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Apollo Edizioni

Pierluigi Cuccitto
Nandèra - Il ragazzo della profezia

Nandèra - Il ragazzo della profezia

Allora lo videro: il collo dorato, la pelliccia folta, il corpo robusto, gli occhi verdi, lo sguardo eterno come il mondo. Borren fece un largo sorriso.

«Joan, sei davvero il Ragazzo della Profezia, se lui è qui con te».

Ariandra guardò lo strano gatto e comprese.

«Tu…» disse, ma non riuscì a finire.

«Sì» disse lui «io sono la Lince e la Profezia ha inizio stanotte».

Primo capitolo

Capitolo I


Tanto tempo fa, nei lontani giorni in cui l’amianto non la faceva ancora da padrone, c’era una terra che si chiamava Nandèra. Non era una terra molto estesa, la si poteva attraversare da un capo all’altro in non più di otto giorni di cammino.
Come in tutte le terre di una volta, nelle sue acque, sotto le radici degli alberi e nel cielo stellato, scorreva la magia, che dava senso a tutte le cose. Per secoli, anzi per millenni, quella magia aveva protetto gli abitanti di Nandèra, rendendo-li saggi ed equilibrati: ognuno di essi possedeva un po’ di magia, ma non nella forma cui siamo soliti pensare. Niente palle di fuoco o anelli magici per Nandèra; le creature magiche non erano disumane, terribili, spaventose o bellis-sime. Orchi, nani, elfi, draghi, troll non si trovavano, laggiù.
Molte persone comuni – così le chiameremmo noi – avevano una scintilla di magia dentro di sé, che si poteva esprimere in molti modi: alcune avevano il dono della preveggenza, benché non l’avessero richiesto né desiderato; altre erano capaci di maneggiare tutte le sostanze chimiche del mondo per creare incantesimi di veglia, di sonno, di morte, potenti ed eterni; altre avevano la capacità di leggere nei sogni delle persone e in quel modo ricavarne consigli, suggerimenti e la chiave per capire il futuro.
C’erano Animali Parlanti, alcuni antichi come il mondo, altri più giovani, ma entrambi accomunati dal contatto profondo con la natura e la sua voce nascosta, che poteva essere udita solo da chi sapeva ascoltare con cuore e mente connessi assieme. Gli Animali Parlanti erano sacri per molti abitanti di Nandèra; si potevano trovare loro statue nel Nord, nel Sud, nell’Ovest e nell’Est.
Poi c’erano quelli che noi chiamiamo Maghi; costoro padroneggiavano tutti gli incantesimi del mondo, avendo dedicato tutta la loro vita alla pratica della magia. Essi erano molto orgogliosi delle loro abilità e, divenuti con il tempo sprezzanti e diffidenti verso i Magici, iniziarono a massacrarli arbitrariamente. Spaventati dalla reazione dei Maghi, molti possessori di magia si sentirono terrorizzati dalla magia stessa e in questo modo persero la capacità di sentirla.
Gli Animali Parlanti divennero preda e trofeo per i cacciatori più spietati, Magici e Senza Magia che fossero, e le loro statue vennero abbattute.
Così, avvenne che molti abitanti di Nandèra si estraniarono tra di loro e che le quattro parti ben distinte in cui la terra era divisa divennero quasi delle riserve, dove ogni gruppo si rifugiava cercando pace e tranquillità.
L’Ovest apparteneva ai Maghi, che conoscevano benissimo le sue foreste e che non ebbero difficoltà a restarne i padroni.
Il Nord si divise in due parti: le zone confinanti con l’Ovest furono terra privata di uno strano Mago, di cui nessuno sapeva poi molto. Si diceva che abitasse in un castello color ocra e che cercasse sempre allievi desiderosi di apprendere la magia. Non si era rassegnato alla lenta perdita della magia di Nandèra e disperatamente vagava per il Nord cercando qualcuno che volesse diventare il suo erede. Quando lo trovò, non andò come si era aspettato: costui si ribellò, e da allora tra i due cominciò una lunghissima faida. I due si ostacolavano a vicenda, cercando di rubarsi allievi e incantesimi e di legare a sé tutti i Magici rimasti con contratti e richieste di scambievoli accordi. Il risultato fu che la gente di Nandèra che non aveva più la magia, si stufò di loro e li costrinse a vivere reclusi nei loro castelli.
Il resto del Nord andò avanti senza magia, avvicinandosi sempre più a quei mondi dove guerre centenarie si alternavano a tremende carestie.
Il Sud divenne il regno dei Mercanti, uomini e donne senza magia che pensavano ai propri affari. Anche loro avevano parecchi problemi: lungo la strada che portava al Sud, infatti, c’era un grande regno, Zelonia, guerrafondaio e turbolento, con il quale i Mercanti avevano spesso a che fare, e non per scambiarsi complimenti.
L’Est era una terra coperta di ghiacci perenni, solitaria e quasi spopolata, nella quale vivevano esigue popolazioni di nomadi. Non si sapeva molto dell’Est, ma pare che la magia laggiù fosse ancora potente come agli inizi di Nandèra; tuttavia le genti delle altre parti del paese non se ne curavano, poiché ciò avveniva in una zona molto isolata.
Questa era la terra di Nandèra ed era qui, tra il Nord e l’Ovest, che viveva Joan.
Joan era un ragazzo di sedici anni dai lunghi capelli neri, alto e allampanato; viveva in mezzo a delle ampie e desolate pianure, dove non passava mai un’anima. Viveva dei prodotti della sua terra ed era diventato molto amico di tutte le bestie che passavano nelle vicinanze della sua piccola capanna di paglia.
Joan era orfano.
Non aveva più nessuno al mondo, da sempre, e, anzi, a dire la verità, non ricordava nemmeno di aver avuto mai qualcuno.
Lui era sempre vissuto lì, a coltivare quel piccolo appezzamento di terra, a pascolare le sue capre e le sue pecore. Non sapeva nulla del suo passato, e non si domandava mai nulla su cosa gli avrebbe riservato il futuro.
Questo solitario ragazzo sapeva solamente di chiamarsi Joan, perché al collo aveva un medaglione dorato con inciso il suo nome. Un regalo d’addio di sua madre, forse; ma egli non la ricordava.
Così come non aveva alcuna memoria di suo padre.
Eppure devo averlo avuto un padre, pensò un giorno d’autunno del suo sedicesimo anno di vita.
Scosse la testa, e si mise ad arare il suo campo, che mandava avanti da solo senza problemi.
All’improvviso, sentì un fischio provenire da dietro le sue spalle, e si voltò.
Lì, davanti a lui, c’era un uomo di bassa statura, dal volto abbronzato e dal sorriso amaro, che lo fissava a braccia conserte. Joan lo fissò a sua volta, incuriosito, ma pure un po’ turbato. Lui non aveva mai visto nessuno da quelle parti, prima d’allora.
«Salve!» disse infine. «Cosa posso fare per voi, signore?».
L’uomo sorrise. «Molte cose, Joan» esordì, e il ragazzo sussultò.
«Non temere» intervenne l’uomo, mettendogli una mano sulla spalla, e proseguì. «Io so parecchie cose, e il tuo nome è fra queste. Vedi, io vengo da lì» mostrò con un magro dito le colline sopra la valle «ed è da molto tempo che cerco aiuto per dei miei affari. Il mio nome è Borèo, e sono l’Uomo della Collina. Vorresti aiutarmi? C’è un grande mondo al di fuori di questa piccola e ignota valle… non vorresti vederlo?».
Strinse forte la spalla di Joan, e il ragazzo venne avvolto da visioni indefinite e bellissime.
Joan spalancò gli occhi. Un turbine di pensieri lo avvolse.
Si sentì travolto dalla parlantina di quell’uomo, e nella sua mente nacquero strane visioni di sogni e avventure. Poi si guardò attorno, esitando.
Pensò con nostalgia e trasporto alla sua piccola valle, e si rese conto di quanto la amasse, e quanto avesse a cuore le ore e i minuti, le albe e i tramonti, il lavoro paziente e quotidiano… poi fissò il suo sguardo in quello di Borèo, e vi vide riflesso un ineluttabile destino.
Sapeva che si sarebbe pentito di quello che stava per dire, ma era come se qualcosa lo trascinasse via da lì, e non seppe resistere a quell’inconscio richiamo.
«Sì» disse, e la storia di Joan ebbe inizio.
Non ci fu tempo, per Joan, di prendere molte cose, e partì con uno zaino con acqua, un panino e delle mele, dei guanti per il freddo e una giacca pesante.
Borèo lo osservò ben bene, e annuì, soddisfatto.
«Farà freddo, lassù» disse, e si avviò per le colline senza altri commenti.
Joan lo seguì, diede un’ultima occhiata alla sua piccola capanna, e dentro di sé ebbe la precisa sensazione che non l’avrebbe mai più rivista.
Chissà dove mi sta portando, si disse.
Erano appena saliti sul primo dei verdi colli che sovrastavano le pianure nelle quali Joan aveva sempre vissuto, quando l’uomo si girò verso di lui, e sorrise.
«Ti starai chiedendo dove stiamo andando» disse, e il ragazzo trasalì. «Di norma io sono di poche parole, e chi mi segue deve attenersi alle mie regole: niente domande, e patti ferrei come l’acciaio». Fece uno strano sorriso, e si aggiustò i grigi capelli sulla fronte. «Molti hanno cercato di ingannarmi» proseguì «ma tu sei stato sincero fin dall’inizio con me, ragazzo, con le tue titubanze chiaramente espresse sul tuo viso, e lo apprezzo. Quindi ti spiegherò. Oltre queste colline si trova la mia dimora, che appartiene alla mia famiglia da innumerevoli generazioni: il Castello d’Ocra dei Borèo».
Joan rimase stupito. «Sì, ci chiamiamo tutti così» disse l’uomo, comprendendo i suoi sentimenti dallo sguardo del ragazzo, ancora una volta. «È il nome della mia famiglia; i nostri veri nomi li custodiamo gelosamente, e li riveliamo solo a coloro che amiamo. E questo» il suo sguardo si fece duro «avviene molto di rado».
Scosse la testa, e sorrise. «Ma non temere» disse «se tu accetterai di aiutarmi, diventeremo ottimi amici, e potrò raccontarti molto sul mondo, e insegnarti cose che non immagini nemmeno. Ne ho viste tante, io».
Non disse altro, e proseguì.
Joan scosse la testa, cercando di non farlo notare: aveva la sgradevole sensazione che Borèo potesse capire e vedere più cose di quante lui si augurasse.
La sera avanzava, e un rosso tramonto si estendeva ormai sopra le loro teste.
Joan alzò gli occhi, e infine lo vide: il Castello d’Ocra.
Il nome gli rendeva assolutamente giustizia: l’ocra dominava ovunque, e nessun altro colore trovava terreno fertile. Joan rabbrividì: quel solitario castello monocromatico, con il tramonto alle spalle, e il silenzio mortale tutt’attorno a loro, era decisamente inquietante.
Borèo proseguì, senza farsi impressionare, e diede due pesanti colpi al portone.
La porta si aprì lentamente, e due occhi nocciola fissarono l’uomo e il ragazzo. «Siete voi, signore» disse una voce triste e ammalata.
Joan ebbe uno strano brivido, nel sentire quella voce, come se l’avesse già udita… ma ciò era impossibile; tuttavia, la sua inquietudine aumentò e si mutò in stupore e orrore quando vide la figura aprire totalmente il portone e inchinarsi servilmente davanti a Borèo.
Era, o sembrava essere, un uomo in là con gli anni, curvo e grigio. Era come se innumerevoli ere e quintali di polvere si fossero depositati su di lui, ed egli non avesse fatto altro che starsene immobile dalla notte dei tempi. Borèo lo guardava con infinito disprezzo.
«Sei sempre più ammuffito» disse infine. «Un giorno non pronuncerai più neppure una parola, a furia di ingrigirti; e quel giorno gioirò davvero, come non faccio da secoli». Si girò verso Joan, e gli sorrise. «Vieni, ragazzo, e non badare a questo essere derelitto» disse «lascia che ti mostri le meraviglie della mia casa».
Così, entrarono.
Joan lo seguì, non senza lanciare uno sguardo inquieto al vecchio ammuffito; e, quando il portone sbatté pesantemente alle sue spalle, sentì dentro di sé una precisa sensazione di infinito straniamento, come se si fosse appena inoltrato in un mondo lontano anni luce dalla terra.
Joan e Borèo salirono su scale ripide e scricchiolanti, immersi nel buio. Il padrone del castello continuava a non proferire parola, e Joan si chiese quando avrebbe saputo il perché fosse stato trascinato in quell’oscuro posto. E poi questo castello non mi sembra un granché. Pare abbandonato da secoli, si disse.
Borèo si fermò improvvisamente, e si girò verso il ragazzo. «Non sembra una gran dimora, vero?» sorrise sardonicamente. «Ma io voglio che sia così. Amo camminare nel buio, e poi mostrare alla luce improvvisa le meraviglie che abbiamo qui. Tutta la storia della mia famiglia si potrebbe riassumere in questo modo. Ora vedrai». Si girò verso il nero portone davanti al quale erano giunti, e lo spinse leggermente.
La porta si aprì, e Joan rimase di sasso.

Specifications

  • Pagine: 282
  • Anno Pubblicazione: 2019
  • Formato: 13x20
  • Isbn: 978-88-94921-81-6

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