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Alpinia Editrice

Elio Bertolina
La mia ént, la nòsa ént

La mia ént, la nòsa ént
Prezzo Fiera 13,00
La mia gente, la nostra gente La memoria del passato, archivio del futuro

Con semplici e arguti spaccati di personaggi della sua valle, Elio Bertolina dona uno scorcio sulla vita di una volta, risultato di interviste, aneddoti, curiosità, sintesi di una vita vissuta tra la sua gente, tra la nostra gente.

Storie semplici, storie della nostra gente, dei nostri avi, ricordate per  tramandare dal passato gli insegnamenti e l’esperienza necessari per costruire un futuro, restando auspicabilmente a vivere e a far vivere questo splendido territorio. 


Elio Bertolina è costantemente animato da un profondo senso di appartenenza alla comunità della Valfurva (in Alta Valtellina, in provincia di Sondrio), frutto dell’educazione ricevuta in famiglia e sui banchi di scuola.

Con la pratica alpinistica degli anni giovanili e con la partecipazione al Comitato Scientifico del CAI presieduto da Giuseppe Nangeroni, trova l’opportunità di studiare da vicino le peculiarità della cultura tradizionale del mondo della montagna.

Dall’appassionata indagine sulla cultura delle vallate alpine, alla sistematica esplorazione del contesto della sua Valfurva il passo è breve.

La cultura locale è sempre stata al centro dei suoi numerosi lavori

in particolare con Alpinia ha pubblicato 

La Val di Ciurcégl’” (Alpinia ed. 2012), “A guardàr indré” (Alpinia ed. 2014),  “La mia ént, la nòsa ént” (Alpinia ed. 2017), “Lettere dall’Argentina (Alpinia ed. 2018).

 

ALtri lavori: “Inventario dei toponimi”, “La disfortuna”, “L’incendio di Teregua nel 1869”, “Il Giro della Stella”, “Soprannomi di famiglia e di persona”, “Le stagioni cantate”, “Le opere e i giorni”, “Par rìar e par dabón”, “Meglio tardi che mai”.

Elio Bertolina ci ha lasciati a gennaio del 2020

 

Primo capitolo

Estratto


Nati con il dialetto in bocca

L’é mai tròp par inténdas

È proprio vero che per intendersi bene le parole non sono mai troppe, anzi, qualche volta capita che sembrino addirittura poche.
Difatti quando si va a parlare anche del più e del meno succede che c’è subito qualcuno che non capisce o che fa finta di non capire o ancora che vorrebbe capire di più. In tutti e tre i casi il dialetto mette a disposizione il mezzo per escludere ogni malinteso nella certezza di essersi spiegati bene.

Per esempio quando dalle parole si passa alle mani, bisogna distinguere se si tratta di una affettuosa correzione, di un atto scherzoso o di vera e propria violenza.

Nel primo caso ci si contenta di un chip, un pasc’técum, un papìn, uno sc’cufiòt, una tiréda d’uréglia o uno sg’berlòt.
Lo stesso sg’berlòt, una papìna o una sc’cùfia indicano che si resta nello scherzo, mentre le maniere forti prendono il nome esplicito di crapadón, sg’berlón, cràfan, gnòrgnu, sg’lepón, palàda.

L’importanza di essere precisi, di farsi capire con precisione risulta più evidente quando si va a toccare certi argomenti.
Per dire, se si fa riferimento a qualcuno che alla domenica ha alzato un po’ il gomito, diventa essenziale sapere quanto e come lo ha fatto. Anche in questo caso sono pronte le parole giuste per capire come è andata.

Non si può dire che uno è ubriaco se la questione è stata di pochi bicchieri; al massimo è andato in dondìna o in cìmbali, è diventato cirlu cioè un po’ piè, inbenzinè, un po’ c(h)iapà ossia abbastanza preso dall’alcol, insomma alticcio. Ma se si vuol far capire che il gomito è stato alzato di continuo, allora bisogna dire chiaro e tondo che si ha di fronte un ubriaco fradicio, un c(h)ióch, un piómbo, uno sc’tinco, uno sc’tórno, uno sg’brónzo, un cirlu cirléntu. Si diventa piómbo, sc’tinco e pimpu perché si è andati in bala per intero dopo essere prima andati in cìmbali.

Le cose si complicano e le parole si moltiplicano se si va a trattare questioni delicate come quella dei soldi. Sono soldi i centéśim, i franch, la monéda, i conquìbus, le palanca, i ghèi, i marénch, ma sono soldi anche i plózar, i matréc’, i bórc(h)’: sembrano parole studiate più per non farsi capire che per intendersi.

Davanti a un fallimento invece tutto torna chiaro: chi va a Pechìno o a Patrasso, chi finisce a gamba a l’aria, in malóra o in camìsg’ia mandando tutto a mósg’ina in un mucchio di sassi, non può essere che un fallito.

Allora, attenzione!

Specifiche

  • Pagine: 128
  • Anno Pubblicazione: 2017
  • Formato: 14x21 cm - brossura
  • Isbn: 9788887584455
  • Prezzo copertina: 15

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