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Elisa Averna
Prisma

Prisma

Freddy Moore vive a New York, ha un QI sopra la media e ha sempre usato il suo intelletto per escogitare truffe. Fino a quando non è stato reclutato dall’intelligence.
In una giornata come le altre si sveglia imprigionato in un prisma trasparente e infrangibile. È un ambiente claustrofobico senza alcuna apertura, grande quanto la cameretta di un bambino. Freddy non sa da chi e perché sia stato rinchiuso lì dentro, ma scopre ben presto che chi lo ha fatto vuole comunicare con lui: ogni faccia laterale del prisma è uno schermo sul quale, di tanto in tanto, viene proiettata una fase della vita di Freddy.
L’unico modo per scoprire la verità, sei tu, lettore. Freddy ha solo te per capire chi lo ha chiuso lì dentro e perché.

“So che i miei pensieri tu li stai leggendo. Tu, mio caro lettore, sei il mio unico legame con il mondo fuori di qui. Io posso comunicare solo con te. Posso farlo grazie a uno spazio-ponte di dialogo che termina con un libro. Io non sono allineato al tuo tempo e questo è evidente. Tu hai davanti a te un testo scritto in carta stampata o in formato elettronico, poco importa, perché in ogni caso contiene la mia storia. La tua lettura servirà a me per allinearmi al tuo tempo e quindi tornare alla mia vita nel mio mondo e a te per allenarti all’impossibile.”

 

“Prisma, nel mio intento, prima di essere un thriller claustrofobico, è un trip psichedelico dove il lettore è parte in causa. È un concentrato di paura e di coraggio, una prova di pazienza e di affezione tra il protagonista della storia e chi la legge."
- Elisa Averna -

 

Elisa Averna nasce a Genova nel 1974. Laureata in Lettere e Filosofia e specializzata in Conservazione dei Beni Culturali, si occupa ora di progettazione museologica. Ha da sempre avuto una grande passione per la letteratura e la scrittura creativa. Ha pubblicato opere di saggistica per Aracne editrice.
Prisma è il suo esordio nella narrativa.

Primo capitolo

Capitolo 1
Prime ipotesi

 

Mi trovo chiuso in un prisma pentagonale di un materiale infrangibile trasparente, del tutto simile al cristallo. È un ambiente claustrofobico, senza alcuna apertura e grande quanto la cameretta di un bambino. Forse è sospeso nel vuoto o forse è poggiato su una base bianca. Lo spazio esterno è una nebbia densa come ovatta lattiginosa e cangiante in base all’intensità della luce. Non so perché io sia qui dentro, chi mi ci abbia messo e per quale motivo. Ogni faccia laterale del prisma è uno schermo dove, di tanto in tanto, è proiettata una fase della mia vita, un’alternanza di vissuti che io però non padroneggio. Nel primo schermo vedo la mia infanzia; nel secondo, la mia adolescenza; nel terzo, la mia età adulta e nel quarto, la mia vecchiaia. Nella quinta faccia è installato un piccolo monitor, anch’esso trasparente, ma con piccole screziature metalliche. È sì uno spazio definito, eppure, con tutte queste proiezioni, mi sento perso in un labirinto interminabile.

Mi sta succedendo qualcosa di completamente assurdo, è ovvio, ma che cosa? Vorrei ragionare con calma. Forse sono vittima di un trauma. Magari sono in coma, intubato in un letto d’ospedale e sto vivendo un’esperienza di premorte. Molte persone hanno avuto un’esperienza extracorporea in circostanze analoghe. No, non è possibile, non può essere il mio caso, perché non sto percorrendo il classico tunnel con la luce in fondo e soprattutto non provo alcuna sensazione di pace o amore. Inoltre, la mia anima è ben ancorata al mio corpo, lo sento.

Forse sono già morto e quello che vedo è il film della mia vita che continua senza di me. Se la morte è questa sensazione d’impotenza, meglio non essere mai nati.

E se fossi sotto l’effetto di qualche allucinogeno? No, meno che mai! Non ho nessuna propensione verso le sostanze chimiche. È anche vero, però, che potrebbero avermi inoculato qualcosa nel sonno contro la mia volontà. Ma chi e perché? Inoltre avrei già dovuto smaltire l’effetto e poi sono nel pieno delle mie facoltà. Non mi sento dissociato dal mio corpo e non ho una percezione alterata della realtà. Ciò che vedo è assolutamente vero, anche se posso sembrare in preda a un trip psichedelico.

Forse questo prisma è una fortezza onirica, un posto dal quale è impossibile uscire, dove i dormienti, una volta risvegliati, continuano a vivere nel sogno. Però non sto sognando, ne sono certo. Sono sveglio, lucido e il mio corpo risponde ai miei comandi. In un certo senso, io spero dentro di me che questo sia solo un sogno, ma purtroppo sento che non è così. È tutto troppo reale, sebbene assurdo, per essere solamente un sogno. Credo piuttosto che mi stiano utilizzando come cavia per un esperimento. Ho il QI molto alto. Sono stato un bambino plusdotato, il mio caso fu studiato all’Università di Düsseldorf. Potrebbero non aver mai smesso di tenermi sotto osservazione e poi avermi portato qui. Di fatto ora sono come un topo in una scatola. Di quale esperimento potrebbe trattarsi? Forse degli scienziati figli di puttana vogliono studiare le reazioni di un soggetto come me, iperattivo e dinamico, in una situazione di stress. No, poco probabile. Che senso avrebbe? Le reazioni delle persone sottoposte a uno stato di tensione permanente sono arcinote: sudorazione, tachicardia, cambiamenti chimici, metabolismo accelerato, eccetera. Nessuna di queste reazioni ha a che fare con le capacità cognitive della persona. In generale, tutti gli organismi simili tra loro, a pari condizioni, manifestano le stesse risposte.

E se volessero trasformarmi in un uomo bionico, in un cyborg? “Non è più di alcun vantaggio rimanere umani o evolversi come specie, l’evoluzione termina quando la tecnologia invade il corpo”, così dice Stelarc[i]. Il corpo umano forse è ormai solo una vecchia carcassa e la tecnologia potrebbe consentirci di potenziarlo notevolmente. Il mio cervello, per elaborare certi calcoli, si comporta al pari di un computer. Il mio corpo, per quanto io sia un tipo atletico, non è al passo con il mio cervello. Mi affascina il transumanesimo. L’idea di perfezionare le mie prestazioni fisiche con la tecnologia mi potrebbe anche interessare, ma non così, non senza che io ne sia stato informato prima. Non vorrei da un momento all’altro vedere il prisma invaso da raggi gamma, quelli che hanno trasformato Bruce Banner in Hulk. Non permetterò a nessuno di trasformarmi in chissà quale creatura o di giocare con me al Grande Mazinga. No, non posso essere la cavia di un esperimento, mi rifiuto di pensarlo anche solo per un altro secondo in più. Che non si violi la mia dignità! Che non si uccida la mia vita! Se accadesse, la mia anima diverrebbe il peggiore incubo dei miei aggressori.

Forse questo prisma è una specie di macchina del tempo, un’invenzione incomparabile e straordinaria che stanno testando su di me. Ma “stanno” chi? Degli scienziati, forse la Nasa, o qualche studioso di mia conoscenza? Però, perché non dirmelo? Io sarei stato collaborativo. A chi, d’altronde, non piacerebbe viaggiare nel tempo? Se questo prisma fosse una macchina del tempo, avrebbe dovuto darmi la possibilità di scegliere l’epoca e non di subirla. I suoi inventori, inoltre, avrebbero dovuto informarmi sul suo funzionamento per non farmi commettere errori o produrre danni. Perché non rendermi edotto sul mio destino, sull’eventuale missione da svolgere e sulle informazioni da ricercare? No, questo prisma non può essere una macchina del tempo. Non mi porta nel passato o nel futuro di altre civiltà. Tutto verte sulla mia persona.

Un momento! E se fosse una macchina con implicazioni esoteriche e divinatorie? Il cristallo è o no un catalizzatore energetico? In fondo fin dall’antichità gli sono state attribuite proprietà spirituali. La sua trasparenza, stando a certe credenze, consentirebbe di arrivare alla verità con la divinazione ed evocherebbe l’essenza dell’Io, il raggiungimento della psiche riordinata. Forse questa macchina è un’opportunità per analizzare me stesso in relazione al mio futuro? Difficile: in questo caso dovrebbe darmi gioia e non buttarmi in un incubo, dovrebbe darmi benessere intellettuale e non profonda frustrazione.

Nulla di tutto questo!

Perché sono qui?

«Chi siete, fottuti bastardi che mi avete chiuso qui dentro? Dove vi nascondete? Fatevi avanti, vigliacchi!»

Non mi rispondono i maledetti. Si saranno offesi? Proviamo a cambiare registro.

«Scusate, miei cari rapitori, vi ringrazio per l’ospitalità ma, se non vi dispiace, desidererei tornare alla mia vita.»

Mi duole far constatare a chi segue alla lettera i protocolli dettati dal Galateo che le buone maniere spesso sortiscono lo stesso effetto di quelle cattive: il nulla. Mi rincuora solo il fatto che tu sia con me. So che i miei pensieri tu li stai leggendo. Tu, mio caro lettore, sei il mio unico legame con il mondo fuori di qui. Io posso comunicare solo con te. Posso farlo grazie a uno spazio-ponte di dialogo che termina con un libro. Io non sono allineato al tuo tempo e questo è evidente. Tu hai davanti a te un testo scritto in carta stampata o in formato elettronico, poco importa, perché in ogni caso contiene la mia storia. La tua lettura servirà a me per mettermi in linea con il tuo tempo e quindi tornare alla mia vita nel mio mondo e a te per allenarti all’impossibile. Perché so questo? Lo so perché lo so, come so mille altre cose senza sapere il perché io le sappia, come se appartenessero a un sapere acquisito con l’esperienza di altri. Forse qualcuno me le ha messe nel cervello.

Che cosa hanno fatto alla mia mente?

«Che cosa mi avete fatto? Che cosa avete intenzione ancora di farmi? Bastardi!»

Aiutami! Ho solo te. Ho davvero solo te.

 

Prima acquisizione: tu puoi leggere tutto ciò che penso.

 

[i] Stelarc, pseudonimo di Stelios Arkadiou (Limisso, 1946), è un performance artist cipriota naturalizzato australiano. È conosciuto per le sue esibizioni di body art e di performance art, in cui unisce al suo corpo componenti elettronici o robotizzati, basandosi sul principio che il corpo umano è obsoleto.

Specifications

  • Pagine: 184
  • Anno Pubblicazione: 2019
  • Formato: a5
  • Isbn: 9788898423859

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