Stefano Micheletti


Sono originario di un piccolo paese del veronese. All'età di vent'anni mi arruolo nell'esercito dove divento pilota di elicottero.

La crescita professionale mi porta a diventare istruttore di volo. La specifica attività mi consente di scrivere diversi testi tecnico-formativi. La passione per il genere giallo-poliziesco-noir mi ha fatto immergere nell'affascinante mondo della scrittura di romanzi del genere.


Fresco fresco di stampa il mio terzo romanzo dal titolo Inganno.

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I miei libri

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recensioni dei lettori

Inganno
"Ho terminato di leggere il tuo bellissimo libro “INGANNO”, tanto che l’ho proposto a mia moglie.
Lettura molto interessante, ricca di particolari tecnici inerenti alle tecniche di volo e di pilotaggio elicotteri, facilmente
fruibile anche per i lettori non specificatamente indottrinati sull’argomento, tanto che mia moglie (lettrice appassionata) e assolutamente ignara di materia aeronautica, ha molto apprezzato la semplicità con cui hai trattato il volo elicotteristico nelle sue innumerevoli sfaccettature.
Ottima la trama, ricca di pathos, preceduta da un inquadramento storico sintetico e completo.
Avvincente e intrisa di colpi di scena la narrazione che non lascia mai decadere l’attenzione del lettore. Molto curata anche la procedura giurisprudenziale della vicenda, estesa anche in ambiente internazionale.
Complimenti vivissimi"
"ho appena finito di leggere "Inganno". Complimenti!!!... Bella storia... fa capire a tutti, specie a chi non è del ramo, come funzionano certe faccende: aeromobili, inchieste, traffici, intrighi... Bravissimo!!!."
Operazione camaleonte
"Straordinario il protagonista del romanzo di Stefano Micheletti.  Questo primo libro si è rivelato una lettura accattivante. Libro incalzante: dalla metà in poi non si riesce più a smettere di leggere. Belle le descrizioni dei luoghi e delle situazioni. Peccato sia finito, ma come recita il titolo (operazione camaleonte) c'è da aspettarsi un seguito..."
Le apparenze ingannano
"Piacevolissima sorpresa nel panorama, invero non sempre piacere, dei nuovi autori italiani. Ben scritto, piacevole e con dettagli di tutto rispetto. La storia si snoda tra personaggi ben delineati e credibili, attraverso vicende che richiamano chiaramente, ad una realtà quotidiana. Bel libro scorrevole senza compromessi stilistici. Un autore da seguire."

Video - interviste - booktrailer

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  • Intervista

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  • Inganno Copertina Cartaceo

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  • 4 Stefano Micheletti

    L’autore allo specchio.

    - In che genere si collocano i tuoi romanzi?

    Possiamo collocarli nel genere giallo nella sua più ampia eccezione del termine, direi che il filone poliziesco-noir sia quello che meglio si attaglia, con contaminazioni thriller e un tocco di spy-story.

    - Di che parlano?

    Il denominatore comune è la presenza del crimine organizzato. Lo colloco in differenti contesti con diverse forme. Ovviamente dove c’è crimine e ingiustizia ci deve essere anche il lato opposto a contrastarli.

    - Insomma, siamo alle solite, il bene contro il male e alla fine si sa chi vince.

    Non proprio, non sempre.

    - Attualmente hai pubblicato tre romanzi, fanno parte di una collana?

    No, non sono collegati tra loro, anche se alcuni personaggi migrano da uno all’altro.

    - C’è un personaggio in cui ti riconosci? Un luogo che descrivi a cui sei legato?

    Non in particolar modo, anche se in effetti Sandro, il giornalista de “Inganno” ha più di un elemento in comune con le mie caratteristiche. Per quanto attiene i luoghi, in effetti più di uno è stato ispirato da posti che ho visitato   o in cui ho vissuto.

    - Hai altri progetti in cantiere?

    Sì certamente. In stato avanzato ho altri due romanzi brevi, un giallo e un thriller che definisco soft-horror. Ho voluto esplorare anche questo campo.

    - Ma perché scrivi?

    Innanzitutto perché mi rilassa. Tanto quanto leggere, se non di più.

    - E come hai incominciato?

    Per avere un libro tutto mio nella libreria di casa a fianco di mostri sacri italiani e internazionali.

    OGGI COME TERZO GIORNO DEL FESTIVAL, VOGLIO PUBBLICARE L'INIZIO DI "INGANNO"

    Antefatto.

    1985

    Negli anni ottanta del secolo scorso la situazione politica globale era completamente influenzata dalla tensione esistente tra i due maggiori blocchi contrapposti, quello occidentale, con a capo gli Stati Uniti d’America, e quello dell’est, facente riferimento quasi totalmente all’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. I due blocchi diedero vita fin dall’immediato dopoguerra ad una sfrenata corsa agli armamenti nucleari con l’intento di ottenere la supremazia militare e politica nei confronti dello schieramento opposto, volta a possedere le più micidiali armi nucleari ed in numero tale che, se usate, molto probabilmente il mondo così come lo si conosceva allora, e lo si conosce adesso, non sarebbe più esistito. In più di un’occasione si è sfiorato il passo decisivo, quello che non ti fa tornare indietro. Come chi trova il coraggio di fare un piccolo ma risolutivo passo verso il vuoto per non poter permettersi ripensamenti, mentre cade nel vuoto ormai è troppo tardi e qualunque azione, fisica o morale, risulterebbe semplicemente inutile e non servirebbe minimamente a rallentare la sua corsa verso il proprio destino la cui fine risulta essere segnata inesorabilmente da lì a qualche secondo.

    In questo clima geopolitico si vivono gli anni ottanta del ventesimo secolo, che saranno ricordati per il radicale cambiamento geopolitico da cui sono stati caratterizzati. Sono gli anni che vedranno la più colossale trasformazione della storia mondiale recente, destinata a cambiare le sorti di milioni di persone. Saranno perennemente ricordati nella storia come gli anni che hanno visto sgretolarsi questa opposizione frontale tra est ed ovest. L’abbattimento nel 1989 del muro di Berlino, eretto dopo il termine della seconda guerra mondiale, diede un nuovo assetto all’Europa, sia  geografico che politico. Il muro avrebbe dovuto impedire il ripresentarsi di un mostro simile a quello appena sconfitto ma di fatto sanciva la divisione netta tra le due filosofie, le due ideologie diametralmente opposte, quella capitalista dell’occidente e quella comunista del blocco dell’est. Le nazioni che hanno scelto o che si sono trovate assorbite nell’influenza di una o dell’altra parte hanno sviluppato negli anni propri mercati, propri eserciti, propri ideali e hanno intrapreso una serie di misure a difesa della propria integrità che trovano il massimo livello là dove paesi facenti parte delle opposte schiere si trovano ad essere confinanti. È questo anche il caso dell’Italia e dell’Austria, occidentali, confinanti con la Jugoslavia, sotto la diretta influenza del blocco sovietico. Dopo non molti anni anche questa entità che teneva unite diverse nazioni con il pugno di ferro di una dittatura si sarebbe sgretolata, ma questa è un’altra pagina della storia che non interviene nel nostro racconto, almeno nella sua parte iniziale.

    I confini italo-slavo e austro-jugoslavo venivano costantemente presidiati dai rispettivi paesi che non lo consideravano semplicemente un confine di Stato tra due diverse Nazioni, ma piuttosto il confine tra i due unici blocchi facenti capo alle due uniche superpotenze mondiali. È in questa ottica che la regione italiana di confine aveva la maggior concentrazione di insediamenti di caserme e presidi militari di tutto il resto del paese. Il potenziale nemico era lì poco lontano, risiedeva oltre quel confine, si sarebbe preparato ad invadere l’Italia sul terreno di cui un tempo ne aveva fatto parte. Ecco perché quella particolare porzione di confine era sorvegliata in maniera speciale con truppe appiedate, motorizzate e perfino nella terza dimensione. Si utilizzavano radio, apparati radar, aeroplani da ricognizione ed elicotteri di pattugliamento. Mai nello stesso momento, con ripetuta monotonia, ma in momenti e con modalità differenti.

    Fu questo che fece venire in mente a Juric Nemec di affidarsi ad un elicottero dello stesso tipo utilizzato dagli italiani nei pattugliamenti di confine per i suoi traffici. La sua idea era  quella di confondersi con i mezzi utilizzati dall’esercito italiano per non destare interesse da parte dei cittadini perché, inevitabilmente, qualcuno lo avrebbe visto dato che per sfuggire ai radar di sorveglianza l’elicottero avrebbe dovuto volare bassissimo.

    Ma a cosa serviva un mezzo del genere? E perché non si doveva far notare? Per il semplice fatto che Nemec era a capo di una organizzazione dedita al contrabbando di ogni genere, dalle sigarette agli alcolici, dalla droga fino alle armi.

    Era pomeriggio tardi  di quel venti maggio quando a Dejan fu dato il segnale per poter decollare. Le vedette collegate all’organizzazione erano insospettabili pensionati o disoccupati che standosene nei posti giusti potevano sentire e vedere le pattuglie italiane sorvegliare il confine. Il loro compito era quello di avvisare un’entità sconosciuta ad un numero di telefono che dovevano comporre da una cabina telefonica pubblica. Dall’altra parte del filo nessuno rispondeva ma c’era chi ascoltava e prendeva nota delle informazioni provenienti dai vari bar disseminati lungo il confine. Secondo una procedura ormai collaudata quelle informazioni contribuivano alla scelta del momento migliore per far partire il carico che nessuna dogana doveva vedere e che avrebbe portato nelle tasche dell’organizzazione criminale, e soprattutto in quelle di Nemec, un mucchio di soldi.

    “Dejan, tutto è pronto. Possiamo far partire l’elicottero.”

    Dejan però appariva dubbioso, il suo sguardo pensieroso rivelava la sua perplessità, c’era qualcosa che lo turbava. Ma era solo, in quel suo dilemma.

    Un paio di giorni prima un suo amico lo aveva avvertito:

    “Dejan stai attento che c’è qualcuno che vuole fare uno scherzo pesante a Nemec. A quanto pare ha voluto strafare e sembra abbia pestato i piedi a qualcuno che è deciso a fargliela pagare. Stai attento, mi raccomando.”

    Dejan buttò via il mozzicone di sigaretta che stava fumando assieme alle preoccupazioni. Prese lo zaino e si diresse all’elicottero.

    Era un modello del tutto simile a quelli in dotazione a moltissimi eserciti in giro per il mondo e anche a quello italiano in cui cercava di essere scambiato ogni volta che doveva volare quella tratta per portare il suo carico clandestino a destinazione. Oggi era uno di quei giorni in cui andare direttamente in Austria dalla Jugoslavia non era consigliato dalle informazioni trasmesse dalla rete di Nemec, meglio passare dall’Italia.

    L’UH1 era diventato famosissimo in tutto il mondo per il suo massiccio utilizzo da parte americana nel conflitto in Vietnam. Molto apprezzato nell’ambiente militare e non solo, macchina versatile ed estremamente affidabile, divenne rapidamente il nocciolo duro e colonna portante di decine e decine di eserciti e forze di polizia intorno al globo. Hollywood ha poi consacrato la sua popolarità a tutto il resto della popolazione che a malapena forse conosceva la differenza tra un elicottero ed un aeroplano.

    Dejan alimentò il suo elicottero inserendo l’interruttore della batteria. Alcune luci spia si accesero, gli diede uno sguardo apparentemente distratto ma la sua esperienza gli confermò che erano accese solo quelle che dovevano esserlo. Procedette alla rapida esecuzione di alcuni controlli ed aprì il rubinetto del carburante tramite un interruttore posto alla sua sinistra, sulla piantana che ospitava anche il pannello delle radio. Aprì quel che basta la manetta che ne regola il flusso e premendo sull’interruttore dell’avviamento diede il via alla sequenza di accensione della turbina. Il motorino elettrico da lui azionato incominciò a far girare la serie di palette del compressore che aspirando sempre più aria dalle prese anteriori, la comprimeva e la mandava nella camera di combustione dove si sarebbe miscelata col carburante spruzzato al suo interno ed incendiato grazie alle scintille prodotte dalle candelette di accensione.

    Il caratteristico sibilo accompagnava l’intera operazione come una colonna sonora di archi nella scena di un film per lasciare poi il campo al più profondo e roboante frastuono provocato dal movimento delle pale contro l’aria andando a disturbarne la naturale quiete.

    Tutto procedeva come avrebbe dovuto, nessun valore anomalo dagli strumenti sul cruscotto. A questo punto Dejan poteva portare su i giri della turbina e del rotore. Aprendo la manetta immetteva una maggior quantità di carburante nel motore che accelerava fino a portare la rotazione delle pale al previsto regime di giri al minuto. Qualche altro piccolo controllo e Dejan avrebbe potuto staccarsi dal suolo e librarsi nel cielo senza vincoli.

    Gli era sempre piaciuto volare, era sempre stato il suo sogno, ma volare per i motivi per cui lo faceva  adesso non lo aveva messo di certo in conto quando si avvicinò a quel mondo staccato dal vincolo terreno.

    Sollevò delicatamente con la mano sinistra il comando collettivo per aumentare l’inclinazione delle pale che avrebbe dato la possibilità alla macchina di ‘avvitarsi nell’aria’, esattamente nel modo che secoli prima aveva intuito il grande Leonardo.

    Dejan manovrò per prendere velocità e flappeggiando, emanando il suo caratteristico rumore, l’elicottero scomparve dietro la collina a nord del capannone alla periferia della cittadina di Borec, di proprietà di un presta nome per conto dell’organizzazione di Nemec.

    Il tempo era buono, solo qualche nuvola, il vento invece si faceva sentire scuotendo e facendo sobbalzare l’elicottero di Dejan. Seguendo l’andamento delle valli, Dejan si mantenne particolarmente basso. Il suo volo radente non sarebbe stato notato dai radar italiani e nemmeno da quelli iugoslavi. Sfiorando le cime degli alberi arrivò al margine dell’abitato di Cave di Predil dove Dejan era solito testare se il sistema di difesa aerea italiano lo avesse intercettato o meno, proseguendo poi parallelo al confine italo-iugoslavo fino alle porte di Tarvisio. Proseguendo lungo quella tratta, se intercettato, sarebbe stato facile rientrare rapidamente nel proprio paese.

    (.....)

    Oggi come secondo giorno del Festival, voglio pubblicare l'inizio de "Operazione camaleonte":

    Era un pomeriggio estivo, il caldo avvolgeva la città e spingeva i suoi abitanti a non avventurarsi all’aperto se non necessario. Gli unici che si vedevano allegramente e rumorosamente contenti di starsene sotto il sole facevano parte di orde chiassose che si tuf- favano nelle acque, anch’esse esageratamente calde, delle piscine dei parchi acquatici, o dello stuolo di carne stesa a rosolare sulle spiagge. In giro per le strade della città invece si incontravano solo veicoli a due ruote o dotati di potenti condizionatori. Gente a piedi se ne vedeva assai poca. Tutti i servizi meteorologici stavano seminando il panico da alcuni giorni ricordando che l’Italia era investita da una ‘bolla africana’. Così viene chiamata l’area di alta pressione proveniente dal continente nero che porta stabilità climatica, alta pressione, caldo elevato accompagnato da un alto tasso di umidità e assenza totale di nubi. Uncocktail micidiale per chi soffre di difficoltà respiratorie o cardiache. Micidiale anche per il paesaggio. L’estate del 2017 in Italia sarà ricordata come una delle peggiori stagioni per quanto riguarda gli incendi boschivi. Centinaia e centinaia di ettari di vegetazione andati in fumo, migliaia di uomini e mezzi impegnati in una lotta impari senza sosta per tutto il periodo compreso tra giugno e settembre, per terra e per cielo, con ogni mezzo disponibile. Quando la luce accecante del sole lasciava il posto al buio notturno, che comun- que non dava nemmeno la sensazione di sollievo tanto minimo era l’abbassamento delle temperature, il paesaggio, perlopiù collinare della penisola centro-meridionale, sembrava popolarsi di disegni contorti dipinti con le fiamme ardenti degli incendiancora attivi.

    Il fatto che la maggior parte di essi fosse di origine dolosa, o quanto meno colposa, faceva montare dentro una rabbia che bru- ciava tanto quanto il calore del sole.

    Questa piaga non aveva risparmiato neanche le vicinanze di Alcamo, sopra cui era un via vai di Canadair ed elicotteri antincen- dio che squassavano il silenzioso pomeriggio alternando il rombo delle eliche al sibilo delle turbine. L’arrivo del mastodontico eli- cottero Sikorsky, soprannominato Sky Crane o gru volante, aveva 

    Era un pomeriggio estivo, il caldo avvolgeva la città e spingeva i suoi abitanti a non avventurarsi all’aperto se non necessario. Gli unici che si vedevano allegramente e rumorosamente contenti di starsene sotto il sole facevano parte di orde chiassose che si tuffavano nelle acque, anch’esse esageratamente calde, delle piscine dei parchi acquatici, o dello stuolo di carne stesa a rosolare sulle spiagge. In giro per le strade della città invece si incontravano solo veicoli a due ruote o dotati di potenti condizionatori. Gente a piedi se ne vedeva assai poca. Tutti i servizi meteorologici sta- vano seminando il panico da alcuni giorni ricordando che l’Italia era investita da una ‘bolla africana’. Così viene chiamata l’area di alta pressione proveniente dal continente nero che porta stabilità climatica, alta pressione, caldo elevato accompagnato da un alto tasso di umidità e assenza totale di nubi. Uncocktail micidiale per chi soffre di difficoltà respiratorie o cardiache. Micidiale anche per il paesaggio. L’estate del 2017 in Italia sarà ricordata come una delle peggiori stagioni per quanto riguarda gli incendi bo- schivi. Centinaia e centinaia di ettari di vegetazione andati in fumo, migliaia di uomini e mezzi impegnati in una lotta impari senza sosta per tutto il periodo compreso tra giugno e settembre, per terra e per cielo, con ogni mezzo disponibile. Quando la luce accecante del sole lasciava il posto al buio notturno, che comun- que non dava nemmeno la sensazione di sollievo tanto minimo era l’abbassamento delle temperature, il paesaggio, perlopiù col- linare della penisola centro-meridionale, sembrava popolarsi di disegni contorti dipinti con le fiamme ardenti degli incendiancora attivi.

    Il fatto che la maggior parte di essi fosse di origine dolosa, o quanto meno colposa, faceva montare dentro una rabbia che bru- ciava tanto quanto il calore del sole.

    Questa piaga non aveva risparmiato neanche le vicinanze di Alcamo, sopra cui era un via vai di Canadair ed elicotteri antincen- dio che squassavano il silenzioso pomeriggio alternando il rombo delle eliche al sibilo delle turbine. L’arrivo del mastodontico elicottero Sikorsky, soprannominato Sky Crane o gru volante, aveva 

    definitivamente messo fine alla quiete soporifera degli abitanti     della cittadina siciliana.

    Contemporaneamente anche i partecipanti a una riunione all’in- terno di un palazzo di quattro piani in via Armando Diaz iniziavano a dare segni di insofferenza a quel frastuono accompagnato da vibrazioni che facevano tintinnare i vetri delle finestre della grande stanza al centro della quale si trovava un tavolo sufficien- temente ampio per ospitare tutti i partecipanti alla riunione.

    “Ma è mai possibile che questi qui vengano a rompere i coglioni qui sopra? Ma non hanno di meglio dove andare ascassare la minchia?”

    A parlare era stato Leoluca Greco, boss dell’omonima famiglia mafiosa che possiamo considerare il padrone di casa per l’occasione, colui che stava ospitando il summit malavitoso al secondo piano di questo edificio, all’interno di un appartamento ufficialmente di proprietà di un poveraccio che per trecento euro aveva messo una croce, o poco più, sopra un documento che un notaio compiacente, per trentamila euro stavolta, aveva ufficializzato es- sere suo. Chissà tra l’altro se questo prestanome era ancora vivo o se per l’euforia di possedere tutti quei soldi tutti assieme non si era fatto esplodere il fegato in uno dei squallidi bar che di solito frequentava.

    “Stai calmo Leo. Non vedi che tra poco le fiamme arrivano in città dal bosco lì di fronte? Dovresti essere contento disentire tutto sto frastuono perché quell’affare sta qui per mettere fine a quel casino. Magari fossero stati da me la settimana scorsa. Una fattoria di famiglia mi è andata completamente distrutta dalle fiamme. Quindi ti prego, calmati e proseguiamo”.

    A rispondere a Leoluca Greco fu Nino Napoletano. A dispetto del nome, Nino era calabrese, di Catanzaro. Anch’egli a capo di una organizzazione malavitosa. Doveva la sua fama e la sua ricchezza all’intuizione che anni prima aveva avuto il padre, Salvatore, che fu uno dei primi a stringere patti di collaborazione con i produttori di droga sudamericani. Tuttora gli affari con i cartelli della droga andavano a gonfie vele e Nino li voleva ulteriormente espandere.

    “Ma parli pure?” gli fece eco Leoluca sottolineando la frase con una sonora risata per poi proseguire. “Ma lo sanno tutti che ti sei fatto risarcire dall’assicurazione il controvalore equivalente del triplo della capienza delle stalle della tua fattoria”.

    “E mi farò pure risarcire dalla Regione” gli rispose subito Nino ridendo rumorosamente a sua volta.

    Ritornata la calma tra i presenti, Leoluca Greco prese la parola. “Siamo qui riuniti oggi per discutere di una cosa importante” disse guardando negli occhi a turno tutti gli astanti. Dopo una pausa ad arte, fatta durare alcuni lunghi secondi, riprese: “Tom- maso Leone ci vuole fottere!”

    Tommaso Leone era il numero uno della cosca che negli ultimi tempi aveva registrato la maggiore crescita sia di volume d’affari che di territorio ricoperto. Aveva iniziato in sordina con piccole attività quali spaccio nei locali e davanti le scuole per poi diventare fornitore dei pusher. Approfittando di una vacanza di con- trollo in un quartiere di Napoli infestato dalla micro criminalità, se ne impadronì incominciando a fornire la sua protezione alle attività commerciali che venivano vessate da piccoli delinquenti dietro una somma che inizialmente era esigua per poi aumentare costantemente nel tempo. La sua tecnica era quella di garantirsi il pizzo dai commercianti che ad un certo punto non potevano più farne a meno perché il rischio concreto non sarebbe più stato quello di subire furti orapine ma avrebbero corso il rischio di per- dere il locale con tutto il contenuto stavolta a cura dei propri pro- tettori. Gli bastò dare alle fiamme un negozio di abbigliamento e una orologeria per far allineare tutti gli altri. Prendendo sempre più piede, ignorato dai veri boss della città troppo occupati a farsi la guerra l’uno con l’altro per la supremazia reciproca, quando si accorsero di Tommaso Leone la sua forza era ormai equiparabile a quella delle altre cosche. Fu così che venne accettato dagli altri camorristi e divenne la quarta colonna della malavita partenopea. La sua vera forza fu quella di non espandersi nel proprio territorio ma di estendersi oltre la propria terra.Il legame di sangue con uno zio siciliano lo portò a fare affari con Cosa Nostra ma astutamente non in Sicilia ma all’estero, nell’Europa del nord, per suo conto. La sua struttura moderna, che rispecchiava la sua mentalità al passo coi tempi, era quello che ai siciliani mancava per spingersi in Germania, Belgio, Olanda, Svezia eDanimarca. Gli anni in cui faceva moltissimi affari per conto degli affiliati di Leoluca Greco gli valsero la fama di ottimo organizzatore tanto che il boss sici- liano in persona volle fare la sua conoscenza. Fu il salto di qualità che fece arrivare Tommaso Leone all’apice della sua espansione, ma fu anche quello che determinò l’inizio della discesa; quando tutto sembrava funzionare a meraviglia come un orologio sviz- zero, si fece prendere la mano dalsuo ego, cercando di espandere la sua influenza talmente da andare a pestare i piedi proprio a Greco. I rapporti si incrinarono fino a portarli quasi alla rottura odierna, oggetto della riunione appena cominciata.

    “Cosa intendi per ci vuole fottere?” gli chiese Irina Taglienti, il terzo boss presente.

    (..........)

    ECCO DI SEGUITO L'INIZIO DE "LE APPARENZE INGANNANO"

    Erano le cinque di una domenica mattina quando Luciano sgattaiolò fuori dalle lenzuola senza farsi sentire dalla moglie e prima che la sveglia, impostata alle cinque e dieci, risuonasse nell’appartamento straordinariamente avvolto da un silenzio quasi irreale. Luciano non stava nella pelle già dal giorno prima quando con religiosa abnegazione aveva pulito la sua Beretta Silver Hawk 471, preparato con cura le cartucce che aveva ritenuto più che sufficienti per quell’inizio stagione ed alla fine riposto tutto nell’armadio corazzato che teneva nella cantina che profumava di salumi di ogni genere appesi al soffitto, un misto di muffa e muschio che lo faceva stare bene ogni volta che vi entrava. La chiave dell’armadio sempre con lui non tanto perché fanatico della sicurezza o rispettoso delle norme che regolano la tenuta delle armi ma piuttosto per gelosia. Il suo fucile non era una semplice doppietta era molto di più, un cimelio, un ricordo, un’amante. Fu l’ultimo regalo che suo padre gli fece prima di lasciare questo mondo e probabilmente una persona qualsiasi l’avrebbe quantomeno venduta subito se non distrutta considerando che la causa della scomparsa del padre fu proprio un incidente di caccia occorsogli giusto qualche giorno dopo averla ricevuta per il suo ventitreesimo compleanno. Luciano non era quel che si dice un cacciatore appassionato, si era avvicinato all’attività venatoria perché spinto dal padre e lui partecipava volentieri soprattutto per poter trascorrere lunghe ore con un amico, prima ancora che un padre, godendosi le corse a perdifiato di Rum, un golden retriever di due anni che sprizzava energia da ogni dove. Dopo la morte del padre, quel rituale all’apertura della stagione venatoria era come riportare il suo amico in vita e ritornare indietro nel tempo. Era indescrivibile ma Luciano si sentiva morire se non riusciva nel suo rituale. Come tre anni prima quando un banale incidente di moto lo aveva costretto stare immobile con una gamba ingessata proprio una settimana prima dell’apertura della stagione, ma questa ormai è acqua passata.

    Muovendosi nel buio totale come un robot che segue un percorso magnetico invisibile si infilò le ciabatte e si diresse verso il bagno dove la sera prima aveva sistemato con cura gli abiti da indossare per non rischiare di svegliare la moglie, ma soprattutto le figlie, non tanto per rispetto del riposo meritato della domenica mattina ma quanto piuttosto per il fatto che nessuna delle tre approvava questa ossessione come la definivano loro. Finalmente il rituale ebbe inizio. Camicia a quadri larghi di due tonalità di marrone, maglione anch’esso marrone con i polsini ed il girocollo verde scuro, pantaloni di un colore che potrebbe essere usato per coniare un neologismo perché si collocava equidistante tra il grigio il beige ed il verde. Infine toccava agli stivali, un modello di anfibi tipo militare che nel tardo pomeriggio avrebbe pulito ed ingrassato e poi riposto nell’armadietto che aveva la sola funzione di conservare l’abbigliamento del rituale.

    Erano le cinque a tredici quando scivolò verso il piano si sotto senza produrre un minimo rumore quasi fosse un ladro professionista intento a svaligiare la più bella e ricca villetta del quartiere, si infilò in cucina, mise a scaldare un po’ di latte e con il caffè preparato la sera prima fece una colazione che in realtà non si scostava da quella di tutti in giorni ma che per l’occasione riuscì a far durare ben cinque minuti di meno.

    Entrò in cantina, aprì l’armadio corazzato, ed un profumo di WD40, un olio per armi, lo investì quasi lo abbracciasse. Inforcò la sua Beretta, la scatola di cartucce e la cintura e uscì di casa. Passando davanti alla cuccia di Rum quasi si mise a piangere ripensando a quando era abitata ma purtroppo da due anni era inesorabilmente vuota. Aprì il baule dell’auto, una Audi A3 grigio metallizzato che si intonava perfettamente all’alba nebbiosa che stava per sorgere. Il telecomando del cancello fece prendere vita alla luce gialla che lo sovrastava e un secondo dopo il grande mostro di sbarre metalliche incrociate tra loro quasi a tessere una tela iniziò il suo movimento in apertura. Salì a bordo ed un brivido gli percorse la schiena, forse per il concentrato di emozioni che questo rituale lo assale ogni volta o forse per quello che il termometro della temperatura esterna dell’auto gli stava indicando. Prima di mettere in moto l’auto udì se stesso implorarla

    “Parti ti prego, non farmi lo scherzo di ieri.”

    Al primo tentativo il quattro cilindri tedesco si mise in moto fiero di essere l’unico in tutto il vicinato a far sentire il proprio canto. Uscì dal cancello che da lì a poco si sarebbe richiuso dietro le sue spalle, o per meglio dire dietro l’Audi che non lo aveva tradito come invece aveva fatto solo il giorno prima facendogli fare sogni agitati per tutta la notte, sognando di correre a piedi fino all’officina dell’amico Gustavo che ovviamente era chiusa essendo domenica. Allora improvvisamente si ritrovò in sella ad una bicicletta mentre stava imboccando il lungo viale che porta ai cancelli della fabbrica tedesca fiducioso che almeno lì sarebbero stati in grado di aiutarlo ma soprattutto ci sarebbe stato qualcuno. Arrivato all’ingresso, si fermò davanti alla sbarra e dal gabbiotto della guardia giurata uscì un tizio con un sorriso compiaciuto che quasi gli nascondeva il resto della faccia e gli diceva

    “Che cosa pensi che solo perché siamo tedeschi, lavoratori, produttori, precisi, dobbiamo stare al tuo servizio perché tu possa realizzare il tuo rituale? Ti sbagli di grosso. Tornatene a casa e rimanici.”

    Si svegliò ansimando, guardò la radiosveglia che lo riportò nel mondo reale annunciandogli che erano le due e quaranta.

    Accese l’autoradio e dopo aver cambiato due stazioni si fermò sul primo canale dell’emittente nazionale, rai-radiouno, che stava trasmettendo le previsioni del tempo per la giornata che stava per cominciare. Come quando alla guida c’era il padre, anche Luciano imboccò in direzione della stazione dirigendo poi verso la campagna percorrendo la strada che alla fine del suo tragitto porta fino al mare ma che avrebbe abbandonato molto prima per imboccare una laterale che pian piano avrebbe compiuto una speciale trasformazione da strada normale asfaltata a sentiero, passando da strada sterrata prima e tratturo poi, il tutto condito da quattro curve contornate da fossati da ambo i lati capaci di mettere alla prova le coronarie di chi non conoscendole le affronta con una certa spavalderia.

    Quella mattina sarebbe stata una ricorrenza speciale per un rituale speciale che faceva rivivere in Luciano un turbinio di ricordi ed emozioni che avevano l’effetto di ricaricarlo emotivamente e gli faceva sentire il padre ancora presente. Già, speciale, perché non solo erano passati dieci anni da quel maledetto giorno, ma coincideva anche il giorno. Mentre la radio parlava e qualche canzone trasmessa riempiva l’abitacolo della sua Audi, Luciano non l’ascoltava, anzi non la sentiva proprio, così come il percorso su cui stava scivolando come un automa, come un aereo con il pilota automatico inserito, mentre lui ripercorreva con la mente sempre gli stessi ricordi che con sorprendente precisione e ripetitività gli riempivano mente ed anima per il decimo anno consecutivo.

    Ricordi belli, di momenti felici, ma che inevitabilmente terminavano inesorabilmente con ricordi di morte. Ricordi di un fragoroso sparo che come in un codice segreto riecheggiò diverso dai soliti, diverso da tutti gli altri. Sparo che non fece seguire la solita esclamazione ad alta voce che incominciava annunciando al mondo che il cacciatore stava per manifestare la sua superiorità nei confronti della preda per trasformarsi quasi sempre senza soluzione di continuità nell’annuncio della sorpresa che questo non si avverava per concludersi con l’amarezza mista a felicità che faceva di suo padre un cacciatore che quando non riusciva a colpire le sue prede, e succedeva di frequente, era forse più contento lui che la preda stessa. A quel ricordo un brivido lungo la schiena di Luciano gli fece rizzare i peli e si rivide, come in un film mentre si avvicinava alla zona da dove provenne quello sparo senza commento, quel boato seguito dal silenzio, quell’annuncio di disgrazia. Rivide quella quindicina di metri che lo separavano dal padre, il cespuglio che si frapponeva tra loro, il piccolo fossato che poco sotto sottolineava la sua presenza facendo alzare una sottile striscia nebbiosa di vapore come fosse un velo che volesse tenere celato il suo segreto. Morte, ecco il segreto che a ridosso del fosso si sarebbe rivelato. Il padre di Luciano era riverso a terra con una gamba piegata come fanno gli atleti ai blocchi di partenza, la faccia in basso che l’erba nascondeva così da non poter carpire la smorfia che voleva rappresentare. Ricordi talmente reali che Luciano credette di aver visto il padre proprio lì, nella realtà, a meno di un metro dall’auto che stava guidando in maniera inconsapevole ma a velocità molto ridotta. Venne destato da questa sensazione ed improvvisamente tutto intorno ritornò reale, l’auto, la campagna, l’alba che sorgeva, i fossi, la strada, quel corpo….

    Improvvisamente arrestò l’auto che bloccando le ruote scavò un solco sulla superficie sterrata e tutto rimase immobile, Luciano più di tutto.

    “Corpo?” Pensò.

    “Questa storia mi sta prendendo troppo col passare degli anni anziché affievolirsi mi coinvolge sempre più fino al punto che vedo mio padre morto sul ciglio della strada. Su dai, adesso scendi dall’auto, ti accerti che non è possibile, respiri una boccata d’aria e ti prometti che quest’anno sarà l’ultimo anno altrimenti finisci al manicomio”.

    Aprì lo sportello intento di mettere in pratica il piano appena escogitato quando il terrore lo pervase. Non era impazzito, non stava divagando come credeva, non si era suggestionato oltremodo ma quello che vedeva era reale, altroché se lo era.

    Riverso a bordo strada si vedeva un corpo, non sembrava molto grande. Si guardò intorno.

    “O mio Dio! E ora che faccio?”

    Prese il coraggio a due mani e fece tre passi verso quello che sempre di più sembrava proprio un corpo. Luciano pensò subito ad un cacciatore solitario vittima pure lui come il padre di quella passione mandato apposta lì in quel giorno da qualche entità sovrannaturale per fargli vivere quel dolore nel modo più reale possibile. Ma presto le sue supposizioni furono spazzate via dall’abito di seta blu che il corpo indossava. Era un abito da donna, da sera ed elegante ed ai piedi non vi erano scarponi adatti ad attraversare i campi ma un paio di scarpe nere con dei tacchi che forse avrebbero reso difficile camminare su un pavimento di marmo figuriamoci su un campo semi-arato.

    (.....)

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