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Apollo Edizioni

Ginevra Vinci
Nei palazzi della borghesia – I segreti di una famiglia

Nei palazzi della borghesia – I segreti di una famiglia

Ho sempre paragonato le storie delle famiglie ad antichi palazzi nobiliari dove basta oltrepassare la soglia, e sebbene i secoli passati, senti ancora le voci di chi li ha abitati.

Sono le pareti, i lunghi corridoi, le stanze dai soffitti alti a parlare, a raccontare, a sussurrare episodi di altri tempi. Vicende che, nonostante “la bella facciata”, sono intrise di rancori, malcontenti, di cose non dette e taciute per anni.

Poi, basta aprire quel portone e allungare il piede in avanti e tutto prende forma: le parole diventano, una dietro l’altra, fatti reali. Ed ecco che il tempo anche se ha cancellato l’amaro, ha lasciato il segno.

Nei palazzi della borghesia di Ginevra Vinci è proprio una storia così: il passato scivola con i sui spigoli nel presente, rimbomba nei lunghi corridoi dell’apparire e si chiude nello scrigno dei ricordi. E di quella famiglia borghese, tanto cara all’autrice, resta solo ciò che l’essere umano possiede realmente: l’amore.

Primo capitolo

I

Una bella famiglia

 

Maria Carla non aveva avuto un buon rapporto con la mamma fin da bambina. Quando il padre dopo qualche discussione si rivolgeva a lei chiedendole: «Chi ha ragione, io o la mamma?» La piccola rispondeva subito con fiduciosa e ingenua convinzione: «Tu, papà». Quando aveva sei o sette anni a volte fantasticava che la madre stava in ospedale per cui lei si occupava del padre e immaginava di stirargli le camicie, un gesto visto fare alla madre e che per lei rappresentava un sublime atto d’amore. Quando stava a letto per un’influenza o per qualche malattia esantematica aspettava il ritorno del padre dall’ufficio e quando sentiva suonare il campanello cominciava a fissare dal letto lo stipite della porta per non perdersi il momento in cui la cara figura si profilava per venirla a salutare. Se qualcuno vuole smentire Freud, ebbene lei era la dimostrazione della veridicità della teoria del complesso edipico.
I rapporti tra i genitori non erano idilliaci; il matrimonio combinato a cui Giovanni si era affidato mostrava le sue falle. Eppure si usava così in Sicilia ancora negli anni Quaranta. Giovanni era tornato nel 1945 dalla lunga prigionia in diversi campi di concentramento in Germania, in cui era stato internato dopo essere stato preso dai tedeschi in un ospedale in Dalmazia, dove era stato ricoverato in seguito all’incidente avuto con la moto mentre con i suoi soldati in un camion effettuava la ritirata da Ragusa verso l’Adriatico, dopo l’8 settembre del 1943. Dei parenti gli avevano fatto conoscere una giovane di ventitré anni dai lineamenti normanni: grandi occhi di un azzurro intenso e una bocca ben disegnata in un viso dai tratti regolari, che amava suonare il pianoforte e aveva tutta l’apparenza di essere dolce e remissiva. Marianna, così si chiamava, era figlia, con una sorella di otto anni più giovane, di un funzionario del Tesoro che amava svisceratamente il denaro che spendeva solo per acquistare terreni in Sicilia con mandorli, carrubi e ulivi; d’altronde ancora nel XX secolo la proprietà terriera in Sicilia aveva un valore aggiunto e chi non aveva i “turrina” era un morto di fame.
La famiglia di Marianna viveva a Roma in Via Cola di Rienzo e la mamma era una signora elegante e discreta che aveva abituato le figlie a frequentare famosi parrucchieri dell’epoca come “Femmina” o “Andrè” in Via Veneto e sarti allora conosciuti come “Alfonso”. Marianna non stimava la madre, che considerava troppo “liscia”(1), ed era parecchio gelosa della sorellina, tanto da cercare di convincere il padre dicendogli: «Iole è stupida, è stupida». Forse per compiacere il padre che aveva un debole per la più piccola, forse per un fatto genetico, aveva anche lei sviluppato una grande passione per il denaro.
Giovanni ne aveva trenta di anni, era bruno, con gli occhi neri indagatori, il naso affilato in un viso reso più magro dalla lunga permanenza nei campi di concentramento in Germania dove il freddo patito e la fame gli avevano fatto perdere i capelli. Apparteneva a una famiglia senza beni al sole, con il padre maestro elementare e la madre, una donna semplice ma dignitosa, che aveva cresciuto i propri figli con equilibrio e saggezza, inculcandogli i valori della famiglia e il culto dello studio.
Giovanni era il terzo di cinque fratelli, e per il suo carattere ribelle e introverso era considerato il pazzoide della famiglia. Tutti i fratelli, tranne la prima, che aveva affiancato la madre nella cura della famiglia, avevano terminato con successo gli studi: i tre maschi laureati e l’ultima femmina diplomata.
Giovanni quindi non possedeva terreni, ma aveva, sebbene ancora giovane, una profonda cultura e l’amore per lo studio che gli avrebbe
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(1)Insignificante
fatto ottenere, oltre alla laurea in Economia e Commercio, una seconda laurea in Legge, conquistata dopo il matrimonio con Marianna e dopo faticose ore spese sui libri di greco e di latino, per conseguire prima il diploma di liceo classico, e poi sui testi di giurisprudenza, nei confronti della quale aveva una reale predisposizione. Si erano sposati senza neppure conoscersi meglio, dopo un breve fidanzamento durante il quale Giovanni inviava alla fidanzata delle lettere cortesi ma formali.
Giovanni e Marianna spesso discutevano per il denaro; il padre di Marianna le aveva dato l’anticipo per l’acquisto della loro casa, ma negli anni successivi le aveva promesso un milione di lire, che però non arrivava mai e Giovanni, facendo dell’ironia, lo aveva mitizzato in famiglia definendolo ”il Milione” con grande disappunto di Marianna. L’ironia di Giovanni non risparmiava neppure la moglie a cui aveva dato il soprannome di “maestrina” poiché aveva frequentato le magistrali, terminando poi gli studi senza l’esame di maturità a causa dell’entrata in guerra dell’Italia nel 1940. In verità lei aveva una cultura nozionistica ed era sempre pronta a mettere alla prova gli altri verificando le altrui conoscenze ricorrendo al vocabolario o all’enciclopedia.
Maria Carla era la loro secondogenita ed era legata a Maria Laura, più grande di lei di due anni e mezzo, da un rapporto fatto di affetto, ammirazione ed emulazione anche eccessiva che il padre cercava di smorzare. Quando si trovavano al bar e Maria Carla aveva sette o otto anni, sceglieva sempre quello che prendeva la sorella per cui il padre cominciò a chiedere cosa volesse ordinare prima a lei e poi a Maria Laura, che, dispettosamente, dopo chiedeva sempre qualcosa di diverso per dimostrare la sua autonomia o forse, chissà, perché le piaceva veramente qualcos’altro, suscitando un palese disagio nella bambina a cui però il padre non consentiva di modificare la sua scelta. Maria Laura era consapevole del fascino che esercitava sulla sorella e questo la compensava del fatto che la piccola, e non lei, veniva chiamata in famiglia “la bella di casa”.
In estate finché Maria Carla non ebbe dieci o undici anni, la famiglia già a giugno si recava in Sicilia per restarvi fino a ottobre, risiedevano in campagna in una località nei monti Climiti, in provincia di Siracusa, chiamata Terra Serbaggia. Quelle vacanze erano per le due bambine a dir poco strepitose. La vecchia casa si trovava isolata in mezzo ai campi di carrubi e mandorli su una grande collina che si stendeva per tantissimi ettari e dominava dall’alto il paese di Bussaro che si allungava nella pianura sottostante.
Le bambine armate di canne se ne andavano tutto il giorno in giro per i campi e sulle tracce della volpe; curiose di tutto e in cerca di gechi, lucertole e serpenti sollevavano faticosamente, ma inconsapevolmente, le grosse pietre con cui si usava delimitare i terreni, per la disperazione dei contadini che non si raccapezzavano più; spesso si recavano al burrone dove sulle rocce crescevano i capperi e ascoltavano il suono amplificato dei clacson delle macchine, le voci e i rumori che salivano dal paese. Poi ritornavano a casa per il pranzo, sempre puntuali pur non avendo l’orologio, e dopo il riposino imposto dalla madre, poiché la calura nelle prime ore del pomeriggio era troppo elevata, se ne andavano di nuovo in giro; a volte visitavano le case dei contadini nei dintorni perché da uno era nato il vitellino o dall’altro il puledrino, o la cagna aveva fatto i cuccioli. I contadini le accoglievano familiarmente nelle loro abitazioni: quella di Massa Bartolo (Massaro Bartolomeo) era scavata nella roccia, una stanza senza finestre con il lettone con sopra una pagnotta da cui abilmente, aveva osservato con curiosità Maria Carla, il contadino, impugnando il proprio coltellino tra pollice e indice, vi ritagliava le fette di pane; addossato alla parete di “timpa”(2) azzurrina c’era il comò con alcune fotografie in bianco e nero dei famigliari più stretti.
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2 Roccia
Quella di Massa Austino (Massaro Agostino) era invece una casupola con annessa la stalla; entrambe erano prive di bagno, per l’acqua c’era il pozzo, per water i campi e per la luce i lumi a petrolio. Anche nella casa del Nonno non c’era la luce elettrica perché ancora non era arrivata lassù, a Terra Serbaggia, e la casa aveva un particolare odore di canapa bruciata (quella delle linguette dei lumi), di petrolio e di armadi chiusi che si aprivano solo d’estate.
Marianna non si preoccupava per queste figlie girovaghe, in quell’epoca non si parlava di pedofili e maniaci, e in quel posto non ce n’erano.
Maria Laura e Maria Carla nel loro vagabondare incontravano il pastore con le sue pecore, lo salutavano ricambiate, o intercettavano i contadini che tornavano dai campi o dal paese. Una volta, da dietro il muro di pietre videro un contadino sul suo carretto siciliano che sonnecchiava mentre la cavalla percorreva pigramente la strada di casa. Maria Laura lanciò il grido che in Sicilia si rivolge ai cavalli per indurli a correre: «Saah, saah!». La cavalla drizzò le orecchie e subito si mise al galoppo, il povero contadino, strattonato e svegliato di colpo, intuita la situazione si lasciò scappare un «Figghia e bottana!» e, prese le redini, riportò alla calma la cavalla, ma non la mamma delle bambine, che, saputo il misfatto dal contadino, che le aveva intraviste dietro il muretto, al loro ritorno le rimproverò aspramente.

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Specifications

  • Pagine: 222
  • Anno Pubblicazione: 2019
  • Formato: 13x20
  • Isbn: 978-88-31202-29-9

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