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Hope Edizioni

Celia Aaron
Nate

Nate
Serie Dark Protector Vol. 2

Avevo salvato Sabrina da una carneficina di stampo mafioso quando aveva 13 anni. Una volta diventato il nuovo boss del clan di Philadelphia, l’avevo mandata nelle migliori scuole per tenerla il più lontano possibile da questa vita – e da me. Aveva funzionato alla perfezione.
Finché non aveva compiuto 18 anni. Finché non era tornata a casa. Finché non avevo realizzato che la timida ragazzina non esisteva più, e che al suo posto adesso c’era una donna dalla lingua affilata e con un corpo che esigeva la mia attenzione.
Avevo promesso a me stesso che le avrei resistito, per il suo bene.

Mentivo.

Primo capitolo

Nate

«Se perdi ancora un altro dito, chi farà godere la tua ragazza?». Sventolai la grossa lama davanti al viso di Vigo, che immediatamente spalancò gli occhi. «Hai già perso il dito medio. Ora prenderò questo qui». Sbattei violentemente la mano di Vigo sul tavolo e vi tenni inchiodato l’indice, mentre David lo teneva fermo.
«Devi solo dirglielo». Peter era al mio fianco, la pistola puntata contro la fronte sudata di Vigo.
«Ti giuro che non sono stato io». Vigo scosse la testa per quanto la stretta di David glielo permettesse.
Conficcai il coltello nel tavolo, a un solo centimetro dal suo dito. Lui urlò e l’odore del suo piscio caldo impregnò l’aria stantia dell’ufficio.
«Santo cielo, Vigo. Abbi un po’ di rispetto per te stesso», bofonchiò Peter.
«Non sono stato io». Le lacrime cominciarono a scorrere sul volto pallido dell’uomo, solcandogli le guance ispide. Era un signor nessuno di basso livello, il tipico ragazzo che nei film gangster finiva per fare una morte anonima molto prima dei titoli di coda.
Rimasi in piedi, usando la punta della lama per grattarmi il mento. Stava dicendo la verità? Forse. Aveva importanza? No. Quello che importava era che un carico intero della migliore erba del Messico era andato perso per ricomparire nelle mani di quei fottutissimi russi, proprio mentre lui era di guardia. Due dei miei uomini erano morti e quel pezzo di merda di Vigo era l’unico sopravvissuto. Alquanto sospetto. Ma anche se non stava lavorando per i russi, avrei comunque dovuto fare di lui un esempio.
Da quando cinque anni prima ero diventato il capo della nostra organizzazione, avevo lavorato senza sosta per rafforzare la nostra squadra, ottimizzare i nostri servizi e organizzare una facciata legittima dietro la quale mandare avanti tutti gli affari sporchi. I russi, e ora anche Vigo, rappresentavano una minaccia per i miei progressi.
Con la punta del dito tracciai il contorno della tenue cicatrice sul mio mento, la traccia di un proiettile, ricordo dell’ultimo attentato alla mia vita. Stavano cercando di invadere il nostro territorio per appropriarsi di tutto ciò che era nostro. Fin dall’istante in cui il vecchio capo, Vince, era soffocato nel suo stesso sangue, i russi ci avevano provocati e punzecchiati, testati e derubati. Ma tutto questo sarebbe finito entro un mese, quando avrei stretto un accordo con gli irlandesi per il controllo dell’intera città. Poi mi sarei occupato dei russi – li avrei stanati come topi, fogna dopo fogna, se fosse stato necessario – e avrei eliminato ogni gangster che mi avesse anche solo guardato storto.
Ma per il momento dovevo resistere e mantenere tutto sotto controllo. E avevo imparato che il mezzo migliore per farlo era attraverso la paura. Faceva da collante e teneva i miei uomini in riga.
«Tienilo». Puntai il coltello verso David.
«No!», strillò Vigo.
«Non provo alcun piacere nel farlo». Feci volteggiare il coltello nel palmo della mano. «Ma ringrazia che non è la tua vita a essere recisa». Mi chinai a incontrare gli occhi piccoli e lucidi di Vigo. «Se sento anche la minima cosa che mi porti a credere che stai con i russi, manderò David a finire il lavoro».
David rise sommessamente. Se per me la paura era un collante, per lui era una forma d’arte. Il suo soprannome, Macellaio, era ampiamente meritato. Agile con una pistola in mano, era assolutamente e divinamente letale con un coltello. Era in grado di fare a fette un uomo come un prosciutto affumicato, e di sorridere nel farlo.
«Manda pure la tua ragazza a casa mia». Peter sventolò la mano libera di fronte a Vigo. «Ci penserò io a farle il trattamento speciale a tre dita, dato che tu sei fuori uso».
Le lacrime di Vigo ripresero a scorrere quando gli inchiodai l’indice sul tavolo. Avrei fatto una cosa veloce, poi l’avrei spedito all’ospedale.
«Non fare più stronzate». Tenni lo sguardo incatenato al suo, mentre facevo virare il coltello verso il basso in un arco crudele.
Il dito si staccò in maniera netta e precisa all’altezza della giuntura, e uno spruzzo di sangue schizzò fuori, macchiando la mia camicia azzurra. Lui urlò, mentre io presi un fazzoletto dalla tasca e l’avvolsi intorno al moncone. Si abbinava perfettamente al suo dito medio mancante, anche se a giudicare dalla cicatrice, il mio taglio era stato di gran lunga molto più preciso.
David lasciò andare Vigo, che si strinse al petto la mano menomata.
Peter afferrò il dito. «Non possiamo correre il rischio che tenti un miracolo medico, ti pare?».
Vigo continuò a piagnucolare mentre io ripulii il coltello con la manica della sua maglia e me lo rimisi in tasca.
«Chiamagli un’ambulanza», feci a Peter. «Incidente sul lavoro».
Lui annuì, poi prese il telefono. Insieme a David lasciammo l’ufficio della Trenholm Shipping, mentre Vigo singhiozzava e si lamentava alle nostre spalle. C’erano tre dei nostri uomini in piedi vicino ai camion, gli occhi spalancati al nostro passaggio.
«Cosa cazzo pensate? Che sia l’ora della pausa?», David batté il pugno sul fianco di uno dei rimorchi. «Tornate al lavoro, cazzo!».
Gli uomini cominciarono a muoversi, caricando bancali di bevande in bottiglia sui camion. Quelle visibili contenevano Coca-Cola. Quelle non proprio visibili, contenevano coca anch’esse, ma del tipo non frizzante. Peter andò a sbattere contro il caporeparto, poi continuò a camminare davanti a me in direzione della macchina.
Sprofondai sul sedile posteriore della Benz, mentre Peter si mise al posto di guida. David salì di fianco a lui. Era insolito avere due bracci destri, ma i fratelli Raven formavano un duo affiatato. Era sempre stato così tra di loro, sin dagli anni dell’infanzia trascorsi presso famiglie affidatarie, e più tardi sulla strada. Da bambino, qualche volta avevo incrociato il loro cammino, ci eravamo azzuffati, e avevo preso abbastanza botte da entrambi per rispettarli. Avevamo lavorato insieme per l’ultimo boss, Vince. E quando mi ero trovato a raccogliere i cocci del suo regno andato in frantumi e avevo assunto il comando, mi avevano giurato fedeltà sin dal primo giorno.
«Cosa ne hai fatto del dito?». David teneva gli occhi bene aperti, continuando a scrutare oltre il vetro antiproiettile del parabrezza, come se una minaccia fosse dovuta comparire da un momento all’altro dal cielo nuvoloso di maggio e piombare su di loro con i mitra spianati.
Peter sbuffò. «L’ho ficcato in tasca al caporeparto».
David scosse la testa.
«Quando farà per prendere una sigaretta e si troverà in mano quel bel pezzetto di carne si metterà a strillare come uno stronzo». Peter era l’unico dei fratelli Raven con il senso dell’umorismo. Quando non era occupato a essere un nerd macina-numeri, mi ricordava me stesso prima che assumessi il comando del gruppo. A quel tempo, anche io ero stato simpatico. Tutto era stato fottutamente divertente. Non più. Ora tutto era sfiancante. Tenere in piedi un impero sulla punta di uno spillo mentre degli imbecilli sparavano a zero su di te non era qualcosa che ispirasse umorismo.
Mi adagiai contro il sedile in pelle e feci un respiro profondo. «Portami a casa».
«E la prenotazione da Paredo?».
«Cancellala. E fai le scuse a Jimmy da parte mia». Con un gesto, indicai la mia camicia macchiata di sangue. «Non penso vorrebbe che mi presentassi nel suo ristorante con l’aspetto di uno appena uscito da Elm Street».
«Non gliene fregherebbe un cazzo». Peter diede un’alzata di spalle, ma imboccò la superstrada che portava fuori città. Mi ero stabilito in una grande tenuta a Gladwyne. I miei vicini, ricchi da far schifo, si facevano gli affari loro, mentre i miei uomini e io avevamo trasformato una villa che sembrava uscita dalle campagne inglesi in una vera e propria fortezza. Divisa in due ali, con un’ampia piscina e un garage a due piani capace di ospitare dodici macchine, la dimora superava di gran lunga quanto avessi mai sognato di possedere. Essere il capo aveva dei vantaggi. La casa era appartenuta alla famiglia Genoa per un secolo, poi, dopo la morte dell’ultimo boss della famiglia, era rimasta disabitata. Ora era mia.
Superammo il cancello facendo un cenno del capo alla guardia dall’uniforme impeccabile. Il vialetto serpeggiava tra gli alberi e i giardini, finché non apparve l’edificio circondato da fiori primaverili che davano l’idea di un’accogliente casa di famiglia, invece che di un covo di malviventi con torbidi scopi. Quando Peter fermò la macchina davanti all’entrata, il sole era basso all’orizzonte, quasi del tutto tramontato. Scesi e percorsi i pochi passi per arrivare all’ingresso.
George aprì la porta e mi salutò. Il calcio della pistola nera gli sbucava da sotto la giacca. Teneva una semiautomatica vicino alla porta d’ingresso. Il livello d’allerta era al massimo dopo che i russi avevano incrementato le loro incursioni e soprattutto dopo l’ultimo tentato omicidio avvenuto solo due mesi prima. Quella volta avevo schivato un proiettile al petto per un soffio, e il mio medico personale aveva impiegato ore per rimuovere tutti i pallini da fucile a pallettoni dal mio braccio sinistro.
«Signor Franco». Opal, la mia domestica, mi salutò con un sorriso. Riusciva incredibilmente a far finta che non ci fosse nulla di strano, nonostante gli uomini armati che frequentavano la casa. Aveva lavorato come domestica qui, poi a casa del boss precedente, e poi di nuovo qui dopo che avevo assunto io il comando. «Pensavo avrebbe cenato fuori». Il suo sguardo cadde sulla macchia rossa cremisi che imbrattava la mia camicia. «Oh, capisco. Le preparerò subito qualcosa».
«Non preoccuparti». La congedai con un cenno della mano e mi tolsi la giacca.
«No, glielo farò mandare su», disse lei con un sorriso.
Non valeva la pena discutere con lei. Ormai l’avevo imparato, negli ultimi cinque anni. La sorpassai, incamminandomi faticosamente su per le scale, con la stanchezza che sembrava affondarmi nelle ossa.
«Ancora una cosa, signor Franco?», mi richiamò Opal.
«Può aspettare fino a domani?». Avevo voglia di stare da solo, di sedermi, riposare e di cercare una via d’uscita da quell’enorme casino che era il mio impero.
Lei esitò. «Certo. Gliene parlerò a colazione».
«Grazie». Proseguii verso la mia camera, togliendomi la camicia e la maglietta mentre camminavo.
Le gettai sul pavimento, poi mi richiusi la porta alle spalle e mi appoggiai contro il pesante legno freddo. La tonalità blu intenso del muro e della coperta mi dava un senso di sicurezza, la familiarità della stanza calmava i miei nervi fragili e mi isolava dall’eco delle urla agonizzanti di Vigo, che risuonavano nella mia mente senza sosta.
La casa era tranquilla, ma sapevo che i miei uomini si aggiravano silenziosamente alla ricerca di qualunque potenziale minaccia. Sotto il mio comando, avevano beneficiato di un aumento di salario e avevano cominciato ad avere incarichi meno sordidi. Niente più prostitute e l’intenzione di uscire dal commercio delle droghe pesanti. Avevamo mollato il traffico di eroina un anno prima e stavamo lavorando per liberarci degli affari riguardanti la cocaina. I miei uomini erano contenti e io mi assicuravo che rimanessero tali. Era l’unica cosa che mi avrebbe mantenuto in vita. Anche la paura arrivava solo fino a un certo punto.
Il silenzio mi riempì le orecchie e tentò di dominare la spirale di pensieri e preoccupazioni che invadevano la mia mente. Chiusi gli occhi, rimanendo semplicemente appoggiato alla porta, restando fermo per un momento. La prima volta dopo tanto tempo.
Poi udii un tuffo nell’acqua.
Aprii gli occhi nell’oscurità e mi diressi verso le grandi finestre che davano sul giardino sul retro. Il sole era tramontato, la luce del crepuscolo svaniva lentamente nella notte, ma la piscina era illuminata e, sotto la superficie dell’acqua, qualcuno stava nuotando.
Uscii sul piccolo terrazzo e abbassai lo sguardo. Le luci illuminavano lunghi capelli biondi e un corpo sinuoso coperto solo da uno striminzito bikini giallo. Forse una delle amanti dei miei uomini era venuta a farsi una nuotata? La donna toccò il bordo della piscina sotto di me, poi con un guizzo riprese a nuotare sotto la superficie dell’acqua, diretta verso la scaletta al lato opposto della vasca rettangolare.
Sporgendomi ancora di più, rimasi a osservarla mentre usciva dall’acqua e saliva i gradini, dandomi la schiena. La sua pelle abbronzata era rischiarata dalla luce fioca e il suo corpo mi faceva sbavare. Gambe lunghe, sedere rotondo, vita stretta e quello che potevo solo immaginare essere un seno perfetto. Il mio uccello si risvegliò per la prima volta dopo molto tempo.
Chiunque l’avesse portata qui, aveva commesso un errore. La volevo per me e non c’era uomo su questa terra che avrebbe potuto fermarmi. Era passato troppo tempo dall’ultima volta che avevo goduto della pelle morbida di una donna. Quella che mi sarebbe presto finita sulle ginocchia non aveva eguali. E se avesse avuto anche una certa verve, a completare quel pacchetto? Sarei stato un uomo finito.
Mi raddrizzai, e stavo quasi per scendere e raggiungerla, quando lei si girò su se stessa e mi fissò con due occhi di un azzurro incredibile.
Sabrina agitò la mano e salutò, le sue tette perfette – come avevo sospettato – rimbalzarono leggermente a quel movimento.
«Merda», imprecai a denti stretti, e cercai di controllare la mia erezione con la forza di volontà. Non funzionò.
Lei si avvicinò, girando intorno al bordo della piscina. L’acqua faceva luccicare il suo corpo. Poi disse la cosa che avrebbe dovuto uccidere definitivamente la mia erezione, ma non lo fece. «Che bello vederti, zio Nate!».

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