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Edizioni Il Fiorino

Paolo Luppi
MUTINA Una città tra nebbie e leggenda

MUTINA Una città tra nebbie e leggenda
Prezzo Fiera 17,00
(vedi video trailer)

Mutina. V secolo dopo Cristo. I cambiamenti politici e le continue invasioni barbare portano il caos nell’Impero romano d’Occidente. Uomini e donne normali obbligati a diventare straordinari per contrastare eventi che rischiano di cancellare mille anni storia e di cultura. Riusciranno i pilastri e le colonne di Roma a trovare in questi individui la nuova linfa vitale per sopravvivere ancora o la storia ha già deciso che tutto dovrà finire?
Tra mito e realtà, una possibile lettura di uno dei momenti topici della storia, non solo della nostra terra, ma di tutta un’epoca.

Primo capitolo

A.D. 451

 

Come ogni sera, al calare delle ombre lungo i vicoli umidi e fetidi di quella che una volta era stata una città che veniva rinomata in tutto l’Impero per la propria posizione, ordine, pulizia e ricchezza, tutti gli esseri viventi, animali ed umani che fossero, iniziavano la loro lotta per la sopravvivenza, con l’unico obbiettivo di sopraffare un proprio simile per continuare a soffrire anche per un solo giorno ancora.

Mors tua, vita mea.

Niente era più appropriato di quell’espressione. Alla stessa ora iniziava anche il turno di guardia di Servilius, che, scortato dai sei uomini che lo proteggevano solo perché lautamente pagati dal Magistratus della città, si sarebbe ritenuto fortunato a trovare un paio di cadaveri morti per inedia ed un altro con un coltellaccio piantato nel ventre.

Ormai il bollettino era quasi una tragica e deprimente costante.

La notte cancellava i fragili tentativi che il Magistratus faceva per mantenere quel minimo di ordine e legalità che avrebbero permesso agli abitanti rimasti di non abbandonare completamente la città. Solo un centinaio di anni prima la città contava quasi ventimila abitanti, non certamente una metropoli, ma tra i più ricchi e facoltosi di tutte le province italiche, mentre ora, nel mezzo di una crisi nera, a malapena si arrivava a quattro, forse cinquemila anime, a seconda della stagione e soprattutto di come fosse andato il raccolto dei campi.

La città era silenziosa, quasi spettrale. Non si sentivano cantare o fischiare neppure le ragazze che lavoravano nel lupanare, una delle pochissime attività che, incredibilmente, non aveva conosciuto crisi né di avventori, né di occupazione. Servilius, non sapeva se a farlo sentire in un qualche modo sicuro fosse la presenza degli uomini che lo circondavano o in realtà la sua posizione.

Non era un segreto, infatti, che i mercenari originariamente assoldati da Valentiniano III, che aveva dovuto seguire le direttive impostegli dal coregnante Teodosio II, fossero degli avanzi di galera che neppure un esercito con evidenti problematiche di organico avrebbe voluto inquadrare tra i propri ranghi. Le facce dei sei uomini, oltre a manifestare quasi disgusto per il mestiere che avevano scelto, non erano certo rassicuranti, non di quelle da portarsi a casa per presentare loro la propria figlia.

Il giro di ronda iniziò come al solito dalla caserma sul lato Nord Occidentale della città, dalla porta che si apriva sull’abitato, ma, diversamente dal solito, Servilius decise di verificare prima la zona perimetrale della città, poi di addentrarsi tra i vicoli che tagliavano a sezioni quadrate praticamente perfette la città, dividendola in insulae. In pochi minuti raggiunsero la piccola piazza antistante all’unico edificio che nulla aveva né nelle forme, né negli spazi adiacenti, della classica sagoma squadrata e potente così caratteristica e distintiva dell’architettura romana, l’anfiteatro.

Servilius si ricordava molto bene l’unica volta che, accompagnando il suo comandante Portius Illiricus, aveva visto quello che rimaneva degli antichi ori e splendori del grande anfiteatro a Roma. Certo quello della sua città non aveva nulla a che vedere con la maestosità e la bellezza di quello della capitale, ormai solo di nome, dell’Impero, ma, con i suoi quattromila comodi posti non sfigurava certo, essendo il più grande ancora in uso per i rari giochi che ancora la città poteva permettersi di allestire lungo tutta la via Aemilia.

L’anonima facciata in mattoni senza la candida copertura in marmo e travertino rendeva il paragone con l’Anfiteatro Flavio a dir poco improprio, ma, per chi li aveva visti entrambi, quello piccolo era davvero una miniatura di quello più grande.

La nuova residenza pressoché fissa dell’Imperatore nella nuova e bellissima città di Ravenna, nuova non per fondazione, ma per tutte le opere di rifacimento e costruzione compiute dagli ultimi due imperatori e soprattutto da Galla Placidia, negli anni in cui aveva retto “pro nome” e fino alla sua morte l’anno precedente quella porzione di mondo, che avevano apportato alla città e al suo porto di Classe, avevano riportato la vecchia strada consolare agli antichi splendori, sia per traffico, che per la manutenzione che vi era stata fatta dopo secoli di incurie.

Dopo aver compiuto un giro completo dell’arena, aver controllato che la porta di servizio sulle mura esterne fosse ben chiusa con il grosso lucchetto arrugginito e aver avuto in risposta la solita bestemmia da parte del vecchio Paulus che dormiva in uno degli stanzoni freddi e umidi del corpo di guardia all’interno dell’anfiteatro (il vecchio, dopo aver servito per una vita intera nelle stalle della guarnigione ed aver sperperato la magra paga che gli veniva corrisposta dall’esercito in donne e dadi, aveva chiesto di avere quel posto di “vigilante” dell’arena giusto per avere un tetto sopra la testa), si avviò verso la parte Sud della città. Non sapeva come, ma aveva sempre avuto il dono di un sesto senso molto sviluppato.

Quella sera, al contrario delle solite sere, aveva come l’impressione che la sua vita avrebbe preso una strada ed una direzione nuove, inaspettate, ma non per questo negative.

Arrivati alla porta Sud, si accorsero che, a differenza del solito brusio di fondo, in quella zona, a regnare era solo il silenzio. Quella era di solito la zona con più movimento, la zona in cui i postriboli nascevano e morivano nel giro di una settimana, spesso a causa delle faide tra lenoni. Quando si voleva trovare un delinquente comune, quella era la zona e, di solito, quello era l’orario migliore.

Servilius notò che anche le sue guardie avevano notato quel silenzio. Continuarono comunque la loro ronda, apparentemente senza modificarne il giro e neppure i tipi di controlli.

Poi, ad un tratto, Servilius ordinò il dietro front e iniziarono a tornare sui loro passi. Dopo appena tre insulae, appena svoltato l’angolo di una casa, la prima guardia quasi si scontrò con un uomo che sbucò dal buio del vicolo. Anche l’uomo appena apparso ebbe un attimo di esitazione ed imbarazzo, quel tanto che permise anche a due suoi compagni di sbucare con l’inerzia della corsa dal vicolo.

I dieci uomini stettero per un lunghissimo e tesissimo attimo a fissarsi reciprocamente, poi, come se si fossero destati da un sonno ad occhi aperti, fu il caos.

Alcuni sguainarono spade e coltelli, altri preferirono non sprecare quell’attimo di vantaggio per aggredire a mani nude l’avversario, ma tutti, nel buio quasi totale del vicolo cercavano di aver salva la vita menando fendenti e pugni come capitava, senza preoccuparsi più di tanto di chi avessero e stessero colpendo in quell’istante. Le quattro torce lanciate sul selciato umido lanciavano lingue di luce spettrale sulla scena, facendo apparire gli uomini che lottavano tra di loro come dei danzatori del regno dei morti.

In pochi minuti tutto si concluse, con due delle guardie che tenevano per le braccia uno dei tre uomini misteriosi, evidentemente ferito, perché tenuto sollevato da terra a forza.

Lentamente e dolorosamente, Servilius si rialzò, avvertendo un forte dolore al fianco sinistro, oltre che alla mano destra. Appoggiata la mano sinistra sul fianco, notò che era sporca di sangue, evidentemente il suo. La mano destra, invece, aveva un taglio sul palmo, probabilmente dovuto a quando aveva cercato di deviare un fendente diretto al suo volto. A terra si intravedevano quattro sagome inermi, mentre una si lamentava a carponi ad un paio di metri da lui, imitata da un’altra che, con le spalle appoggiate ad una parete di una casa, era seduta.

Dopo alcuni minuti, ripresosi quel tanto che bastava per mettere a fuoco le figure e reggersi in piedi da solo, Servilius notò che l’uomo fatto prigioniero non era sicuramente un romano, né tantomeno un villico, ma uno straniero. I suoi abiti di pelliccia e i suoi calzari con la legatura alta avrebbero potuto essere scambiati con quelli dei germani. Gli ultimi imperatori, con la loro politica di annessione e di apertura delle civitas a tutte quelle popolazioni che, vivendo in prossimità del limes potevano essere utilizzate come scudo umano ed etnico per l’Impero, avevano creato automaticamente i presupposti per piccole ma costanti migrazioni di nuclei famigliari o contingenti militari verso le zone del cuore della penisola italica.

Ormai non era raro vederne al soldo di generali e ricchi possidenti terrieri. Ma il volto e gli occhi no. Il taglio allungato e gli zigomi spigolosi dicevano che quelli erano uomini diversi da tutti quelli che avesse mai visto, è neppure sentito nominare.

- Lasciatelo! - ordinò Servilius.

Quando i due uomini mollarono la presa sugli avambracci dell’uomo, quello cadde come un sacco di farina, senza emettere alcun suono, un po’ perché i vestiti ne attutirono il tonfo, un po’ perché, si accorse solo in quel momento Servilius, era già morto. Attorno a loro si era intanto radunata una piccola folla di curiosi e sciacalli, svegliati dal rumore e dalla possibilità di guadagnare qualcosa da quell’inaspettata opportunità.

- Un soldo per chi porterà qui il prima possibile una squadra di soldati dalla guarnigione! - urlò Servilius con tutta la voce che gli era rimasta.

Non fece in tempo a terminare la frase che un paio di ragazzini ed una donna erano già partiti come saette.

Quando nemmeno mezza clessidra dopo un gruppo di venti armati giunse al vicolo preceduto da uno dei due ragazzi, Servilius era seduto a terra, con la fascia di centurione usata come tampone sulla ferita al fianco, uno dei due soldati feriti era già morto, mentre il secondo era stato sdraiato, ma la ferita al ventre non gli avrebbe lasciato altro che ore di dolore ed agonia. Gli altri due cadaveri erano già stati completamente ripuliti da donne e ragazzini, spolpati fino alle mutande di tutto ciò che indossavano.

- Proculus, finalmente! Fai caricare i tre stranieri e portiamoli in caserma. Se nessuno, nel giro di un paio di giorni, verrà per reclamarne i corpi, preoccupati che vengano sepolti nella fossa per i poveri sul lato Nord della città. - disse Servilius al comandante del plotone che era appena arrivato.

Con la solita efficienza romana, i tre cadaveri furono caricati uno ad uno su di un piccolo carretto trainato da un somaro e Servilius fu messo su una barella portata da quattro legionari. Intanto una nuova pattuglia di sei uomini avrebbe proseguito la ronda notturna.

Le regole andavano rispettate, sempre e comunque, anche in situazioni come quella.

Ovviamente nessuno si presentò al corpo di guardia per reclamare i cadaveri, visto che chiunque lo avesse fatto avrebbe poi dovuto dare delle spiegazioni più che convincenti sulla aggressione che aveva subito la pattuglia della guarnigione. I tre corpi furono avvolti in grossolani sacchi di juta e coperti con alcuni secchi di terra e fango, in attesa che la fossa fosse completamente riempita per essere coperta definitivamente e per sempre.

Specifiche

  • Pagine: 508
  • Anno Pubblicazione: 2020
  • Formato: 15x21
  • Isbn: 978-88-7549-870-2
  • Prezzo copertina: 17

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