Quinta puntata scriptor

I partecipanti

Leggi gli elaborati dei partecipanti e vota lo scrittore che hai preferito.
Il sondaggio e la possibilità del voto sarà attiva solo DOPO la prima visione della trasmissione (alle ore 14) e solo per 72 ore.
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Nella prima parte della puntata i partecipanti affrontano il pitch ovvero una prova che prevede l'esposizione del proprio progetto letterario entro il tempo complessivo di due minuti.
Successivamente i giudici propongono due esercizi: la Roulette russa e Il Falso d'autore.
I partecipanti hanno avuto tre giorni di tempo per compiere gli esercizi e ora li trovate scorrendo la pagina in basso.

Nella seconda parte della prima puntata ci sarà la sintesi dei voti ottenuti, compreso il voto del pubblico a cui potete contribuire votando in alto a destra, e si definirà la classifica finale. Il partecipante che avrà ottenuto il punteggio più alto passerà alla seconda fase.
Nella seconda parte della puntata avremo un ospite che contribuirà con il proprio voto.

Roulette russa

Creare un racconto di massimo 3600 caratteri spazi compresi con tre ingredienti proposti dai giudici: un tema, un genere letterario, un luogo

  • Tema: i cambiamenti climatici
  • Genere: Romance
  • Luogo: la Borgogna

Tempo d’amare

 

Erano trascorse settimane dall’ultima bottiglia che aveva ricevuto. Lontani i ricordi di quando suo padre Arnoux le sbatteva in faccia casse di Pinot nero per farle rivelare chi le mandasse. Era sempre stato gelosissimo della figlia e, essendo rimasto vedovo, non riusciva a digerire il fatto che prima o poi qualcuno l’avrebbe portata via da lui.

Annette era costretta ad inventare scuse su scuse: prima lo addolciva parlando di clienti riconoscenti per il lavoro svolto come avvocatessa, poi lo convinceva citando ordini fatti direttamente da lei presso alcune aziende vinicole locali.

Eppure, Annette non ricevette più nulla. Lei conosceva la persona che le inviava questi doni con estrema frequenza, ma, benché fosse maggiorenne, le era proibito intrattenere rapporti che non fossero graditi al padre-padrone.

Inaspettatamente, un giorno fu recapitata una lunga scatola, ornata da un fiocco rosso e da un bigliettino che recitava “pour Annette Dubois”. Per fortuna, il padre non era in casa in quel momento, così la ragazza poté aprire il pacco con estrema calma. Dentro, in tutta la sua trama scarlatta, c’era una bottiglia di Pinot nero. Come aveva fatto con quelle ricevute in precedenza, sfilò il rivestimento del collo della bottiglia e, avvolto, vi trovò un fogliettino di carta. Era sgualcito, scritto frettolosamente a mano, ed era impregnato di un forte aroma legnoso. Una volta letto il contenuto, si precipitò fuori di casa, così come era vestita, senza badare a nulla, senza neppure accorgersi del diluvio torrenziale che si stava abbattendo sulla cittadina borgognona. Era da tempo che il clima si era mostrato particolarmente inclemente con le pianure della Côte-d’Or; i danni causati dai mutamenti ambientali avevano procurato molto lavoro ad Annette. Quindi, per ovvi motivi, tutti la conoscevano, e  non sarebbe stato saggio farsi vedere con un ragazzo.

Sul bigliettino, era segnato un posto preciso, nel Parco Bouzaise, dove si erano visti la prima volta. Era stato solo un incontro di sguardi. Da allora, comunicavano grazie alle bottiglie che lui le mandava e ai messaggi che lei attaccava sotto una precisa panchina che dava su un laghetto di anatre e cigni.

Quando arrivò sul posto, il cuore le batteva tanto quanto l’acqua che colpiva senza sosta il fogliame a terra. Non sapeva cosa fosse successo per spingere Claude a volerle parlare di persona. Lui era seduto sulla panchina con le braccia incrociate. Fissava lo stagno con la testa rigida e lo sguardo fisso. Quando lei si avvicinò, avrebbe tanto voluto girare la testa verso di lei per ammirarla, ma non ne aveva la forza, tanto era sgomento. Annette si accorse subito che, nonostante la pioggia lo stesse inzuppando da capo a piedi, dai suoi occhi scendevano le lacrime.

«Che ti succede?», chiese subito la ragazza, agitata nel vederlo in quello stato.

Non rispose immediatamente; sospirò e cercò, inutilmente, di asciugarsi gli occhi.

«Me ne devo andare».

«Cosa? Perché?».

«Purtroppo è da tempo che piogge battenti, grandinate improvvise, hanno distrutto le vigne e, io e i miei fratelli, abbiamo dovuto chiudere l’azienda. Il clima è impazzito! Ora ci sposteremo a Bordeaux, dai nostri cugini».

Stando così le cose, non era difficile intuire che i due innamorati non si sarebbero più visti. Tuttavia, Claude sembrava in procinto di dire qualcos’altro, parole che la lingua stava trattenendo, forse per paura della reazione che avrebbero scatenato.

«Vuoi venire con me?».

La ragazza esitò. Lui si alzò dalla panchina per andarsene, ma lei, stufa della sua vita, fradicia almeno quanto lui, lo abbraccio e gli disse: «Partiamo!».

Lete

 

E’ il gran giorno, Leò.

Ti ricorderai di me, Leò.

Ti comprerò quella bottiglia, Leò.

Cammino lungo i vigneti di Vergisson, osservando i giovani lavorare.

Mi ricordano di te, Leò.

Di quel giovane con gli occhi verdi come la nostra estate ed i capelli biondi come il nostro autunno.

Ancora oggi l’estate ti rimane negli occhi, mentre l’autunno è ormai volto all’inverno.

Spesso ti guardo negli occhi e non riesco a credere che oltre di loro non sia rimasto nulla se non un immenso banco di nebbia.

Fa male.

Fa tanto male.

Ma non oggi.

Oggi è il gran giorno, Leò.

Ti ricorderai di me, Leò.

Oggi comprerò quella bottiglia, Leò.

Raggiungo ora l’azienda vinicola Ameléte.

Come ogni anno percorro con le dita il muretto che tiene al sicuro la delicatissima uva.

Come quel giorno di sessantasette anni fa quando ti sposai, poggio la mia mano sulla maniglia ed entro.

C’è silenzio oggi, Leò.

Jean è al bancone.

E’ molto strano, Leò.

E’ cresciuta poca uva quest’anno.

E’ uva fragile, che ha bisogno della giusta terra e il giusto clima.

Non ci sono stati quest’anno.

E’ morta tanta uva quest’anno.

Il Léte costa il triplo quest’anno.

Oggi deve essere il gran giorno

Oggi Leò deve ricordarsi di me.

Oggi devo comprare quella bottiglia.

Mi trema la mano, la poggio sul bancone.

Un lungo sospiro mi esce dalla bocca.

Osservo Jean nei suoi giovani occhi.

Sento i miei scaldarsi.

Acqua mesta scorre in mezzo alle pieghe del mio volto.

Eppure sento di non avere il diritto di piangere.

Quante volte abbiamo data per scontata l’acqua che faceva crescere il nostro orto, Leò?

Quante volte ci siamo detti che le proteste dei giovani erano infondate?

Quante volte, in cuor mio, ho creduto che non sarei mai arrivata al tempo delle ripercussioni.

Ma oggi è il gran giorno.

Ma oggi ti ricorderai di me.

Ma oggi comprerò quel vino.

Tiro il libretto degli assegni fuori dalla borsa.

Gli zeri sono sempre tre.

Il due diventa sei.

Jean mi guarda.

Jean mi guarda con pena.

Mi chiede se valga quella pena.

Certo che vale.

Io ti amo, Leò.

E questa bottiglia è l’unica cosa che può riportarti da me, Leò.

Ogni giorno ti sento parlare.

Ogni giorno parli di nostra figlia come di una bambina.

Ogni settimana non ricordi dei tuoi nipoti.

Ogni mese ti chiedi dove siano i tuoi fratelli.

Ogni anno ho il terrore che li raggiungerai.

Ho solo oggi.

Oggi che è il gran giorno.

Oggi che ti ricorderai di me.

Oggi che ti compro questa bottiglia.

Questa bottiglia pagata con un anno di risparmi sulla nostra pensione.

So che ne varrà la pena, Leò.

Quelli erano solo soldi.

Ta tua memoria ha più importanza.

Ho otto ore di luce per stare con te Leò.

Apro la porta di casa.

Vado rapida verso la cucina e verso il Léte dentro a due calici.

E tu sei sulla tua sedia a dondolo che da sul giardino.

Ti porgo il bicchiere.

Bevi.

Mi sorridi.

“È il gran giorno, Eve.

Mi ricordo di te, Eve.

Mi hai portato quella bottiglia, Eve.”

Mi siedo accanto a te.

Parliamo di questo anno.

Ti parlo dei nostri nipoti e dei loro ultimi successi.

Ti parlo di come nostra figlia ha trovato casa.

Ti parlo di come quest’anno sia stato duro per la Terra.

Parliamo di come potremmo lasciare una buona ultima impronta.

Andiamo assieme al ristorante.

Come ogni anno.

Prendiamo carne allevata con rispetto.

Prendiamo prodotti con latte vegetale.

Stiamo già iniziando a lasciare la nostra impronta.

Non è mai tardi per cominciare.

Non è mai tardi per ricordare.

Ci guardiamo negli occhi.

La tua estate senza foschia incontra l’amorevole ombra dei miei.

Voglio piangere.

E’ proprio un gran giorno, Leò.

E’ proprio bello quando ti ricordi di me, Leò.

Spero di poterti comprare un’altra bottiglia, Leò.

Borgogna 2056

 

Babette fermò la Kawasaki sul bordo della piazza di Flavigny-sur-Ozerain. Scese dalla sella, tolse il casco e lasciò scorrere lo sguardo sugli ulivi che avevano sostituito gli storici vigneti.

Addio buon vino di Borgogna. Dannato cambiamento climatico!

Ma dov’era Anne? Il luogo dell’incontro era ben chiaro nel messaggio vocale.

Un flebile richiamo la spinse a voltarsi. Da dietro un oleandro sbucava il volto grazioso di Anne incorniciato da un caschetto di capelli neri.

Le faceva segno di raggiungerla e lei si immerse nel cespuglio assieme all’amica.

– Ma cosa stai facendo?

– Zitta! – Le intimò Anne. – Vedi quella Ferrari parcheggiata davanti al ristorante?

– Gran ferro!

– É della stronza.

– Che sarebbe?

– La grandissima stronza che ora sta pranzando assieme ad André nel più romantico ristorante di tutta la Borgogna.

– Quell’André? Il ricco rampollo della famiglia più blasonata della zona? Il filantropo, simpatico, per nulla arrogante, sportivo, che piace a tutte le donne della regione tra i quindici e i sessantacinque anni, tranne che a me, ovviamente? L’uomo che dovrai sposare tra cinque giorni?

– Lui! Il bastardo!

– Tu come lo sai?

– Controllo il suo cellulare.

Babette represse un grido di sdegno, –Anne! Non si fa! Tutti quei discorsi sulla fiducia e la fedeltà! E… come hai fatto?

– Un piccolo trojan procuratomi da un amico smanettone.

– Quindi?

– Babé, negli ultimi giorni c’è stato un viavai di messaggi pieni di complicità: ci sentiamo quando lei (IO!) non c’è. É tutto pronto per l’appuntamento. Sei impagabile. Hai capito? Non la paga neppure! É proprio innamorato! Lui, che diceva che non gliene fregava nulla che io fossi una povera viticultrice! Lui, che ha enormi poderi di ulivi!

– Mi pare impossibile – commentò Babette.

La porta del ristorante si aprì.

– Eccoli! – Ringhiò Anne.

André, corporatura atletica e volto gentile, cedette il passo a una donna sulla trentina, alta, bionda e con fisico statuario. Camminando verso la Ferrari ridevano con pacata soddisfazione.

– Che gnocca! – Si lasciò sfuggire Babette.

Poi, incenerita dallo sguardo di Anne, non ebbe la prontezza di trattenere l’amica che si precipitò fuori dalla vegetazione e andò incontro alla coppia urlando, – Bastardo! Brutto stronzo! Porco!

Le grida di rabbia stavano per rompersi in pianto, con André che si preparava a dire qualcosa, quando la donna lo fermò con un gesto. – Ho capito l’equivoco. Ci penso io.

Si fece incontro ad Anne fino a quando si trovarono di fronte.

Una in sneakers, jeans, maglietta a righe e capello scarmigliato; l’altra, quindici centimetri più alta, avvolta in un abito Chanel blu, décolleté tacco dieci e acconciatura perfetta.

La sconosciuta fece un sorriso genuino, si chinò verso Anne e le sussurrò con dolcezza, – Ciao. Io sono Giselle, un’amica di André fin dall’asilo. Sono l’avvocato che ha trattato per lui, in gran segreto al fine di non farlo spennare, l’acquisto della Tenuta Romanée-St-Vivant con tutto il suo uliveto. Si tratta del suo regalo di nozze. Per te. Così la farai finita con quelle vecchie e improduttive vigne!

Fece una pausa, quindi aggiunse, – Volevo regalarvi la trattativa, per le nozze, ma André ha voluto offrirmi il pranzo. Doveva essere una sorpresa. Peccato. Comunque, congratulazioni! Lui è innamorato perso e, per inciso, a me non piacciono gli uomini. Invece, se mi presentassi quella tua amica laggiù…

Anne rimase impietrita per un attimo. Si scostò a guardare André che annuiva allargando le braccia stupefatto.

Quindi si girò verso l’amica e si mise a ridere, – Lei è Babette, Babé per gli amici, e credo che potrete andare molto d’accordo.

Falso d'autore

Viene proposto l'estratto di un romanzo famoso, l'esercizio consiste nello riscriverlo convertendolo in un genere letterario diverso dall'originale e in un tempo specifico

  • Genere in cui convertirlo: Comico
  • Periodo storico da usare: Futuro Distopico

IL RITRATTO DI DORIAN GRAY

 

Ho sentito che hai un nuovo amico. Chi è? Perché non me ne hai parlato? Non promette nulla di buono per te.»

«Smettila, Jim!» esclamò lei. «Non devi dire nemmeno una parola contro di lui. Io lo amo.» «Ma come, non sai nemmeno come si chiama,» obiettò il ragazzo. «Chi è? Ho il diritto di saperlo.»

«Lo chiamo Principe Azzurro. Non ti piace questo nome? Oh, cattivo! Non dovresti dimenticarlo mai. Se tu solamente lo vedessi, capiresti che è la persona più affascinante del mondo. Lo incontrerai un giorno, quando ritornerai dall'Australia. Ti piacerà moltissimo. Piace a tutti e... io lo amo. Vorrei che tu potessi venire a teatro stasera. Lui verrà e io sarò Giulietta. Oh! Come reciterò! Immagina, Jim, essere innamorata e recitare la parte di Giulietta! E averlo seduto là davanti! Recitare per la sua soddisfazione! Temo che spaventerò il pubblico, lo spaventerò e lo dominerò. Essere innamorati significa superare se stessi. Il povero, orribile signor Isaacs griderà «è un genio» ai suoi fannulloni del bar. Mi ha già predicato come un dogma, stasera mi annuncerà come una rivelazione. Lo sento. E tutto questo è suo, soltanto suo, Principe Azzurro, il mio meraviglioso amante, il mio dio della bellezza. Ma io accanto a lui sono povera. Povera? Che importanza ha? Quando la povertà entra strisciando dalla porta, l'amore arriva volando dalla finestra. I nostri proverbi dovrebbero venire rifatti. Sono stati scritti d'inverno e adesso è estate; credo che per me la primavera sia proprio una danza di fiori nel cielo azzurro.»

«È un signore,» disse il giovane, cupo.

«Un principe,» cantò la voce di lei. «Che cosa pretendi di più?» «Vuole che tu diventi la sua schiava.» «Tremo al pensiero di essere libera.» «Voglio che tu ti guardi da lui.»

«Vederlo vuol dire adorarlo, conoscerlo vuol dire aver fiducia in lui.» «Sibyl, sei impazzita per lui.»

Lei rise e lo prese per il braccio. «Caro vecchio Jim, parli come se avessi cent'anni. Un giorno ti innamorerai anche tu e allora saprai che cosa vuol dire. Non prendere quest'aria scontrosa. Dovresti essere contento al pensiero che, mentre sei lontano, mi lasci più felice di quanto non sono mai stata. La vita è stata dura per tutti e due, terribilmente dura e difficile, ma d'ora in poi le cose saranno diverse. Tu vai in un nuovo mondo, io ne ho trovato uno. Ecco due sedili, sediamoci e guardiamo passare la gente elegante.»

Sedettero in mezzo a una folla di gente intenta a guardare. Dall'altra parte della strada le aiuole di tulipani fiammeggiavano come palpitanti anelli di fuoco. Una polvere bianca, come una tremula nube di ireos, era sospesa nell'ansare dell'aria. Gli ombrelli da sole dai vivaci colori danzavano e cadevano come enormi farfalle. Sibyl spinse il fratello a parlare di sé, delle sue speranze, dei suoi progetti. Jim rispondeva lentamente a fatica. Si scambiavano le parole come i giocatori si scambiano i gettoni. Sibyl si sentiva oppressa, non riusciva a comunicare la gioia che provava. L'unica eco che le riuscì di suscitare fu un debole sorriso che curvò appena, la bocca imbronciata del fratello: Dopo un po' tacque. D'un tratto colse un lampo di capelli d'oro, di labbra ridenti e Dorian Gray passò in una carrozza aperta con due signore.

Balzò in piedi. «Eccolo!» esclamò. «Chi?» domandò Jim Vane.

«Il Principe Azzurro,» rispose lei, seguendo con lo sguardo la carrozza.

Jim balzò in piedi a sua volta e le afferrò rudemente un braccio. «Fammelo vedere. Chi e? Indicamelo. Devo vederlo!» esclamò. Ma proprio in quel momento sopraggiunse il tiro a quattro del duca di Berwic e, quando fu passato, la carrozza aperta aveva lasciato il Park.

«Se ne è andato,» mormorò tristemente Sibyl. «Avrei voluto che tu lo vedessi.»

«Avrei voluto anch'io perché, sicuro come dio in cielo, se mai ti dovesse fare del male, lo ucciderei.»

«Ho sentito che hai fatto amicizia con un pezzo di latta. Chi è? Un’imitazione venuta male di Terminator? Non credo che tu dovresti frequentarlo».

«Non rompere, Jim!», esclamò lei inviperita. «Neppure lo conosci, e ti permetti di giudicarlo! Sono innamorata di lui e tu non puoi farci nulla».

«Innamorata? Ma se l’hai visto una volta sola, mentre si faceva lucidare la carrozzeria in officina! L’hanno lubrificato in posti che un essere umano non dovrebbe mai vedere», disse Jim disgustato. «Dimmi chi è!».

«Smettila di dire idiozie! Lui è incredibile, è il mio Principe d’Argento. Ti piace il soprannome?».

«Incantevole. Peccato che i servizi di argenteria non vadano più di moda, altrimenti sarebbe stato il pezzo più pregiato».

«Sei solo invidioso. Non vedo l’ora di vederlo! Stasera mi esibirò… ».

«Il tuo ologramma si esibirà davanti a tutta la comunità, umana, robotica e chi più ne ha più ne metta. Mancano solo gli animali».

Sibyl ignorò le sue offese gratuite. «Ologramma o no, lo stupirò recitando Giulietta, mi vedrà splendente su quel palco».

«Se ricordo bene, alla prima c’è stato quel piccolo inconveniente: la base di proiezione era talmente poco sincronizzata che sembrava una performance di robot dance piuttosto che uno spettacolo teatrale».

«Sei un cretino! Per fortuna, ho lui a sostenermi. E intendo proprio recitare per la sua soddisfazione! Sarò emozionata, entusiasta, spaventosa, e dominerò la scena come nessun’altra. E quando lo vedrò lì, seduto, in tutta la sua bellezza, penso che perderò i sensi».

«Attenta a non perdere le mutandine, Sibyl!».

«Macché! Lui è un gentiluomo, è un principe uscito da una delle più belle favole dell’umanità».

«Peccato che di umano non abbia nulla».

«Questo non ha importanza».

«Ma non hai capito che gli interessa solo che tu sia la sua schiava! Ti farà pulire i suoi grossi ingranaggi, oliare le sue brillanti giunture, ma potrà mai trattarti come una donna?».

«Speriamo che non siano solo gli ingranaggi ad essere grossi… ».

«Ma che stai dicendo? Svergognata!».

Lei rise di gusto e lo prese per il braccio. «Mio caro Jim, parli come se fossimo ancora negli anni 2000, quando il drone era considerato un’innovazione formidabile, mentre ora lo usiamo solo per consegnare la posta. Vedrai, anche tu ti innamorerai prima o poi. E quel giorno, non mi importerà se mi presenterai una donna, una bambola gonfiabile, un lavandino che perde o una fessura di una porta; io ti sosterrò in ogni caso. Invece di fare il diavolo a quattro, dovresti essere sollevato dal fatto che, anche quando sei lontano da me, io sono la donna più serena e felice di questo mondo».

Si sedettero su ciò che restava di un lastrone di cemento. Di fronte a loro, alcuni ragazzi creavano un murales di fiori circondati da anelli di fuoco, o viceversa, esibendosi in fastidiosi schiamazzi e battutacce di cattivo gusto. Poi c’era chi se la raccontava talmente bene da solo che sembrava davvero che stesse parlando con qualcuno e che non fosse nel bel mezzo di un trip acido da leccarsi i baffi. Che degrado!

Proprio mentre Jim stava per confidarsi, parlare dei propri progetti, comparve una grossa vettura che procedeva sospesa a un metro da terra. Non fu necessario osservare chi fosse dentro all’abitacolo: bastò vedere il luccichio argentato della sua corazza per capire che si trattava di lui.

«Eccolo!», disse lei balzando in piedi.

«Chi?».

«Chi? È da mezz’ora che ti parlo del mio Principe d’Argento! Chi vuoi che sia?».

Si alzò anche lui, nel tentativo di vedere il celeberrimo frigorifero ambulante. «.Dov’è? Indicamelo, su! È per caso quel bidone laggiù con cui si scalda le mani quella famigliola?».

«Se non la finisci, lo faccio venire qui e, dopo le presentazioni, ti faccio prendere a schiaffi!».

Proprio quando lei stava sollevando la mano per indicare il punto esatto in cui si trovava, il mezzo svoltò e lo persero di vista.

«È sparito. Che peccato!», disse lei sconsolata.

«Peccato davvero, anche perché, sicuro come dio in cielo, se me lo fossi trovato davanti e avessi notato che non ti tratta come si conviene a una signorina come te, lo avrei smontato in tanti di quei pezzi che nemmeno col manuale d’istruzioni saresti riuscita a ricomporlo».

 

«Ho sentito che hai una nuova amica. Chi è? Perché non me ne hai parlato? Non promette nulla di buono per te.»

«Smettila, Jimini!» esclamò lei. «Non devi dire nemmeno una parola contro di lei. Io la amo.»

 «Certo tesoro, perché mai dovrei darti delle opinioni obiettive su una persona che hai a malapena conosciuto!»  obiettò l'amazzone. «Chi è? Ho il diritto di saperlo.»

«La chiamo Principessa col Pisello. Non ti piace questo nome?»

 <Siamo in un mondo di sole donne. Credo sia evidente che qualcosa non v...»

 <Oh, cattiva! Non dovresti dimenticarlo mai. Se tu solamente la vedessi, capiresti che è la persona più affascinante del mondo. La incontrerai un giorno, quando e se ritornerai dall'isola dei Ragno-Canguri del Kokkoala. Ti piacerà moltissimo. Piace a tutti e... io la amo. Vorrei che tu potessi venire a teatro stasera. Lei verrà e io sarò Giulietta. Oh! Come reciterò! Immagina, Jimini, essere innamorata e recitare la parte di Giulietta! E averla seduta là davanti! Recitare per la sua soddisfazione! Temo che spaventerò il pubblico, lo spaventerò e lo dominerò.» Pausa giusto per illudervi che Sibyl abbia finito.

<Essere innamorati significa superare sé stessi. La povera, orribile signora Isaacs griderà «è un genio» alle sue sgualdrine del bar. Mi ha già predicato come un dogma, stasera mi annuncerà come una rivelazione. Lo sento.» Poverina. Non sa cosa la aspetta fra un paio di pagine.

 <E tutto questo è suo, soltanto suo, Principessa col Pisello, la mia meravigliosa amante, la mia dea della bellezza. Ma io accanto a lei sono povera. Povera? Che importanza ha?» Molta.

 <Quando la povertà entra strisciando dalla porta, l'amore arriva volando dalla finestra trasformandosi in un razzo-missile con circuiti di mille valvole. I nostri proverbi dovrebbero venire rifatti.» Anche la tua intera caratterizzazione.

<Sono stati scritti d'inverno e adesso è estate; credo che per me la primavera sia proprio una danza di fiori nel cielo azzurro.» E tralasciando il fatto che ci siano tredicenni che hanno quest'ultima frase in descrizione della loro foto profilo, possiamo lasciarci alle spalle questo dialogo.

«No, ma mettilo qualche altro paragrafo.» disse la sorella, cupa.

«Una principessa,» cantò la voce di lei. «Che cosa pretendi di più?»

 «Che ti rendi conto che noi amazzoni non abbiamo i testicoli?»

«Tremo al pensiero di essere libera.»

«Ma mi stai ascoltando?»

«Vederla vuol dire adorarla, conoscerla vuol dire aver fiducia in lei.»

 «Vuoi dire avere fiducia che sia una lei?»

Sibyl rise e la prese per il braccio. «Cara vecchia Jimini, parli come se avessi cent'anni. Un giorno ti innamorerai anche tu e allora saprai che cosa vuol dire. Non prendere quest'aria scontrosa. Dovresti essere contenta al pensiero che, mentre sei lontana, mi lasci più felice di quanto non sono mai stata. La vita è stata dura per tutte e due, terribilmente dura e difficile, ma d'ora in poi le cose saranno diverse» Disse senza sapere che sarebbe morta nel capitolo successivo <Tu vai in un nuovo mondo, io ne ho trovato uno. Ecco due sedili, sediamoci e guardiamo passare la gente elegante.»

Sedettero in mezzo a una folla di donne intente a conversare. Dall'altra parte della strada Arcadia, capitale delle Amazzoni, era bellissima come al solito. Rampicanti di edera fiorita accompagnavano la linea dei palazzi, facendo inciampare a frotte le meno attente, con i marciapiedi decorati da rose spinose in attesa di poter fare un trattamento di botulino naturale alle malcapitate. Le più nobili passeggiavano sfoggiando i migliori abiti e le migliori profumazioni, donando alla vista il desiderio del daltonismo ed al naso un mix di essenze pari solamente ad un negozio di candele profumate in liquidazione.

Sibyl, che finalmente aveva finito di ciarlare solo su sé stessa, spinse la sorella a parlare di sé, delle sue speranze, dei suoi progetti. Jimini rispondeva lentamente a fatica. Si scambiavano le parole come i giocatori si scambiano i gettoni. Sibyl si sentiva oppressa, come mai nessuna donna dalla quasi estinzione del cromosoma Y, non riusciva a comunicare la gioia che provava. L'unica eco che le riuscì di suscitare fu un debole sorriso che curvò appena, la bocca imbronciata della sorella: Dopo un po' tacque. D'un tratto colse un lampo di capelli d'oro, di labbra ridenti e DorianA Gray passò in una carrozza aperta con due signore.

Balzò in piedi. «Eccola!» esclamò. «Chi?» domandò Jimini Vane.

<La Principessa col Pisello!» rispose lei, seguendo con lo sguardo la carrozza.

Jimini balzò in piedi a sua volta e le afferrò rudemente un braccio. «Fammela vedere. Chi è? Indicamela. Devo vederla!» esclamò.

Ma proprio in quel momento sopraggiunse la carrozza dell'Imperatrice, quando fu passata, di DorianA nemmeno l'ombra.

«Se ne è andata,» mormorò tristemente Sibyl. «Avrei voluto che tu la vedessi.»

«Avrei voluto anch'io perché, sicuro come la puzza del ghetto degli uomini, se ti farà del male morirà.» e glie ne fece, ma Jimini non mantenne la promessa perché ebbe la pessima idea di fare la stalker inquietante e pur di seguire DorianA con lo sguardo cadde dal secondo piano e morì, lasciando il finale del libro totalmente anti climatico!

Jim e Sybil alzarono quasi simultaneamente gli scudi cerebrali di prossimità per avere un minimo d’intimità nel loro colloquio. Sempre che d’intimità si possa parlare, nel caso di un dialogo che si svolga tra persone divise da centinaia di chilometri di distanza.

– Chi è ‘sto tizio al quale ronzi attorno ultimamente? – Attaccò Jim con veemenza.

– Io NON ronzo. Mi sono innamorata. Lo hai visto il suo avatar? Sembra il Principe Azzurro!

– Certo! Il Principe Azzurro. Quel perditempo che va in giro a baciare cadaveri in teche di cristallo o donne addormentate da anni. Il prossimo chi sarà? Un nano? Un orco?

Sybil mandò un impulso neurale stizzito al fratello.

– Ahia!

– Così impari! Tu non lo conosci. Se lo vedessi capiresti perché mi sono perdutamente innamorata.

Jim sbuffò e creò un momento di interferenza per mostrare la propria irritazione – Nemmeno tu lo vedi! Cioè, davvero. Insomma! Conosci solo il suo avatar.

La ragazza sorrise, – Ed è bellissimo! Quando ho incrociato i suoi frame, nell’arena teatrale virtuale ho sentito un brivido percorrermi tutta. É amore. Ne sono certa. Così come sono sicura che, dopo questa sera, lo proverà anche lui.

– Cosa succederà questa sera? – Domandò Jim, non senza una vena di preoccupazione.

Sybil fece piroettare la propria immagine, festante, – Questa sera ho prenotato uno spazio nell’arena e mostrerò le mie doti artistiche. Il Principe Azzurro ama l’arte.

– Cos’hai in programma?

– Reciterò la scena di un vecchio film. Un monologo.

– Racconta.

– Interpreterò Sally nella scena del ristorante.

Jim sobbalzò. Stava quasi per perdere la connessione, – Quella Sally? La protagonista di quel film della fine del secolo scorso? Non ricordo bene la storia, ma rammento una scena al ristorante. Dimmi che farai la parte dell’ordinazione, ti prego.

La ragazza rise, – No, fratellino moralista. Reciterò la scena del finto orgasmo. Forte, vero? Cioè, il top del trasporto erotico amoroso!

– Il top della finzione. Che vergogna…

– Che eccitazione! Si accorgerà certamente di me!

– Senza dubbio.

– Sei noioso, Jim! Sono certa che, quando lo conoscerai, rimarrai anche tu estasiato dal Principe Azzurro.

Il giovane scosse la testa e disse, con sarcasmo, – Per fortuna che sono sulla superficie del pianeta e non nei livelli interni con voi, altrimenti potrei anche mettere in dubbio la mia eterosessualità.

– Lo vedi che sei un po’ particolare anche tu? Con questa mania antica della eterosessualità… e della monogamia! Invece di gioire come una farfalla, di fiore in fiore, ti comporti come un… Un piccione! Monogamo per tutta la vita. Che noia! Per inciso, Mamma e Papà si vergognano un po’ di questa tua fissazione. Io te l’ho detto; ma tienitelo per te.

Jim rimase un po’ a riflettere sulla rivelazione fattagli dalla sorella. Non immaginava che il suo tradizionalismo potesse essere fonte di disagio per i loro genitori. Questa nuova informazione andava accuratamente processata.

Sybil aveva abbassato un po’ i firewall mentali per osservare meglio il passeggio degli avatar sulle corsie commerciali di quell’area della Grande Rete. Jim l’aveva imitata, anche se non amava quel mondo del tutto inconsistente. Preferiva la polverosa realtà e per questo si era trasferito sulla superficie del pianeta.

Sybil stava parlando, – Tu hai inseguito il tuo sogno, all’esterno. Lascia che io cerchi l’amore assoluto nel mio mondo.

– Certo, certo…

– Eccolo! Guarda! Sta passando sul quel neurotrasporto! É andato…

Jim imprecò, – Dannazione, non l’ho visto…

Sybil divenne raggiante, –Vedi? Lo hai appena sfiorato ed esercita già il suo fascino anche su di te!

– No. Volevo memorizzare i suoi dati di dominio neurale. Così, se ti farà del male, troverò il modo di bruciargli i gruppi di continuità.

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