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Il racconto

Galeotta fu la cicatrice

 

Conosco Gianluca da sempre. Siamo compagni inseparabili dalle elementari. Tra noi due lui è sempre stato quello bello e un po’ scombinato che cucca di brutto, io quello intelligente ed equilibrato, che lo guarda cuccare. Diversi ma complementari. La sua fortuna con le ragazze non mi è mai pesata. Fino ad oggi. Fino a Sara.

L’abbiamo conosciuta due giorni fa, in un bar sulla spiaggia. Eravamo seduti ad un tavolino quando si è avvicinata. Pantaloncini di jeans e top bianco aderente «Che vi porto?»

«Per me una birra media» ha risposto Gian sfoderando uno dei suoi sorrisi da acchiappo, sotto i Ray-Ban nuovi di zecca.

«E per te?» sono rimasto alcuni secondi imbambolato a fissarla, senza riuscire a proferire parola. Non avevo mai visto niente di così perfetto.

«Mat, torna tra noi» Gian ha schioccato le dita a pochi centimetri dalla mia faccia «Che ti prende? Sembra che hai visto la Madonna!» mi ha preso in giro. Lo fa sempre.

Siamo tornati in quel bar ieri pomeriggio e abbiamo scoperto che la ragazza si chiama Sara e studia medicina. Sara ci ha detto che ci sarà una festa stasera in spiaggia. Lei ci andrà con un’amica. Gian non ha perso tempo e si è autoinvitato o meglio ci ha autoinvitati. Conto i minuti che ci separano. Sono felice di rivederla ma allo stesso tempo sono divorato dall’ansia. So già come andrà a finire. Gian non ha fatto mistero del fatto che Sara gli piaccia e che intende farle una corte serrata. A me non resterà che fare compagnia alla sua amica, di cui so già che non mi importerà nulla.

Sara che studia medicina mi è rimasta in testa più di quanto vorrei, perché a sentirla parlare sembra che dietro ogni sicurezza ci sia sempre una nota a piè di pagina. Mi ha raccontato, con quella calma da futuro camice, che il mistero degli effetti collaterali dei farmaci più diffusi non sta tanto nei bugiardini interminabili, ma nel fatto che nessuno è davvero “standard”: stessi milligrammi, corpi diversi, esiti imprevedibili. Da allora continuo a chiedermi se anche la mia ansia funzioni così, come una sostanza che circola e trova punti deboli dove attecchire, amplificando ogni pensiero su Gian e su stasera. E mentre lui sembra immune a tutto, io mi scopro a fare il contrario di ciò che predico: invece di restare lucido, mi lascio trascinare dal panico di una possibile reazione avversa, quella di essere invisibile nel momento in cui conta. Forse è per questo che aspetto la festa come si aspetta un verdetto, con la sensazione che qualcosa dentro di me stia già lavorando contro di me, anche senza che io l’abbia scelto.

«Scendo a prendere da bere al distributore»

Gian esce dalla stanza. Ha lasciato i suoi Ray-Ban sul tavolino. Li prendo, chiedendomi se il segreto del suo successo con le ragazze non siano proprio gli occhiali alla Maverick. Li prendo, li indosso e mi metto davanti allo specchio atteggiandomi nel tentativo di imitarlo.

Ma proprio in quel momento la maniglia cigola. Il cuore mi balza in gola. D’impulso mi sfilo gli occhiali e con gesto repentino li lancio. Ho appena il tempo di vederli volare fuori dalla finestra e di pensare che Gian mi ammazzerà.

«Che hai?»

«Io? Perché?»

«Sei strano»

«Tutto ok»

«Bene, allora io schiaccio un pisolino. Voglio essere in forma stasera»

Aspetto che si addormenti, poi sgattaiolo fuori. Gli occhiali sono finiti in un tombino scoperchiato profondo un paio di metri. Sembrano intatti. Cerco qualcosa per recuperarli e trovo una scopa, appoggiata contro la ringhiera.

Sudo sette camicie per riuscire a sollevare gli occhiali ma, non appena li afferro, ecco che un gatto sbuca da sotto un cespuglio facendomi spaventare e perdere l’equilibrio. Cado rovinosamente a terra picchiando lo zigomo su una pietra.

Sento una fitta di dolore, seguita da un rivolo caldo che mi scivola lungo la guancia. In una mano stringo gli occhiali di Gian e con l’altra cerco di frenare l’emorragia, mentre mi precipito in farmacia dove una signora gentile mi medica e mi mette un paio di cerotti cicatrizzanti.

A Gian racconto di aver sbattuto contro lo spigolo della porta. Per fortuna se la beve, prende i Ray-Ban e andiamo alla festa.

Sara è già lì. Mi viene incontro con un sorriso «Che ti è successo?»

«Ho sbattuto contro una porta. Niente di grave» minimizzo imbarazzato.

Lei però si avvicina e mi accarezza la guancia «ti resterà la cicatrice»

«Pazienza» sospiro..

Lei si china, mi sussurra «adoro le cicatrici», poi mi prende per mano trascinandomi verso la spiaggia. Gian ci guarda incredulo per un attimo, poi però incassa la sconfitta e sfodera uno dei suoi sorrisi da latin lover all’amica di Sara e insieme ci seguono sulla spiaggia.