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Edizioni 2000diciassette

Carla Sabatini
Memorie di un'accoglienza

Memorie di un'accoglienza
Prezzo Fiera 15,00

L'altra faccia del “Fenomeno Immigrazione“. L'Immigrazione vista e descritta da chi la vive quotidianamente, da chi ha “ascoltato“ i vissuti di coloro che sono sfuggiti agli orrori delle loro terre di origine, di chi ha subìto violenze e torture delle “gabbie“ libiche. L'autrice racconta della sua esperienza di assistente sociale nei Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo, durante la quale ha raccolto alcune storie di ospiti che, inseguendo il miraggio di una vita migliore, hanno affrontato viaggi duri e difficili, approdando sul territorio italiano nella speranza di un futuro migliore.

“Straniero, se passando mi incontri e desideri parlarmi, perché non dovresti farlo? E perché non dovrei farlo io?“ A Te - Walt Whitman

Primo capitolo

Era quasi la seconda metà del mese di luglio del 2011, quando l’aria era calda, e il canto delle cicale accompagnava l’attesa di quel pullman che avrebbe condotto, nel basso lazio, tra le colline di quella terra detta ‘ciociaria’, che diede i natali a uomini di così grande spessore quali Cicerone e Caio Mario, i 45 ‘migranti’ in quella che sarebbe stata la loro struttura di Accoglienza. Un tempo aveva ospitato frati, quella struttura con grande piazzale antistante, classico porticato e chiostro con giardino e pozzo, e tante stanze, nel pianterreno: la zona comune, la zona pranzo, bagni, cucina; al piano superiore tante camere, dove avevano alloggiato i padri cappuccini, e poi una grande biblioteca, con antichi volumi, che noi avevamo adibito anche ad aula informatica, dove avevamo sistemato una dozzina di computer per poter insegnare ai nostri ospiti i rudimenti di informatica, e poi l’ufficio di noi equipe multidisciplinare. Aveva grandi finestre, che davano su un panorama mozzafiato. Era situata sulla collina del paese. Vi si accedeva, percorrendo una strada tutta in salita, stretta, contornata da maestosi pini, che portava dritta proprio al convento. Provenivamo da esperienze lavorative diverse e aver accettato questo incarico costituiva per noi una vera sfida. I nostri ospiti invece, non avevano la benché minima idea di dove fossero finiti ma eravamo sicuri che avessero la percezione che il loro calvario fosse giunto finalmente ad una fine. Quello era il periodo duro e critico dell’inizio della guerra libica, in cui molti, confluiti in Libia in cerca di lavoro o perché fuggiti da situazioni belliche o di violenze, con quella situazione di caos, violenze e torture scappavano e chiedevano asilo. Il sole era quasi a mezzogiorno quando il pullman tanto atteso affrontò la salita della strada collinare, per giungere finalmente alla struttura. Ne discesero uomini dal volto stanco, occhi spaventati di chi ha visto brutture e morte, con in mano un sacchetto di plastica e con dentro i loro pochi averi. Erano sbarcati qualche giorno prima a Lampedusa, salvati in mare dalla Guardia Costiera. Erano arrivati a bordo di una piccola imbarcazione; in tanti, ammassati come sardine e torturati; senza acqua né cibo, avevano impiegato giorni per raggiungere la terraferma. Si guardavano intorno, impauriti, spaesati, stavano tutti vicini l’un l’altro, come a darsi protezione. Il nostro mediatore linguistico spiegò loro il Regolamento del Centro, la procedura per la Richiesta di Asilo e cercammo di trasmettere loro un po’ di tranquillità. La nostra ACCOGLIENZA era cominciata. Nel mio lavoro è consuetudine affrontare situazioni difficili e di violenza ma la tristezza nei loro sguardi e l’angoscia nei loro volti mi rimasero impressi. La loro profondità, la tristezza, la paura era pressante. Ti arrivava dentro. Il pensiero andava ai tanti che non ce l’avevano fatta; bambini, donne, uomini fuggiti dalle guerre nei loro paesi, approdati in Libia nella speranza di una nuova vita ma costretti nuovamente a fuggire dalle nuove barbarie. Erano figli, erano mamme, erano padri. Quante famiglie distrutte! E non potevi non chiederti: cosa posso fare per loro? Mi lasciarono una sensazione di tristezza, di impotenza; mi sentivo piccola e quando finalmente arrivai a casa d’istinto strinsi forte in un abbraccio i miei figli. I primi due giorni scivolarono via così, cercando di dar loro calore, sorrisi, notizie e tentando di far capire che eravamo lì per aiutarli. I loro sguardi diffidenti si trasformarono presto in sguardi più aperti. Iniziavano a porci domande e a muoversi più agevolmente per la struttura. Cercammo di farli riprendere dal faticoso viaggio e poi iniziammo i colloqui conoscitivi. Notai che quasi nessuno di loro durante i primi due giorni riuscì a consumare un pasto completo e credetti che forse quel cibo non era di loro gradimento. Invece scoprii che non avevano la forza di mangiare. Erano rimasti senza toccare cibo per tanti giorni e poi il mare li aveva completamente debilitati. Avevano bisogno di tempo per riprendersi. Già, il tempo. Mi fermai a riflettere se il tempo avesse potuto mai cancellare quei vissuti! Il gruppo era multietnico; la maggior parte proveniva dal Bangladesh, poi pakistani, africani provenienti dal Gambia, Nigeria, Somalia, Camerun, Senegal. Una parte anglofona, altra francofona. Il vero problema era per il nutrito gruppo di 23 bengalesi che parlavano solo la lingua bangla. Qualcuno di loro parlava un po’ l’arabo e riusciva a comunicare con il nostro mediatore, traducendo poi al resto del gruppo. Avevamo escogitato un sistema di comunicazione fantastico. La necessità aguzza l’ingegno, si sa! Io poi, non conoscevo il francese … In pochi giorni e dopo qualche riunione, i loro atteggiamenti si ammorbidirono, cominciavano a fidarsi e a capire che eravamo lì per aiutarli. Spiegai loro il mio ruolo e cominciarono i colloqui, importanti per capire le loro storie e quali erano le loro esigenze. Qualcuno più aperto, più sveglio, cominciò ad aprirsi sin da subito, qualcun altro se ne stava in disparte, rannicchiato nel proprio dolore, non ancora pronto ad aprirsi. Rispettai i loro tempi. Durante le prime settimane il lavoro fu frenetico. I contatti con la Questura per l’acquisizione delle impronte, la formulazione della richiesta di protezione, il rilascio del primo documento di soggiorno, il codice fiscale presso l’Agenzia delle Entrate e inoltre c’era da organizzare l’assistenza sanitaria, cosa non di poco conto. In quel momento storico non era ancora molto chiara la procedura da seguire. Gli enti preposti brancolavano ancora nell’incertezza. Inoltre, c’erano i contatti con l’amministrazione locale, gli enti religiosi e quelli di volontariato; per supportare gli interventi in favore dell’integrazione è importante e fondamentale attivare e consolidare il lavoro di rete con gli attori locali che a vario titolo possano rendere fattibile il percorso di accoglienza e di inserimento. Non fu semplice; eravamo uno dei primi centri della zona, i pionieri di quello che da lì in poi sarebbe stato un sistema di Accoglienza abituale. Durante il primo periodo, tutti nel paese ci guardavano con diffidenza ma anche curiosità, ma bisogna dirlo, con molti enti sin da subito si sarebbe instaurato un rapporto collaborativo e disponibile. Come priorità c’era da capire lo stato di salute dei nostri ospiti; insieme ai dirigenti del Distretto Sanitario territoriale si concordò un check up generale, per escludere che qualcuno di loro potesse essere affetto o portatore di qualche patologia contagiosa, a prescindere dal possesso di documenti. Allora usammo l’STP (Stranieri Temporaneamente presenti), l’assistenza sanitaria temporanea per i soggetti non ancora in possesso di documentazione di soggiorno. Tutti i 45 fecero i prelievi, test hiv, epatite, emocromo, tine test ecc, e iniziammo così le procedure per il rilascio del documento di soggiorno.1 Con il rilascio del primo permesso di soggiorno semestrale 1) Secondo l’art. 35 D. Lgs 286/98, ‘’Ai cittadini stranieri non in regola con le norme di ingresso e soggiorno sono assicurate, nei presidi pubblici ed accreditati, le cure ambulatoriali ed ospedaliere urgenti o comunque essenziali, ancorché continuative, per malattia e infortunio e sono estesi i programmi di medicina preventiva a salvaguardia della salute individuale e collettiva’’. Il tesserino STP (Stranieri Temporaneamente Presenti), è rilasciato da qualsiasi ASL. Il rilascio del tesserino è subordinato ad una dichiarazione di indigenza da parte dello straniero, attraverso la compilazione del modello predisposto dal Ministero della Salute, che rimarrà agli atti della struttura emittente. Per la compilazione di tale dichiarazione non è richiesto alcun documento di riconoscimento. Il tesserino STP ha validità semestrale. E quindi acquisita la possibilità di lavorare, potei fare loro l’iscrizione al SSN e scegliere un medico di Base. Naturalmente, scegliemmo medici del posto, sia per poterli consultare agevolmente e sia per ragioni logistiche, quindi una volta conosciuti, raggiungerli autonomamente. Professionisti e persone fantastiche; disponibili e accoglienti.Finalmente, pian piano cominciavo a vedere dei risultati e i nostri ospiti, con il passare dei giorni, iniziarono finalmente a intravedere una possibilità di nuova vita. Iniziammo ad instaurare proficui rapporti non solo con i medici del posto ma anche con le farmacie e con gli esercizi commerciali, gli enti di volontariato e religiosi. Fu così che cominciai ad organizzare le lezioni di italiano. Tra i membri di un’associazione di volontariato vi erano alcune insegnanti in pensione che si prodigarono, dando disponibilità giornaliera per fornire ai nostri ‘ragazzi’ lezioni per l’apprendimento della nostra lingua. Formammo delle classi, suddivise per idioma e ogni mattina c’erano le lezioni, seguitissime anche se con non poche difficoltà. Moltissimi, tra il gruppo dei bengalesi, erano analfabeti, per cui si dovette iniziare dai rudimenti, dall’abc. Gli insegnanti non si spaventarono e in poco tempo molti riuscirono a imparare a scrivere e leggere nella nostra lingua. Le giornate scorrevano veloci e intense. Ogni lunedì avevamo programmato una riunione settimanale di equipe e a seguire, una con tutti i ragazzi ospiti nel corso della quale venivano sviscerate le varie problematiche organizzative e /o di comunità; ognuno aveva la possibilità di esprimere il proprio pensiero o esporre il proprio problema. C’erano i mediatori linguistici che si prodigavano in questo lavoro ed era una giornata impegnativa e proficua per tutti. Soprattutto perché si evincevano difficoltà, si trovavano soluzioni comuni, e durante la settimana venivano attuate, per essere poi verificate nella riunione successiva. Un modus operandi superlativo. Dopo qualche settimana quasi tutti avevano cambiato espressione nello sguardo: non avevano occhi di paura, ma quegli occhi ora esprimevano speranza. Le giornate erano scandite da impegni nel centro, incontri con la Questura e colloqui pomeridiani con gli ospiti. Guadagnai man mano la loro fiducia tanto che iniziarono a chiamarmi ‘angel woman’ e qualche tempo dopo, sulla porta del mio ufficio, trovai attaccato un foglio con la frase ‘‘dove l’impossibile diventa possibile’’, scritto con tratti incerti da somigliare a quello dei bambini. Mi commossi. Avevano capito che stavo facendo di tutto per aiutarli. Ognuno di loro aveva un retaggio di guerre, violenze, orrori.

Specifiche

  • Pagine: 122
  • Anno Pubblicazione: 2020
  • Formato: 150*210
  • Isbn: 978-88-31243-12-4
  • Prezzo copertina: 15€

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