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Dante Candini - Nunzia Manicardi
Stanguellini il “mago” dei motori

Stanguellini il “mago” dei motori
Prezzo Fiera 20,00

Il presente volume è la seconda edizione, riveduta e ampliata, del precedente "Stanguellini e l’artigianato automobilistico modenese”, che costituiva finora l’unica pubblicazione al riguardo. Con questa loro seconda fatica gli Autori hanno voluto maggiormente sottolineare il valore individuale di Vittorio Stanguellini: il "mago” dei motori, come - non a caso - veniva chiamato. Per questo motivo hanno preferito abolire il capitolo iniziale sull’artigianato automobilistico modenese a favore della trattazione di altri aspetti della vita  e dell’opera di Vittorio Stanguellini. In particolare - rispetto al volume precedente - sono stati aggiunti: un capitolo con l’elenco inedito di tutte le principali affermazioni agonistiche della casa modenese (primi, secondi e terzi posti, con la relativa indicazione di data, luogo e nome del pilota); un altro capitolo che raccoglie le memorie di un meccanico della Stanguellini; un corposo paragrafo dedicato interamente alle Junior (comprendente anche tutti i dati tecnici e il manuale originale di assistenza). Altra novità di rilievo è un ulteriore paragrafo sulle interessantissime realizzazioni d’officina. E’ stata anche ampliata la guida al Museo per l’ingresso di tre nuove vettura. Degna di nota, infine, l’intervista al figlio Francesco, che "racconta” Vittorio e la sua epoca con abbondanza di particolari tecnici ed umani.

Primo capitolo

1.1. UN MONDO SCOMPARSO

Vittorio Stanguellini raccontato dal figlio

 

Testimonianza raccolta da Nunzia Manicardi nel 1998

 

“Mio padre è stato amico di molti piloti: di Fangio, in particolare. Con Fangio mio padre aveva un rapporto di amicizia profonda che si è ulteriormente consolidato anche per il tramite di Jean Manuel Bordeu. Era il suo allievo prediletto: un ragazzo argentino che egli aveva portato con sé in Europa e che correva con una Stanguellini. Fangio lo spesava e lo incentivava nella sua passione per le corse, interessandosene di persona. Fangio poi praticamente, per sei o sette mesi all’anno, viveva qua in Europa, anche perché era un uomo-immagine Mercedes. A Buenos Aires era concessionario della Casa tedesca, poi ne era diventato anche importatore.

Era stato un pilota “storico”, diremmo un pioniere. La Mercedes quindi lo utilizzava spesso in Europa per tutte le manifestazioni più prestigiose (come, per esempio, la presentazione di nuovi modelli al Salone di Parigi o a quello di Ginevra) sin dall’anno stesso in cui ha smesso di correre, dopo la vittoria al Mondiale con la Maserati nel 1957.

Credo che Fangio sia stato uno dei primi che abbia saputo crearsi un’immagine di pilota affidabile, sicuro, sensibile, bravo collaudatore; insomma, di professionista. Era un uomo molto cordiale, con un modo di fare piacevole. Nei rapporti con la nostra famiglia è sempre stato così.

Mio padre l’aveva conosciuto nell’immediato dopoguerra, quando ancora si faceva il Circuito del Valentino. Non ha mai corso con le macchine di mio padre, però spesso gliele collaudava – in tutta amicizia – e gli dava dei pareri. Anche perché era già un pilota per il quale si sarebbero dovute sborsare cifre molto alte, superiori alle possibilità di mio padre. I consigli tecnici che Fangio gli dava erano importantissimi perché frutto di una straordinaria esperienza e capacità personale.

L’amicizia tra Fangio e mio padre si è conservata sino alla fine. Anche quando mio padre è morto, lui non ha mai mancato di venire a farmi visita almeno una volta all’anno; era ospite a casa nostra, dove passavamo un bel po’ di tempo insieme. È morto qualche anno fa, a poco meno di 80 anni. Forse molta gente aveva nei suoi confronti un rapporto un po’ distaccato, di soggezione, anche perché lui non si apriva facilmente.

Invece con mio padre, fin dall’inizio, c’è sempre stata questa simpatia reciproca, questo trovarsi molto bene insieme; c’era un affiatamento particolare.

Quando veniva in Europa, Fangio prendeva in affitto una villa a Marina di Massa che diventava il suo punto d’appoggio in Italia e che utilizzava anche per le vacanze estive. La Mercedes gli dava in uso gratuito una 300SL: una vettura meravigliosa, per quei tempi. Io non avevo ancora la patente (ero appena un adolescente) e d’estate andavo ospite da lui per un mese a Marina di Massa, con Bordeu e altri loro amici: era un vero e proprio clan di argentini. Si mangiava in giardino la sera, si cuoceva la carne all’argentina. Mi faceva guidare, senza patente, la sua Mercedes. Io guidavo e lui stava di fianco e mi diceva: «Tanto, se ci fermano ci penso io!». Io sono del 1944. Quindi stiamo parlando del 1960-’61. Continuava a gravitare intorno non solo all’Italia ma anche a Modena. Era molto amico, per esempio, di Nello Ugolini, che era stato direttore sportivo sia della Ferrari che della Maserati. Era amico di Omar Orsi, proprietario della Maserati; anzi, con Omar Orsi aveva un rapporto molto migliore di quanto non avesse con Ferrari.

Altri piloti? Senz’altro Bandini, che è cresciuto con le nostre macchine. Con Bandini avevamo un rapporto di amicizia profonda. Anch’io, quando andavo a Milano, ero ospite a casa sua. Lorenzo era simpatico e molto aperto di cuore. Mio padre l’aveva conosciuto a Milano, dove Lorenzo lavorava nel garage del suocero Goliardo Freddi, il padre di Margherita. Quando poi ha cominciato a correre seriamente, ha lasciato Milano e si è trasferito a Modena. Mio padre in seguito lo presentò a Mimmo Dei, che lo prese per la Centro Sud, poi da Dei passò alla Ferrari. Anche Sergio Sighinolfi ha iniziato a correre con le macchine di mio padre. Era velocissimo; con le Stanguellini ha vinto tante gare, come il Giro di Sicilia e la Targa Florio, e ha stabilito anche dei record importanti. Poi mio padre lo ha indirizzato verso la Ferrari.

Mio padre aveva un bel rapporto di amicizia con il commendator Ferrari. In un certo senso, i sogni che non riusciva a realizzare con le proprie forze faceva in modo che li realizzasse Ferrari. Lui infatti, facendo macchine di piccola cilindrata, arrivava fino a un certo punto e poi doveva fermarsi. Del povero Sergio Sighinolfi, che era uno che si meritava di guidare macchine più potenti, mio padre ne parlò con Ferrari e Ferrari lo prese come collaudatore e poi anche come pilota. Questa soluzione si ripeté negli anni anche con altri, perché in seguito mio padre suggerì a Ferrari l’ingegner Andrea Fraschetti, che era allora il predecessore dell’ingegner Mauro Forghieri e che poi morì durante un collaudo all’Aerautodromo di Modena. Fraschetti correva con le nostre macchine e contemporaneamente studiava ingegneria meccanica. Aveva una passione incredibile per le automobili; era di una facoltosa famiglia toscana. Ferrari, che si fidava di mio padre, assunse anche Fraschetti e gli diede l’incarico di responsabile tecnico. Fraschetti però provava lui stesso le macchine, proprio perché aveva la passione: direi che è stato un caso molto raro, quello del progettista-collaudatore, perché di solito i due ruoli sono nettamente separati.

Un altro pilota ancora che successivamente mio padre suggerì a Ferrari e che fu assunto con ottimi risultati fu Tino Brambilla. Ferrari aveva costruito una F.2 1500 che inizialmente, per una serie di piccoli particolari, non era riuscita ad ottenere i risultati sperati. Brambilla, oltre ad essere un buon pilota, era anche un meccanico e un collaudatore. Mio padre da Monza lo fece venire a Modena e lo presentò a Ferrari. C’ero anch’io, quando con mio padre e Brambilla andammo in ufficio da Ferrari. Dopo le presentazioni, Ferrari fece a Brambilla una sorta di esame, poi gli diede in gestione questa vettura monoposto F.2 che non ce la faceva ad essere vincente. Brambilla riuscì a metterla a punto e a rivitalizzarla. Con quella vettura vinsero poi in tutto il mondo, dall’Australia alla Tasmania all’Argentina. Fu intorno al 1967-’68.

Mio padre, quindi, sarebbe da ricordare inoltre per questo aspetto di “tramite2, anche per altre persone legate più alla sfera degli aspetti tecnici. Ci fu, per esempio, Guido Rosani, che fu direttore sportivo alla Ferrari per un brevissimo periodo. Era un amico di mio padre. Prima, intorno alla metà degli anni ’60, c’era stato l’ingegner Michael May, un caso un po’ analogo a quello dell’ingegner Fraschetti.

May era un pilota svizzero che correva con le Stanguellini; ha vinto pure a Montecarlo nel 1959 con la Junior. Era un bravissimo pilota, anche laureato in ingegneria. Quando smise con l’attività agonistica mio padre lo consigliò al commendator Ferrari, perché anche tecnicamente aveva delle idee molto valide: per esempio, aveva messo a punto dei sistemi di iniezione per la macchine da corsa.

Ferrari lo assunse nel reparto corse proprio per sperimentare questi sistemi. Come ho detto prima, tutti i sogni – suoi e degli altri – che mio padre non riusciva a realizzare per mancanza di mezzi, li trasmetteva a Ferrari, e Ferrari, che era molto abile a capire anche la propria convenienza, recepiva e dava spazio a queste persone. May passò poi ad un’altra casa automobilistica, credo prima alla Porsche e poi alla Jaguar; ancora oggi, come tecnico, è un personaggio affermato nel mondo automobilistico internazionale.

Questi piloti venivano di persona ad offrirsi a mio padre perché le Stanguellini, nella loro categoria, erano le macchine più competitive. Nasceva spesso un rapporto di frequentazione molto positivo anche sul piano sportivo; conoscendoli, infatti, uno si rendeva meglio conto delle qualità e delle caratteristiche di ognuno.

Ce n’erano di tutti i tipi. Il miliardario brasiliano Baby Pignatari, per esempio: era un personaggio incredibile. Aveva solo il problema di divertirsi e di spendere il suo tempo, perché i mezzi di sicuro non gli mancavano. Aveva comprato una delle nostre Junior e si divertiva a correre all’autodromo di Modena o di Monza: se la faceva portare sui campi di gara e faceva venire tutte le sue ragazze a vederlo mentre provava le macchine. Era un pilota-cliente. Veramente lui si sentiva pilota, però non voleva scendere in pista con gli altri. Era, in questo senso, il vero pilota-gentleman. Mi ricordo che una volta noleggiò un circo equestre; lo fece venire e montare a Modena, poi fece allestire un vero e proprio spettacolo, invitando anche tutti i meccanici e tutte le belle ragazze che lo contornavano sempre in giro per il mondo. Poi andò dentro la gabbia del leone e fece il domatore. A questa gente le possibilità di sicuro non mancavano... Era la metà degli anni ’60.

Specifiche

  • Pagine: 192
  • Formato: 16x23
  • Isbn: 978-88-7549-685-2
  • Prezzo copertina: € 20,00

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