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EEE Edizioni Tripla E

Giorgio Bianco
Occhi sulla collina

Occhi sulla collina

Vladimiro, un giornalista che ha perso il lavoro, deve reinventarsi come riparatore, imbianchino, idraulico, per sbarcare il lunario.

Nel suo primo giorno della sua nuova attività, deve riparare una tapparella a casa di Marzia, però batte la testa, forse cadendo dalla scala, e non riesce a finire il lavoro.

Sebastiano, il marito di Marzia, che per anni ha maltrattato e seviziato la donna, è scomparso misteriosamente. Marzia e Vladimiro cominciano a frequentarsi e si innamorano, e anche Lia si affeziona all’uomo, che la tratta come un padre tenero e affettuoso.

Ma dietro la scomparsa di Sebastiano si cela una terribile verità, che non sarà facile far emergere: bisognerà trovare la strada giusta, senza perdere l’orientamento, proprio come Vladimiro, che ama correre per le strade di Torino, ha imparato da suo padre: bisogna mantenere gli occhi sulla collina e imparare a correre, per mantenere la giusta strada, anche se costa fatica, anche se il prezzo da pagare è alto.

 

 

Primo capitolo
  1. Vladimiro

 

 

Io corro. Spezzo il fiato in un lamento e trovo slancio per il passo successivo. Corro, corro.

L’autunno mescola l’odore delle foglie fradice a quello delle prime nebbie torinesi. Scoiattoli elettrici scattano sul boato della città, gabbiani incolori volano bassi e non si rassegnano all’assenza del mare. La Mole è una sagoma grigia dietro a un filtro di smog.

Io corro al parco del Valentino. Corro dietro alla memoria perduta della felicità o della sua illusione, lotta impari contro il tempo rovesciato, come la giustizia nel mondo.

 

Colpi piatti e ritmati, canottaggio sul Po fotografato fra rami spigolosi lungo la riva. Non è sole, non è luna, è un disco orario che segna il passaggio dal mattino al pomeriggio, senza calore né prospettiva.

Corro da cinque minuti, forse meno. Non bastano, i muscoli sono ancora freddi, prurito ai polpacci, dolore all’anca, fiato compresso nella parte alta del torace. Troppe panchine vuote, invitanti come sirene, sedersi e grattare il polpaccio a sangue, respirare, respirare, dormire!

Ma io corro testardo, e chi te lo fa fare, Vladimiro, credi che morire in salute sia una grande soddisfazione? Tanto sottoterra ci finiamo tutti quanti, e goditela ’sta vita! Fumati una sigaretta, mangia grasso... Goditela!

Me la godo, va bene. Intesi. Mi godrò la vita. Un’altra volta, però. Ora non ho tempo. Comunque sottoterra non ci finisco, mi faccio cremare e al diavolo il collega di scrivania, il vicino di casa, la...

 

L’ultima scrivania l’ho abbandonata quando la primavera era appena precipitata nell’estate. Ero un giornalista. No, lo sono ancora. Puoi togliere un pilota dalla Moto Gp, non la Moto Gp da un pilota. Cronisti, stessa cosa. Sono un giornalista di stampa locale. Disoccupato. Triturato dal crollo della pubblicità. Caporedattore senza più servizi da assegnare, pagine da disegnare, giovani collaboratori da incoraggiare. Le lettere di rammarico dei lettori affezionati: e non chiudete, non chiudete! Chi darà voce alle nostre proteste? Non ci piace la rivista sul web, rivogliamo il vecchio giornale di carta!

 

Dunque io corro. Più veloce dei miei cinquant’anni, di un pugno sul tavolo, di una brutta notizia. La faccia pallida e l’espressione sprezzante di un capo del personale. Annoiato, inutilmente pragmatico, gran figlio di una banca, triste di ricchezza e abbia pazienza Vladimiro, è una questione di mercato, sono certo che comprenderà. Lei è in gamba, mi dicono, io leggo soltanto notiziari finanziari, comunque so che lei è un buon giornalista, niente da dire. Ma la crisi... Insomma, comprenderà. Noi dobbiamo preoccuparci dei conti. Quindi meglio assumere due ragazzini svegli, esperti di internet e, mi strizza l’occhio, con poche pretese economiche. Faranno un bel sito web: agile, dinamico, essenziale. Addio alla carta, alla vecchia struttura, ai vecchi giornalisti. Il mondo si muove così. È il mercato a decidere, le ripeto. Il mercato vuole le sue vittime, ma è l’unico in grado di riequilibrare il sistema. Lei comprenderà.

 

Certo che comprenderò. È il mio lavoro. Comprendere chi è distante da me molto più di un’idea sbagliata. Comprendere senza giudicare, riportare i fatti con chiarezza, frasi brevi, pochi aggettivi. Deontologia, rispetto. Pubblicare articoli che parlano di aziende fallite mentre fallisci anche tu. Professionalità, passione, degrado, morte. Sequenze schizofreniche di una dedizione mortificata, conti che non tornano. Non più.

Nemmeno io voglio tornare, per questo continuo a consumare scarpe da podismo lungo una pista ciclabile. Monumento all’Autiere d’Italia, Vladimiro guarda che bello, è una ruota! Papà sorrideva, io spingevo sui pedali rassicurato dalle rotelle, ma papà le tolse presto e meno male: tutto questo fece di me un motociclista e uno sciatore, un camminatore, un...

 

Ora i muscoli sono caldi perché correndo non penso più alla corsa, penso ai fatti miei: è il segnale. Corro come se corresse un altro, ho il privilegio di farmi portare dai piedi senza rendermene conto. Il cuore ha trovato il ritmo giusto, la salivazione non è più eccessiva, il sudore che dalla fronte scivola verso il collo certifica la costanza dello sforzo atletico. Ora mi sento importante, giusto, forse immortale.

 

Biglietti. Bigliettini appiccicati ai pali della luce. “Eseguo piccole riparazioni a tapparelle, sturo lavandini, tinteggio appartamenti, sgombero cantine e solai”. L’ultima è una mezza bugia: per gli sgomberi bisogna avere un camioncino e possibilmente un socio, ma confido nel buon cuore di un amico. Le altre sono verità intere: famiglia proletaria, gente che aggiusta e si aggiusta. Per risparmiare, ma anche per non dover chiedere: piemontesi, teste così. Visti mentre corro, i miei biglietti sono bandiere bianche al vento della sconfitta, un lembo pronto per essere strappato, numero di cellulare per tutti, tutti.

Il ponte Isabella. È la boa. Di solito lo attraverso, giro a destra e torno indietro, verso corso Sicilia e il ponte Balbis, poi via fino casa. Oggi invece voglio andare a sinistra. Punto al centro città, a qualcosa che non evochi l’idea del rientro. Io fuggo, respiro. E corro.

 

Questa volta, però, ho la testa bendata. E un occhio pesto. Pure una spalla dolorante. Merda, che botta! La medicazione stringe troppo, le tempie pulsano a ogni passo, a ogni sobbalzo. Correre così è un inferno.

Ma non sono caduto mentre correvo. Sono volato da una scala come un fico dalla pianta: bella figura mi sono fatto ieri di fronte a una cliente nuova, la prima nella mia carriera di riparatore tuttofare. Brava donna. Bella donna, mani lunghe e linee dolci, treccia bruna, mandorle al posto degli occhi. Niente reggiseno, fasciata di nero come una ginnasta, profumo d’ambra. Bella per chi? Per me? Io non amerò più. Mai più.

E allora che faccio, tanto per gradire? Cado. Giù dalla scala, quando si dice cominciare il lavoro col botto. Adesso ricordo soltanto il campanello di casa, la porta socchiusa, la voce di una bambina che mi dice entra, entra. Poi più nulla. Fino al risveglio in poltrona con un asciugamano bagnato sulla fronte e si è fatto tanto male, signore? Mi sono presa uno spavento, volevo chiamare l’ambulanza ma poi ho capito che si sarebbe ripreso.

 

«Ma che... Che succede? Chi è lei? Che posto è questo? Dica qualcosa, per piacere!»

«Stia calmo, stia calmo... Ha battuto la testa, non ricorda?»

«Nulla ricordo, nulla! Che male... O mamma...»

«Non si agiti, signore, per carità!»

«Mi agito perché non so dove mi trovo, e lei manco mi dice chi è!»

«Marzia, piacere. Mi scusi se piango, mi sono spaventata. Appoggi la testa, non si agiti. Le spiegherò tutto.»

«Sì... Va bene. Mi chiamo Vladimiro, piacere mio. Sto bene. No, male. Non so. La mia testa...»

«Stia tranquillo, si rilassi. Passerà presto.»

«Ora vuol dirmi dove mi trovo? E che cosa ci faccio qui?»

«Ma non ricorda proprio nulla?»

«No, signora. Nulla. Insomma, che succede?»

«Lei si trova in un appartamento di corso Marconi, vicino alla fermata della metro. Doveva sostituirmi la cinghia di una tapparella. Le ho telefonato ieri pomeriggio. Ci pensi, faccia uno sforzo.»

 

Pausa, dolore. Quel sapore amaro in bocca, come quando da ragazzino mi schiantavo con la bici da cross. Dolore, dolore. Memoria.

 

«Sì... Sì, signora. Le cose iniziano a tornarmi in mente. Ma chi le ha dato il mio numero di telefono?»

«È stato lei. Voglio dire, ha attaccato biglietti lungo la ciclabile del Valentino. Io ci porto sempre la bambina a giocare e così...»

«Sì, sì. Giusto. I biglietti. Accidenti, ora ricordo tutto. Tranne la caduta. Veramente non ricordo nemmeno di essere salito su una scala...»

«E come, se ci è salito! Poi... Poi si è voltato all’improvviso, ecco! Insomma... Forse cercava qualcosa, un attrezzo. E ha perso l’equilibrio. Adesso, se è d’accordo, l’accompagnerei al pronto soccorso.»

«Ma no... Non è il caso...»

«Guardi che con la testa non si scherza... Ha preso una bella botta, manco se ne ricorda... Non sono un medico, ma una radiografia la farei.»

«No, davvero. La ringrazio ma sto meglio.»

«Mi dica una cosa: non è che lei rifiuta l’ospedale perché teme guai? Lei lavora in nero, giusto?»

«Sbagliato, signora: ho aperto la Partita Iva e la sua fattura doveva essere la numero uno della mia nuova carriera. Quindi è tutto regolare. Non mi va di andare in ospedale, punto e basta.»

«Va bene, non volevo offenderla.»

«È impossibile offendermi: prima di cominciare a cadere dalle scale ero giornalista. E lo rimango, nel profondo.»

«Oh, sì... Capisco. Ma le conviene la Partita Iva, con questi lavoretti? Guadagnerà abbastanza, riuscirà a pagare le tasse?»

«Deciderà il mercato.»

 

 

Specifications

  • Pagine: 142
  • Anno Pubblicazione: 2018
  • Formato: 15x21
  • Isbn: 978-88-6690-469-4

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