi attimi di respiro si stanno spegnendo. Sento il sangue che sale dall’esofago, la vista è sfocata, poi tutto nero, vedo il niente. O il tutto.

 

Riapro gli occhi e sono nel mio letto. Finalmente sono sveglio. Era soltanto un incubo, l’ennesimo.

Sto sudando e tremo, devo calmarmi, ogni notte la stessa storia. È da quando se n’è andata lei che il mio sonno è tormentato da questi incubi. Sono sempre più ricorrenti, è la prima volta che capitano in due notti di fila.

Nel nostro letto sono solo, lei non c’è più a svegliarmi con l’odore del caffè, che danzava per casa ogni mattina. Ora ci sono leggeri attacchi di panico notturni, che mi tolgono la voglia di chiudere gli occhi la sera e di riaprirli al mattino. Nelle notti peggiori mi vengono a trovare i fantasmi del mio passato e del mio presente, racchiusi in sogni di cui non capisco il significato. Un significato però deve esserci, sono tutti collegati tra loro. Sembra come se stessi rivivendo il mio passato, episodio dopo episodio, tutti con lo stesso finale: la mia morte.

Stringo i pugni, ho le pupille dilatate, accenno un urlo strozzato. Mi sto riprendendo, devo iniziare gli esercizi di respirazione che mi ha consigliato il dottor Turner, il mio psicologo.

Il mio sguardo si posa sul lato del letto in cui prima riposava mia moglie. Dopo un lungo respiro il fiato viene stroncato, una morsa al petto mi comprime il torace, non sento più il cuore battere.

Devo prendere le pillole. Sono sul comodino, allungo il braccio in un tentativo goffo di afferrarle, il barattolo cade a terra. Ora le pillole sono tutte sparse sulle piastrelle della camera da letto. Impulsivamente mi butto giù dal materasso, ne raccolgo il più possibile e me le butto giù per la gola. Questo non è uno dei miei incubi, devo combattere, non posso morire così. Fatico a tenere gli occhi aperti, sento le parti del mio corpo che lentamente si addormentano. Mi pervade un formicolio su tutto il tronco, le gambe sono paralizzate, non le sento più. Mi arrendo e perdo i sensi.

 

Mi risveglio sul pavimento della stanza, non so quanto tempo sia passato. Mi arrampico sul comodino, fisso per qualche secondo la sveglia, che segna le nove meno un quarto, e mi rialzo.

Il sole è già sorto, ma non posso vederlo, la mia stanza è ancora buia.

Vado in bagno, mi sciacquo la faccia e resto fermo a guardare il mio riflesso nello specchio. Non sono più l’esuberante biondino che girava con la sua moto e la sua giacca di pelle, sempre pronto a prendere a calci in culo il mondo. Ora quel ragazzo non c’è più ed è rimasto un uomo triste e solo. Vicino alla soglia dei trent’anni, ho perso la donna che amavo e non ho figli.

In fondo è meglio così. Sono stato abbandonato da piccolo e sono cresciuto in un orfanotrofio, non ho mai avuto una figura paterna, non sarei mai stato un buon padre probabilmente.

La barba bionda sta crescendo senza freni. Non sono mai stato scuro di carnagione, ma ora il mio viso è particolarmente pallido, le occhiaie sono sempre più evidenti, mi scuriscono il volto. Sto perdendo peso rapidamente. Non mi interessa più l’aspetto fisico, che senso ha se sono marcio dentro curare l’aspetto esteriore?

La mia giacca di pelle è tutta sgualcita, anche questa notte mi sono addormentato senza cambiarmi. Guarda come l’ho ridotta. Le cuciture fatte da mia moglie si stanno lentamente dilatando. Presto sembrerò un barbone, ma di certo non me la tolgo, è la mia preferita.

È ora di scendere in strada, il solo pensiero di uscire alla luce del sole mi terrorizza. Vedere le persone che spudoratamente mentono a se stesse, che disegnano con il loro sangue un’illusione, che allo scoccare dell’ora fatidica cesserà per sempre di esistere mi infastidisce.

Ogni mattina aprono le danze, il ballo delle maschere, così lo chiamo io. Ognuno ha un copione prestabilito, recitano tutti la loro parte. Questo fanno. Creano un’immagine intorno alla loro persona, un vero e proprio personaggio, ma quando la maschera cala, lasciano intravedere il marcio, il demone che vaga senza una direzione in questa maledetta terra. Semplicemente fingono di esistere, si riposano la notte, aspettando che si riapra il sipario. Ogni fottutissima mattina, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Fino a spegnersi per sempre, lasciando solamente il ricordo di un’immagine che non li rispecchia.

Specifications

  • Pagine: 196
  • Anno Pubblicazione: 2020
  • Formato: a5
  • Isbn: 9788898423866

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