Visita la pagina dell'editore

EEE Edizioni Tripla E

Emanuele Gagliardi
Nero pesto

Nero pesto
Terroristi, delitti e perversioni nella Roma violenta di fine Anni ’70

Roma, 1979: eversione nera e terrorismo rosso insanguinano la Capitale aggiungendosi agli attacchi diretti allo Stato culminati nel rapimento e uccisione di Aldo Moro. Omicidi, sequestri, rapine, violenze hanno spesso connotazione ideologica e così, quando un portinaio di 60 anni iscritto al MSI, Alfredo Mancini, viene trovato morto, orrendamente mutilato, il commissario capo della Squadra Mobile Umberto Soccodato si indirizza senza esitare sulla pista politica. Qualche giorno dopo, nello stesso stabile, avviene un secondo omicidio. A parte il teatro dei delitti e le simpatie destrorse delle vittime, non parrebbe esserci un comune denominatore tra i due casi. Soccodato e i suoi collaboratori si muovono non senza grossi rischi e affanni nel sottobosco del terrorismo neofascista che per le sue aderenze con gli ambienti istituzionali e con la grande criminalità capitolina si rivela un nemico quanto e forse più insidioso delle temibili e meglio organizzate formazioni eversive di sinistra.

Primo capitolo

«Un po’ d’acqua, presto!»

«Un bicchiere d’acqua per il signor giudice!»

Alla fine arriva il bicchiere d’acqua e il sostituto procuratore Formica, terreo, fronte imperlata di sudarella gelida, ne manda giù un sorso. L’hanno fatto sedere all’aria, qui nella corte del comprensorio di Via Angelo Emo 131 dove siamo a constatare l’assassinio del portinaio segnalato per telefono da un’inquilina poco dopo le 6 di stamane. Già, perché non bastava che stessimo in piedi dall’una, grazie ai fascisti che hanno messo una bomba al Campidoglio! Cinque chili di tritolo… ’tacci loro!! Il Palazzo Senatorio mezzo sventrato e la statua del povero Marco Aurelio deturpata! E c’è da benedire il temporale ché non c’è scappato il morto! Tornando al giovane magistrato semiesanime, ha ceduto alla vista del cadavere del signor Alfredo Mancini, nato a Sant’Oreste sessantuno anni fa, celibe secondo la carta d’identità e le dichiarazioni dei condomini, trovato morto nell’angusto retro della guardiola sita al centro della corte a pochi metri dal cancello d’ingresso. Ha ceduto, il giudice, perché al disgraziato, supino e nudo in un lago di sangue e con un’espressione terrificante stampata sul viso, sono stati asportati in modo violento e grossolano il pene e parte dello scroto che adesso si trovano ai piedi del corpo sotto forma di una male identificabile poltiglia di carne sanguinolenta. Per di più, l’autore dello scempio s’è divertito, è da vedere se prima o dopo l’orrenda mutilazione, a infilare nel retto della vittima una bottiglietta di profumo Pino Silvestre, quella con il caratteristico tappo a pigna comune al bagnoschiuma Vidal. Formica è arrivato proprio mentre il medico legale stava sfilando il reperto dal sito in cui l’aveva cacciato il malvagio e dall’ano devastato fuoriusciva una nauseabonda eruzione di sangue misto a materia fecale semiliquida. Evidentemente i maestri del povero sostituto, Tertulliano, Ulpiano, fino a più attuali principi del… foro, sulla cui scia ha intrapreso con entusiasmo la carriera, non lo hanno edotto sulla possibilità che da certi orifizi massacrati possano venir fuori cose infernali!

«Non ha altre ferite» dichiara freddo il dottor Paselli.

«Beh, direi che bastano!»

«È… morto dissanguato?» si inserisce il magistrato con una vocetta gialla.

«Forse è morto pure prima di dissanguarsi – puntualizza il dottore. – Comunque…»

«…saprà essere più preciso dopo l’autopsia.»

«Come fa a saperlo, Soccodato?!»

«Leggo gialli da sempre. E faccio il poliziotto da una vita…»

È arrivato l’amministratore del condominio. Tipetto agitato, basso e calvo con a occhio e croce una ventina di chili oltre il peso forma. Uno come me, insomma!

«Ho le chiavi dell’abitazione del portiere che m’avete chiesto…» dice mentre mi viene incontro mostrando due chiavi tenute insieme da un semplice anello.

«Andiamo, allora.»

Ho un cerchio alla testa per il sonno e per il disgusto.

«Posso vederlo, commissario?»

«Non glielo consiglio.»

«Ho fatto la guerra…»

«Quand’è così… s’accomodi.»

Ma nel bugigattolo con il cadavere ci rimane manco tre secondi e quando esce è quasi più bianco del giudice Formica.

«È lui» dichiara per mascherare la nausea.

Ma che fosse lui lo sapevamo già perché abbiamo trovato subito i calzoni con il portafogli e tutti i documenti.

«Non mi sono ancora presentato, – cambia discorso ma non riprende i colori – sono Cocuccioni Mario, amministratore.»

«Commissario capo Umberto Soccodato, Squadra Mobile.»

Nel retroguardiola dove il signor Mancini giace evirato e deflorato ci sono solo una scala di legno, qualche scatolone inzuppato di umido e muffa, una cassetta di utensili, una seggioletta e un tavolino di quelli pieghevoli da picnic. Nel suo appartamento, al seminterrato di una delle palazzine, – camera, bagnetto e cucinino – non c’è molto di più. Il che conferma il celibato dello sventurato. Nel bagno, poco più grande di quello di un treno, oltre al vaso, al lavandino e a un bidet portatile, ci sono uno specchio a muro crepato all’angolo sinistro e una mensoletta nera con sopra un bicchiere con dentro spazzolino, dentifricio e pettine, la macchinetta Gillette di alluminio col pennello e il sapone, una scatolina di lamette Bolzano e l’impronta rotonda di qualcosa che mi sa tanto deve essere stata la bottiglietta del Pino Silvestre che ha fatto la brutta fine che ha fatto!

In camera c’è puzza di cavoli e cipolla come in cucina e al bagno dove si unisce al sentore di orina e tubi fracichi. Sul letto, un lenzuolo solo sotto e una coperta militare di quella lana aspra che a toccarla ti fa risuonare nelle orecchie la vociaccia del sergente istruttore. Pochi indumenti in un piccolo armadio: la divisa coi galloni che fa sentire importanti i condomini, tre camicie bianche con colletti e polsini un po’ lisi, due paia di calzoni, un giubbetto, la tuta da lavoro, due cravatte tristi. C’è pure un comò a quattro cassetti dentro cui stanno ammucchiati pedalini, mutande, canottiere, maglie di lana, due-tre golf e… un bel po’ di riviste porno stropicciate da ripetuto uso liberatorio tipico dell’uomo solo. Nell’ultimo cassetto, una cosa che sulle prime mi sembra un telefono di quelli neri che in molti abbiamo ancora a casa. Ma non è un telefono. È una sviluppatrice. Agfa Rondinax. Ne avevo una uguale più di dieci anni fa. Serve a sviluppare le pellicole in bianco e nero senza dover disporre di un luogo assolutamente buio come è necessario usando le più comuni sviluppatrici a tank. Un oggetto che, a pensarci bene, non c’entra proprio con il resto di questa casa. Non c’è una fotografia in giro! E meno ancora una macchina fotografica. Comunque la Rondinax dev’essere stata usata di recente perché puzza di idrochinone. Da vecchio fotoamatore, so dove cercare: sotto il lavello di cucina, insieme con lo sturalavandini, lo spray anti formiche e scarafaggi e detersivi vari, riconosco il flacone rosso del rivelatore Tofen S37 e la bottiglia del fissaggio. C’è tutto per sviluppare negativi. Ma le foto dove sono?

Chiamo il brigadiere Pizzochero, quello che somiglia a Causio, e gli dico di aggiungere la Rondinax alle cose sequestrate.

«Che altro abbiamo?» voglio sapere.

«Settantamila lire in banconote da diecimila, cinquemila e mille; una tessera del MSI a nome della vittima rilasciata dalla sezione di Via Ottaviano 9; le chiavi di una macchina e una chiave a doppia mappa…»

«Cosa apre quella chiave?»

«In pratica niente, dottore. La guardiola e l’abitazione si aprono con comuni chiavi… Quelle che aveva l’amministratore e che ha visto pure lei.»

«Un momento… mi faccia capire: addosso al morto, nei suoi vestiti o da qualche altra parte non avete trovato le chiavi di casa? Se l’appartamento era chiuso avrebbe dovuto averle con sé….»

«L’appartamento era chiuso, dottore, tant’è che abbiamo mandato a chiamare l’amministratore e siamo tutti entrati, lei compreso, solo dopo che lui ci ha aperto. Però non abbiamo trovato altre chiavi se non quelle dell’auto e questa che, le ho detto, non apre niente, né qui né in guardiola.»

«E la guardiola non era chiusa a chiave?»

«No, era aperta. La condomina che ci ha chiamato ha scoperto il delitto proprio perché la porta era socchiusa ed è potuta entrare.»

«Quindi… c’è da pensare che le chiavi del portiere se le sia portate via l’assassino!»

«Si direbbe…»

«Ma allora perché ha lasciato aperta la guardiola? Avendo le chiavi poteva chiudere, almeno per ritardare la scoperta del misfatto…»

Continuo a ragionare: «A meno che non volesse affatto ritardare la scoperta…»

«Intende dire che fosse tanto sicuro di farla franca da non preoccuparsi di avere più tempo per allontanarsi?» Pizzochero è perplesso.

«In un certo senso sì… Oppure si è trattato di un gesto irrazionale, automatico… Beh, direi, che qui abbiamo finito…»

«Anch’io avrei finito.» È il dottore.

«Allora faccio portare via il morto.»

«Quando vuole.»

«Certo, poveraccio, che fine terribile!»

«Può ben dirlo! Come lei ha detto prima rubandomi la parte, sarò più preciso dopo l’autopsia, ma da quanto già ho potuto constatare, ho ragione di credere che il membro gli sia stato strappato… a morsi!»

«Sta scherzando?!»

«No.»

«Lo ha detto al giudice?»

«Glielo dica lei, quando avrà smesso di vomitare!»

«Non può dargli qualcosa per farlo star meglio?»

«Gli ho consigliato un antiemetico. Ha mandato un agente a comperarlo. Pare ci sia una farmacia poco distante.»

«Sì, è vero, lo so perché mia figlia abita da queste parti. Ma, tornando a noi, chi può aver fatto una cosa del genere? Un pazzo? Un sadico? Un maniaco?»

«Ah, questo potrebbe saperlo meglio il suo collega Cipriani… L’unica cosa che posso dirle a mio modesto parere è che quello che ha fatto una cosa simile ha qualcosa che non va nell’anima oltre che nel cervello! Bestiale! Senza offesa per le bestie, s’intende.»

«Allucinante.»

«Allora, caro commissario, io torno ai miei… pazienti.»

«Più pazienti dei suoi! Non dicono mai niente…»

«Soccodato, questa è deboluccia per un trasteverino verace!»

«Già. Consideri però che sono le sette di mattina e stanotte ho dormito neanche un’ora e mezza!»

«D’accordo, gliela faccio passare… A proposito, che mi dice della bomba? Venendo qui ho sentito la notizia alla radio…»

«Sono stati i fascisti. Per quanto ne sappiamo fino adesso, più che alla strage stavolta hanno puntato allo sfregio. Hanno voluto colpire il Comune, forse perché per la prima volta c’è una giunta di sinistra…»

«Argan è andato a vedere?»

«Sì. È arrivato sul posto poco dopo. Brutto risveglio pure per lui, nel cuore della notte… Ma forse qualche minuto di sonno più di me se l’era fatto. Io, per via delle coltellate a un ragazzo comunista a Torpignattara, ero tornato a casa alle dieci e mezza passate… ho fatto a tempo a cenare e a vedere un po’ di televisione. Mi ero messo a letto da poco quando mi hanno chiamato…»

«Fascisti, comunisti… Sembra un macabro gioco a botta e risposta!»

«Ho l’impressione che dopo gli arresti del giorno 7 che forse hanno decapitato i vertici delle Brigate Rosse e degli Autonomi, i fasci si sentano ringalluzziti e ci tengano a far vedere che ci sono pure loro!»

«Che roba!»

 

Specifications

  • Pagine: 406
  • Anno Pubblicazione: 2016
  • Formato: 15x21
  • Isbn: 978-88-6690-333-8

Video correlati

Italia Book Festival è un progetto Edizioni del Loggione S.r.l. - Tutti i diritti riservati