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Alessandro Bergonzini
NAAMAH

NAAMAH
Prezzo Fiera 20,00

 

Canossa, Anno Domini 1077. Nel gelo dell'inverno, alle porte del castello di Matilde un uomo è inginocchiato sulla neve. Scalzo, vestito solo di un saio, attende da tre giorni e tre notti che il Papa lo ammetta al suo cospetto. Solo dopo questa terribile umiliazione Enrico IV, imperatore scomunicato del Sacro Romano Impero, otterrà il perdono da Gregorio VII. Tuttavia, ad espiazione della sua ribellione, sarà costretto a consegnare al pontefice le più Sacre Reliquie della cristianità. Un tesoro inestimabile, al cui possesso Enrico non intende rinunciare e che tenterà di riconquistare con ogni mezzo. Da qui si dipana una storia ricca di colpi di scena, nella quale i più audaci soldati dell'imperatore guidati dal feroce Meinhard seguiranno il viaggio delle Reliquie verso il luogo più santo, una meta misteriosa a cui il Papa le ha destinate, tentando a più riprese di impadronirsene. Nell'intreccio di questa oscura vicenda si muove una schiera di personaggi che compaiono sulla scena contendendosi le preziose Reliquie: dall'affascinante Namaah, comandante della scorta papale, a Dagoberto e Liut, umili cacciatori entrati loro malgrado in un ingranaggio molto più grande di loro. La giovane Adriel, enigmatica guaritrice, e l'abate Leone, uomo dal cuore mite e dal carattere risoluto. E ancora il vescovo Lucio, tempra caparbia e animo imperscrutabile, il rozzo luogotenente Hartwin, il piccolo ed innocente Simone...

Tutti a comporre un affresco corale e a raccontare una storia dal ritmo incalzante, dove si intrecciano amore e morte, coraggio e viltà, luce e tenebre per dar vita all'eterno conflitto tra il Bene e il Male, che trova in queste pagine un'avvincente declinazione fino allo sconvolgente epilogo.

Primo capitolo

PROLOGO



Patmos, A.D. 77
«Terentios vieni, la cena è pronta!»
Nella stanza attigua un vecchio lavorava con frenesia febbrile. La sua figura proiettata sul muro dalla luce di una candela, si muoveva a scatti, senza pace.
Chino sulla tavola, trascriveva su un foglio di papiro la rivelazione che aveva frettolosamente annotato, poche ore prima, così come gli era stata dettata subito dopo l’estasi del Maestro.
Gli mancava solo l’ultimo periodo: “… poiché la vita della carne è nel sangue questo spezzerà il sigillo e romperà l’alleanza, ed il pane di Colui che è, che era e che viene lo alimenterà, mentre la cuspide che ne ha bevuto lo spirito gli darà il potere su tutti gli eserciti, ma non vi sarà tribolazione se sulla locusta prevarrà la luce dell’amore.”
Aveva terminato.
Terentios posò lo stilo sul tavolo e si raddrizzò sulla sedia soddisfatto.
Afferrò il foglio a due mani, lo orientò verso la candela per illuminarlo meglio e rilesse ciò che aveva trascritto, soffermandosi sull’ultimo brano.
«Terentios si raffredda!»
La voce vibrante della donna aveva attraversato le pareti della stanza ed era uscita inascoltata, all’esterno delle mura, perdendosi verso l’eterno ondeggiare del mare. Il vecchio nemmeno se ne accorse, assorto com’era a contemplare il manoscritto.
Terentios rilesse ancora una volta l’ultima frase. Era ancora sconvolto dalla terrificante profezia della settimana prima, ma quella nuova visione del Maestro gli aveva alleggerito il cuore. Dunque non tutto era ineluttabile, una speranza nuova era sbocciata ed ora che l’aveva vergata non doveva far altro che annunciarla e diffonderla al più presto.
Rimirò il manoscritto in un misto di venerazione e timore. Gli occhi però brillarono di gioia per la grazia ricevuta.
Ora sapranno come difendersi, confidò fiducioso a sé stesso.
«Terentios…» squillò nuovamente la voce della donna.
«Ertemios, figliolo, presto vieni qui da tuo padre.»
Il giovane, nell’altra stanza, posò il cucchiaio nella ciotola e corse dall’anziano genitore che lo accolse con un sorriso trionfante.
Il giovane se ne rallegrò. Non lo vedeva così da giorni.
Nelle ultime settimane, da quando il padre aveva preso a frequentare assiduamente quello che chiamava il Maestro, era invecchiato all’improvviso, si era chiuso in sé stesso, era divenuto taciturno, scostante, scorbutico e sembrava oppresso da un grande peso.
Vederlo finalmente sorridere fu per il giovane di grande sollievo e conforto. Si avvicinò al padre che eccitato aveva allungato un braccio verso di lui, invitandolo a raggiungerlo.
«Ertemios, c’è speranza!» esordì enigmatico. «Vieni, presto!»
Il vecchio si alzò dalla sedia ed il giovane gli si accostò attonito, senza sapere a cosa suo padre si stesse riferendo.
«Domani dovrai andare ad Ephesos per me. Consegnerai questo foglio a Philaretos. Lui saprà cosa farne.»
Il giovane prese il manoscritto in una mano, mentre il vecchio gli passò il braccio attorno al collo per guidarlo affettuosamente verso l’altra stanza.
«C’è speranza!» sussurrò rincuorato il vecchio, sospingendolo senza guardarlo.
Ertemios si voltò verso Terentios sconcertato dalla luce che vedeva brillare nei suoi occhi. Temette fosse il luccichio che rivelava un principio di follia, ma non osò fare domande.

Il giorno dopo il giovane prese il largo.
Come gli era stato comandato era salito su una barca diretta ad Ephesos, dove arrivò al tramonto.
Philaretos viveva in una casa modesta, in un quartiere che confinava col mercato del pesce. Accolse il giovane e lo ospitò per la notte dividendo con lui tutto ciò che la sua povera mensa poteva offrire.
All’alba Ertemios salutò il suo ospite, tornò al porto e risalì su una barca diretta a casa. Philaretos invece si incamminò a grandi passi verso il foro, dove avrebbe trovato chi poteva aiutarlo a diffondere l’annuncio della nuova speranza.
Arrivò nello spiazzo che si apriva davanti al doppio ordine di colonne che impreziosivano la facciata dell’imponente biblioteca. Un’improvvisa fitta al capo lo fece vacillare e fu costretto a sorreggersi, appoggiandosi alla candida balaustra della fontana pubblica eretta al centro della piazza, a pochi passi da dove il malore lo aveva colpito.
Il dolore alla testa si fece rapidamente insopportabile, iniziò a sudare copiosamente dalla nuca fin giù al bacino, lungo tutto il tronco. Ad un tratto anche la nausea fece capolino e risalì amara dallo stomaco. Infilò una mano nell’acqua che sgorgava cristallina da una cannula, e la portò al volto per rinfrescarsi. Rivoli e gocce d’acqua gli colarono dal viso, donandogli un effimero sollievo, ma una nuova fitta, ancora più potente, lo fece crollare sulle ginocchia. Cercò di rialzarsi aiutandosi con una mano che ostinatamente si era stretta sulla balaustra. Nel palmo, schiacciato sulla sottostante pietra albina, il foglio di papiro che Terentios gli aveva fatto recapitare.
Con uno sforzo sovrumano Philaretos riuscì a rimettersi in piedi, ma il dolore lo costrinse a protendersi in avanti, piegandosi sul tronco. Si sporse verso la cannula ed avvicinò la bocca per bere.
Deglutì un paio di sorsi, ma un ultimo lacerante dolore gli strappò via la vita.
Philaretos si afflosciò sulla balaustra, la mano contratta sulla pietra si rilassò ed il foglio di papiro scivolò nell’acqua che si raccoglieva nel letto della fontana. L’inchiostro si bagnò, la grafia sbiadì e le parole vergate con febbrile speranza divennero indecifrabili.

Specifiche

  • Pagine: 566
  • Anno Pubblicazione: 2020
  • Formato: 14x20 cm
  • Isbn: 978-88-6810-391-0
  • Prezzo copertina: 20

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