Cristina Orlandi
Bologna meravigliosa

Bologna meravigliosa

Bologna meravigliosa è una foto d’epoca, un album dei ricordi di famiglia, un glossario di tradizioni popolari.
Bologna la Rossa, la Grassa, la Dotta. Bologna dei portici e delle Torri, ma anche dei Tortellini e di una terza “T”, leggendaria anche se non propriamente simbolo di cultura storico-gastronomica. Bologna meravigliosa è una foto d’epoca, un album dei ricordi di famiglia, un glossario di tradizioni popolari. Ma anche un dizionario di modi di dire, di ridere, di vivere, perché a Bologna si vive come in un paese, con gli eventi nelle piazze e i fuochi d’artificio alla Festa del Patrono. E poi ancora Bologna degli anni di piombo, degli attentati terroristici, Bologna del terremoto e della solidarietà. Bologna circondata dai colli su cui salire nelle afose notti estive per prendere il fresco, ma anche Bologna dei segreti incredibili di persone che si nascondono dietro un alone di rispettabilità. Personaggi che si avvicendano, a volte incrociando le proprie strade, in un ritrovarsi casuale solo all’apparenza. La famosa cordialità dei bolognesi con la loro parlata grassa e la sensibilità di Bologna, in grado di far sì che la vita continui, anche a seguito di fatti molto gravi, ma allo stesso tempo capace di fermare il mondo, così come un grande orologio si è fermato nel 1980.

Primo capitolo o trama

Quand as vad San Locca, Al vol dir ca segn à cà.”
Quando si vede il Santuario di San Luca,
vuol dire che stiamo arrivando a casa.

 

Se mi venisse chiesto come descrivere, con un unico aggettivo, il carattere di noi bolognesi, di getto risponderei che siamo cordiali. In realtà, non è proprio ciò che penso io, o che noi bolognesi pensiamo di noi stessi.
Nel senso che per noi è normale accogliere tutti, ma proprio tutti, con lo stesso sorriso, con lo stesso calore, senza distinzione tra estranei e amici, sconosciuti e parenti.
«Siete tutti simpatici, sempre così gentili e disponibili» dice di noi chi viene da fuori.
«Ah, davvero?» mi verrebbe da domandare, un po’ stupita, «perché, esiste qualche altro possibile modo di comportarsi?» Mi piace credere che la risposta sia “no”, da parte di chiunque.
No, non c’è un altro modo, in ogni luogo si dovrebbe trovare la stessa cortesia, lo stesso sorriso. Quello che noi in realtà abbiamo di particolare è il modo, più che di sorridere, di ridere: il nostro, più che un sorriso, è una grassa risata. Perché noi bolognesi siamo grassi, e per “grassi”, non intendo “in sovrappeso”.

Vero, a volte esageriamo a tavola, ma abbiamo comunque un’alimentazione varia ed equilibrata e uno stile di vita salutare, quindi in linea di massima siamo in forma fisica. Noi bolognesi siamo grassi nel nostro gusto per la convivialità, ci viene spontaneo intercalare con una battuta scherzosa, a volte con una vera e propria barzelletta; oppure inventiamo lì, sul momento, una piccola filastrocca, una zirudela, rigorosamente in rima.

«È ora che ti sistemi il colore dei capelli» diceva mio babbo alla mamma «sembri la tigre del Bengala, meza negra, meza zala». Lo scherzo di un bolognese sconfina nello sfottò, ma non è per scherno o malignità: piuttosto, è per il gusto di ridere, soprattutto di se stessi. Per noi, convivialità significa condividere una risata, oltre che, naturalmente, il cibo. La buona tavola e la buona compagnia sono imprescindibili, così come la cortesia accompagna qualsiasi momento della nostra giornata. Siamo veloci a stringere amicizia, e ogni pretesto è buono per scambiarci scherzi, battute e raccontare aneddoti all’infinito. Raccontiamo di colui che perse il treno perché intrigato, in stazione, dalla bilancia che rivelava, assieme al peso, l’oroscopo della giornata, raccontiamo di uno scherzo fatto da ragazzi, raccontiamo di quella signora che, non avendo disponibili i soldi per pagare l’idraulico, scelse per sdebitarsi un modo piuttosto fuori dagli schemi, e andremmo avanti all’infinito.
Al tempo stesso, siamo lavoratori pressoché instancabili, seri e responsabili. Convinti, fermamente convinti che la professionalità non serva a nulla se non accompagnata dalla cortesia, e che serietà non sia da confondere con “seriosità”: per noi si lavora anche con il sorriso, anzi, con il sorriso si lavora meglio.
Noi bolognesi siamo riconoscibili da un inconfondibile accento. La nostra parlata, al di là del dialetto, rispecchia la grassezza del nostro modo di essere.
Pronunciamo la “s” come se fosse “sc”, non riusciamo a pronunciare la “zeta” e la trasformiamo un una opulenta “s” che, a sua volta, è una “sc”. L’effetto finale è piuttosto buffo. Unito a una cadenza un po’ cantilenante, il risultato è un suono gradevole.
Magari troppo, perché sembra sempre che scherziamo. Intendo, per esempio: a una riunione aziendale, di quelle iper professionali dove è d’obbligo il completo per gli uomini e il tailleur per le donne, il super-direttore esordisce con:
«Benvenuti, scignori…».
Per i presenti rimanere seri è difficile, garantito.

Figurarsi poi se siamo arrabbiati: non abbiamo proprio una rabbia credibile, con la nostra parlata dolce e morbida. Noi bolognesi siamo comunque per indole calmi e paciosi, è difficile farci arrabbiare. Non litighiamo per la coda al supermercato, non litighiamo allo stadio con i tifosi della squadra avversaria o per strada per una mancata precedenza. Una volta sono stata tamponata e scesa dall’auto la responsabile del sinistro mi apostrofò:
«Signora, non avrebbe dovuto rallentare.» Capito? Altro che scusarsi, voleva pure avere ragione. Penso che tante persone, al mio posto in quel momento, si sarebbero potute alterare anche per molto meno. Solo che, nel rispondere:
«Guardi che il codice della sc-trada dice che lei dovrebbe tenere la di-sc-tansa di scicuressa» a me già scappava da ridere. Che poi, per la filosofia di noi bolognesi, che io condivido in toto, se l’incidente non è grave e nessuno si è fatto male, e quindi non c’è alcun motivo di preoccuparsi, allora è inutile anche arrabbiarsi. Meglio, molto meglio riderci sopra.

Dai racconti della mia famiglia, che risalgono ad almeno due generazioni precedenti la mia, evinco che noi bolognesi siamo sempre stati amichevoli e compagnoni. A Bologna e provincia si festeggiò per settimane la fine della Seconda guerra mondiale. C’erano stati migliaia di morti, e parecchie case erano state distrutte dai bombardamenti. Intere zone rase al suolo, e tanto dolore attorno. Ma c’era anche speranza nell’animo e fiducia nel futuro, e nell’aria voglia di felicità. Si lavorava tutto il giorno, e si ballava tutte le sere. Erano sufficienti una radio e un po’ di spazio per improvvisare una festa da ballo. Con la musica, e con le risate, era come se diventasse tutto un po’ più facile: si diventava fratelli nel rimpianto di chi era venuto a mancare e di ciò che si era perduto, ma anche nella possibilità di un nuovo avvenire. Di musica e di danze ci si ubriacava, cosicché il dolore per ciò che era appena trascorso diventasse più sopportabile.
Una manciata di minuti di spensieratezza, ed era come dirsi, tacitamente «Insieme ce la faremo». Bisognava riuscire a voltare pagina lasciandoci il dolore alle spalle e ricostruire il futuro. C’era tanto da fare, c’era da rinascere dalle macerie, c’era uno sviluppo economico da mettere in piedi. I balli serali favorivano la nascita di nuovi amori: ci si stringeva, magari sotto la luna, si scambiavano confidenze, si condividevano emozioni. Un sospiro diventava una lacrima, da asciugare con un bacio. Ci si baciava a lungo, finendo per nascondersi in qualche solaio o in qualche fienile per vivere momenti di intimità, dapprima incerti e come rubati, poi sempre più consapevoli.
Capitava spesso che la coppietta che si appartava durante il ballo serale divenisse una coppia ufficiale, fidanzata e sposata con tutti i crismi di regolarità, per far contenti genitori e nonni, i quali, a loro volta, nella felicità di figli e nipoti, vedevano nascere la speranza in un futuro anche per sé. I nuovi amori diventavano quindi nuove famiglie, e l’entusiasmo per la vita era contagioso. La ritrovata felicità alimentava l’energia, la voglia di fare, e anche il lavoro, l’operosità ne erano coinvolti.
Fu in questo clima che la nostra città fu in parte restaurata e in parte ricostruita, vennero generate tante nuove vite, ed ebbe luogo un fiorente sviluppo industriale e commerciale.

Specifiche

  • Pagine: 191
  • Anno Pubblicazione: 2016
  • Isbn: 978-88-97139-68-3
  • Prezzo copertina: € 14,00

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