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Edizioni Il Fiorino

Salvator Vincenzo Rosati
Verso il paese di Fermatempo

Verso il paese di Fermatempo
Prezzo Fiera 14,90

Pago non riesce proprio a capacitarsi di come sia capitato lì, in quella grande piazza. Di fronte a una vecchia casa alta e stretta simile a una torre circondata d’edera, dalla quale sporge un antico orologio senza lancette.  -Boh! - E’ la sua unica espressione, breve e così piena di sorpresa. Non tanto quanto sarà piena di sorprese e colpi di scena -sgradevoli o piacevoli, inverosimili o folli- la lunga strada che sarà destinato a percorrere verso il Paese di Fermatempo insieme a Martina: l’oca con l’incarico di guida, messagli a disposizione da Treberrette. Una vicenda che lo porterà a incontrare personaggi di ogni tipo, costringendolo a confrontarsi con le sue paure e il suo, tutto sommato, piacevole passato. Ma adesso è l’angoscia ad attanagliarlo.  Fra il buio e il grande sonno, è una feroce morsa in petto che lo soffoca e non riesce a mandare via; senza riuscire a intravvedere alcuna possibilità di salvezza... Una Fiaba dunque? Anche, ma non solo. Allora un Fantasy? Sicuramente; e però, c’è dell’altro. Libro di Avventura? In qualche modo potrebbe esserlo. A voi la scelta. 

Primo capitolo

“Uffa; non ci vado. Non ci voglio andare!” Urlò Pago trovandosi d’improvviso al centro di una piazza sconosciuta, di fronte a una casa alta e stretta molto simile a una torre. Sulla facciata -nella parte libera dall’edera che la ricopriva- sporgeva un antico orologio senza lancette.

Sorpreso si alzò in piedi vestito com’era. O per meglio dire, non lo era affatto; visto che si accorse di essere lì, scalzo e in pigiama, a leggere la bella insegna che pendeva sopra il portone, con su dipinto un sole ridente: Locanda di Fermatempo.

Guardandosi attorno, Pago si rese conto di trovarsi come al centro di una casella da gioco, delimitata da mura antiche abbellite qua e là da varie siepi, rampicanti carichi di fiori e grandi alberi.

Gli parve di averla già vista da qualche parte; forse in fotografia, oppure un’illustrazione.

   “Boh!” Ebbe appena il tempo di esclamare, che un tipo alquanto strano aprì l’ingresso, rimanendosene a guardarlo e facendogli con un mezzo sorriso, cenno di farsi avanti.

Era vestito con un costume di panno rosso e nero, con tanto di gonnellina su vaporosi pantaloni bianchi, che finivano stretti dentro stivali alti fino al ginocchio. Ma la cosa più buffa era il suo cappello, addirittura a tre punte.

  “Sono Treberrette il locandiere.” Si presentò quello -quando gli fu vicino- dando idea di stare ad aspettarlo, pazientemente da tempo.

Non era una gran bella cosa, farsi beccare all’aperto scalzi e in pigiama, ma era pur sempre meglio che esserci con le sole mutande.

A parte ciò, non riusciva a spiegarsi come mai fosse sparsa per terra intorno a lui, tutta la mercanzia dei suoi giochi meccanici o elettronici; le macchinine telecomandate, il risico e i pupazzi; le figurine di ogni genere e il grande ombrello da campagna che il nonno gli aveva prestato la sera prima, affinché non si bagnasse nel rientrare a casa.

E più in là, perfino il pallone rosso perso alcuni giorni addietro, di cui si era completamente dimenticato.

  “Non posso entrare lasciando qui ogni cosa” pensò.

Treberrette se possibile, sorrise maggiormente come approvando e, impugnato un bel fischietto d’argento appeso al collo, lo soffiò.

Non aveva nemmeno finito di farlo fischiare che le macchine, i giochi di guerra, gli album e le figurine, i trenini, i robot, l’ombrello del nonno, il pallone rosso e tutto il resto fino all’ultima biglia, si animarono volando fino a depositarsi in bell’ordine o in qualche maniera, dentro il suo vecchio carretto verde. Dove di giochi lui, sarebbe riuscito a farcene stare la metà; forse anche meno di un terzo e questa precisazione, la faccio per chi sapesse la matematica.

A farla breve, un fischietto così avrebbe fatto comodo a chiunque, considerò Pago, mentre impugnava la lunga stanga del carretto, per trascinarlo verso il portone della Locanda.

Davanti ai due gradini d’ingresso che avrebbe dovuto superare, rimase esitante e d’altro canto, non voleva lasciare in alcun modo, i suoi giochi incustoditi.

  “Oh, non preoccuparti per loro. Puoi lasciarli qui fuori” lo rassicurò Treberrette che accidenti, pareva leggergli nel pensiero. “A fargli da guardia ci penserà l’oca Martina.”

Sentendo il suo nome, lei si fece avanti sull’uscio, con l’andatura ciondolante, un’espressione buffa e lo sguardo, caldo e intelligente. “E’ in viaggio come te” soggiunse nel presentarli. “Martina lui è Pago.”

  “Piacere” disse lui.

  “Quaaah” rispose convinta lei. Non sapeva parlare; però alla fine ciò che conta è l’intenzione e, senza aspettare altro, svolazzò fin sopra la catasta dei giochi.

Appena varcata la soglia della casa, si trovò di fronte a una vetrata multicolore, con accanto alla sua porticina d’ingresso, un leggio che ricordava l’alta scrivania dei giudici di una volta, al cui fianco Treberrette -che prima lo aveva preceduto- confabulava con qualcuno. Dopo essersi avvicinato, per quanto si sforzasse, non riusciva a vedere con chi.

Finché questi non si affacciò con un’espressione severa e indagatrice, dal bordo dell’alto leggio.

Niente di meno: una tartaruga!

  “Hai l’onore di avere di fronte a te, il nostro Ispettore Generale” chiarì con importanza Treberrette. “Ti farà delle domande e valuterà il perché, il percome e il perdove; e se ne avrà un giudizio positivo, potrai avanzare le tue richieste.”

  “Riverisco, Dottor Illustrissimo Ispettore Generale” lo salutò dopo qualche attimo di esitazione, ricordandosi delle lettere e delle telefonate di suo padre con tutti questi salamelecchi: sosteneva che funzionavano sempre.

  Ma l’altro, facendo una smorfia di disapprovazione, rivolgendosi a Treberrette con dei soffocati mugugni, mostrò di non gradire.

  “Ah, certo Signore; ha ragione. Senza dubbio. Ecco;” fece quest’ultimo rivolto a Pago come fosse la conclusione di un discorso “è meglio che sali su questo sgabello. Dice che sei troppo piccolo e non arriveresti a vederlo. Sua Eccellenza soffre da qualche tempo di cervicale e non può stare a lungo a testa in giù.”

Dopo esserci salito si trovò faccia a faccia -se così si può dire- coll’Ispettore Generale che teneva sotto sé, un’antica pergamena con intestazione rossa fregiata d’oro zecchino e appoggiati alla sua destra, una bella piuma d’oca, un grosso calamaio, un bel timbro in gomma su un cuscinetto di inchiostro e un tampone per asciugarlo.

  “Permette Ispettore?” Chiese Treberrette con un tono di consuetudine, portandosi intanto al suo fianco impugnando la piuma d’oca, dopo averla intinta con un gesto professionale, nella boccetta d’inchiostro.

  “Bene;” proseguì “lasciamo perdere le generalità: me le dirai in seguito. Il Signore è giustamente un tantino seccato, in quanto sei arrivato in ritardo. Mi pare, verso l’ora dopo la prima, e per colpa tua non riuscirà ad essere presente alla riunione del suo Circolo.”

  “Ehi, che vuol dire: l’ora dopo la prima?”

L’Ispettore fece un’espressione terribile.

  “Ti pregherei di non fare domande impertinenti” intervenne Treberrette. “Sua Eccellenza sa quello che dice e quello che fa. Vorrei ricordarti -giusto per intenderci- che ha ottenuto la carica per la provincia di Fermatempo per i suoi tanti meriti. Egli per dirne qualcuna, strinse la mano e confortò Noè sulla sua prodigiosa Arca. Vide la partenza di Ulisse, ed era presente ai tempi di Sparta. Se ciò non ti bastasse, saprebbe dirti a menadito tutte le specie di dinosauri presenti sulla terra un giorno prima della glaciazione. Insomma;” finì ben certo di averlo impressionato “vide schiudersi il primo uovo che liberò la prima gallina.”

  “Cavolo; ma allora, è nato prima l’uovo e poi la gallina!” Esclamò Pago dando idea di essere la cosa che più l’aveva colpito.

  “Che storia; che storia è questa? Mi scusi Signore” proseguì in tono afflitto “è un ragazzino terribilmente indisciplinato.”

  “Certo” insistette  Pago per nulla intimorito. “E’ una domanda che mi hanno fatto dei miei compagni di scuola e quando era piccolo, la fecero anche a mio padre. Per me è un bell’imbroglio e neanche mio papà ha saputo rispondere. Però se l’Ispettore mi dà la soluzione, sarei a cavallo. L’indovinello fa così: Chi è nato prima: l’uovo o la gallina? Sapete, uno ci pensa, ci pensa e allora: non è mica tanto facile da...”

  “Basta, che idea! Ecco come far perdere tempo a più di una generazione di persone: la gallina o l’uovo; che c’entra l’uovo o la gallina?”

L’Ispettore intanto, impettito per quel che poteva permettersi, sembrava scoppiare di sdegno e con uno scrocchio di mandibole, parve domandare qualcosa a Treberrette.

  “Avete ragione, si è fatto tardi. Certo, certo; provvederò io come sempre. Sicuro, non si preoccupi; sarò severo e scrupoloso. Vuole firmare intanto qua in basso per l’attestato?”

L’augusta tartaruga si portò verso il calamaio e dopo aver intinto la punta della coda nell’inchiostro, si  preparò a far ciò.

A Pago parve un tantino sconveniente vederlo agitarsi col fondo schiena rivolto verso di lui, nel dover fare quella firma sui documenti; quindi coll’aria di chi lasciasse finalmente un incarico di poco conto, a cui doveva purtroppo sottostare, cominciò a scendere una scaletta a sua misura a fianco dell’imponente leggio.

Appena fatto qualche scalino -troppo preso dal suo altezzoso portamento- inciampò su uno di essi e cominciò a rotolare giù, fino a rimbalzare col suo durissimo guscio, varie volte sul pavimento.

  “Signore!” Esclamò allarmato Treberrette portandosi in avanti coi gomiti per vedere, sul bordo del leggio. Nella fretta urtò il calamaio, e gran parte dell’inchiostro cadde sul venerando Ispettore, che si agitava disperatamente sul dorso, nel tentativo di riprendere una posizione decorosa. Anche Pago, preoccupato, scese dallo sgabello e allungò una mano nell’intento di aiutarlo, ma questi con scarsa dignità e riconoscenza, gli ammollò una feroce beccata su un dito; tanto che urlando dal dolore e saltando su se stesso, pareva volesse provare un nuovo tipo di ballo.

Treberrette a sua volta, accorse accanto al malcapitato che urlava maldicenze incomprensibili, sulle quali è preferibile sorvolare e con mille scuse, lo aiutò a rimettersi in piedi.

  “Sono d’accordo: un ragazzo veramente cocciuto. Terribilmente ostinato. Permetta che l’asciughi” si offrì usando il tampone. Ma il rimedio si rivelò peggiore del danno.

“Irritante; ah sì, certamente. Smisuratamente irritante” ammise in un linguaggio ben più moderato, mentre considerava che all’Ispettore, gli ci sarebbero voluti i bagni di tre settimane, per aver ragione di tutto quell’inchiostro.

  “Non si preoccupi” proseguì come se parlasse da solo, mentre Pago superata la fase acuta del dolore, se ne restava mortificato in un angolo a succhiarsi il dito per averne un qualche sollievo. “Sarò severissimo; sicuro. Assolutamente. Nessuna attenuante Sua Eccellenza, conti pure su di me. A rivederla; alla prossima volta. Certamente: più tardi che mai.”

Appena l’Ispettore se ne fu andato, Treberrette non riuscì a fare a meno di manifestare il suo sollievo, con un lungo sospiro e gli occhi rivolti al cielo.

  “Un tipo terribilmente acido” commentò rivolgendosi a Pago con simpatia; “non per niente col tempo è diventato verde di bile.” E per un attimo sorrise del suo scarso umorismo. “Ti fa molto male?” Gli chiese poi cambiando argomento.

  “Io a quello gli spacco le corna” minacciò Pago, togliendosi finalmente il pollice di bocca.

  “Non mi risulta che le tartarughe portino le corna e in ogni caso, non puoi usare questi toni nei suoi confronti, fosse pure uno stambecco. Vieni ti faccio visitare la Locanda e dopo con calma, compileremo il Registro.”

Specifiche

  • Pagine: 168
  • Formato: cm 17 x 24
  • Isbn: 978-88-7549-784-2
  • Prezzo copertina: 14,90

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