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Pluriversum Edizioni

Maura Lisci
Nonno Pincitta e la macchina dei mondi

Nonno Pincitta e la macchina dei mondi
Prezzo Fiera 22,00
Prezzo fiera 22,00
Maya, Patty, Manu e Raf ingaggiati dallo scienziato Romildo Sbuccialagli, detto Nonno Pincitta, si recheranno sui Mondi dell’Undicesima Dimensione con la fantastica Macchina da lui costruita per recuperare i sei oggetti Malefici che Bad Chandler, il Custode Supremo che vive sul Mondo Nero, ha intenzione di fondere insieme per creare l’arma Assoluta che gli permetterà di governare come sovrano indiscusso su tutti e sette i Regni e perfino sulla Terra. Un’antica profezia al momento conservata da Morgana nel Mondo delle Fate parla di Quattro Angeli d’Oro destinati a salvare i Mondi dalla malvagità e a riportarvi il bene, si tratta forse dei quattro giovani terrestri? In questo primo libro intitolato “Il Regno di Oxen” su cui vivono i primitivi e violenti zratrach, i ragazzi dovranno impadronirsi del Martello di Attila protetto dal Custode minore, riusciranno a portare a termine la missione con successo?
L’AUTRICE
Maura Lisci, 55 anni, vive a Roma. Ha pubblicato in passato tre racconti tratti da una collana di romanzi rosa per adolescenti e di recente un racconto fantastico e una poesia inseriti in un testo in cui sono contenuti diversi altri brani di scrittori facente parte della sua Comunità di preghiera. Ama leggere fin da bambina, il suo genere preferito è il fantasy ma è anche appassionata di Stephen King, Moravia, Ken Follett e tanti altri. Non di meno è una fan sfegatata di Michael Jackson la cui musica ha usato spesso durante le presentazioni dei suoi libri.
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Primo capitolo
Patty e Manu si alternavano andando su e giù, a cavalcioni sull’estremità dell’asse poggiata sopra un vecchio barile rovesciato, spingendo forte sui piedi quando toccavano terra, per arrivare sempre più in alto. Era la miglior giostra fai-da-te che potessero ingegnare e ne andavano molto fiere; infatti, vi si trastullavano per ore tutte le volte che salivano in terrazzo. Maya, intanto, la maggiore dei quattro e Raf, la peste della compagnia, erano intenti a succhiare un ghiacciolo al limone ormai agli sgoccioli, sprofondati su vecchi cerchioni di automobile accatastati all’ombra della tettoia del superattico dalle finestre volutamente oscurate dall’inquilino all’interno, trafficando con i propri cellulari. L’afa particolarmente pesante che circolava quel pomeriggio aveva tolto loro buona parte delle energie e probabilmente avrebbero trascorso il tempo nell’inoperosità se non avessero avuto un acceso interesse per tutto ciò che succedeva all’interno del piccolo appartamento adiacente. Gettato via lo stecco oltre il parapetto, il ragazzino si allungò per sbirciarvi dentro, con la faccia spiaccicata contro il vetro e il testone ricciuto in una posizione quasi impossibile da riprodurre: «Eccole! Ci sono ancora quelle strane luci a intermittenza» bisbigliò riuscendo tuttavia a farsi udire dalle compagne. «Avete notato quei flash che appaiono di tanto in tanto? Sono incantesimi, non vi ho sempre detto che il vecchio Pincitta è un mago?» affermò sedendo di nuovo accanto a Maya che sollevò le spalle con indifferenza e un mezzo sorriso di biasimo. Con i suoi tredici anni e di costituzione robusta, la ragazza deteneva il ruolo di Capo senza che lo avesse preteso.
«Che ti viene in mente, Raf!» lo beffò senza alzare lo sguardo dal telefonino con il quale stava inviando cuori alla zia Carla. «Starà semplicemente guardando la tv». Concluse smontando sul nascere le sue fantasiose congetture. «Non siete un po’ troppo cresciute per dondolarvi su quell’affare, voialtre?» si rivolse quindi alle amiche con sarcasmo. Quelle la ignorarono seguitando a darsi delle spinte ancora più decise, sapevano che Maya moriva dalla voglia d’imitarle, ma faceva la sostenuta perché ultimamente si era messa in mente di voler apparire più grande. Finalmente la porta dell’appartamento si spalancò e le due ragazze saltarono giù dall’altalena ancora in movimento per raggiungere i compagni all’ombra; l’interpretazione di Raf riguardo il vecchio professore, per quanto surrealistica potesse apparire, le aveva suggestionate un tantino, non avrebbero escluso a priori che le cose stessero proprio come aveva detto lui, malgrado la sua giovane età aveva una vivida capacità di analisi, e se con la sua insolenza risultava spesso irritante, in diverse occasioni aveva dimostrato non poca creatività nel risolvere momenti uggiosi con le sue trovate. I loro occhi furono calamitati dall’ometto smilzo che sgattaiolava fuori dall’uscio trascinando un valigione consunto con entrambe le mani, la testa bassa e un mezzo grugnito di saluto. Mentre scendeva le scale, i larghi pantaloni grigi che gli ballonzolavano intorno al corpo sostenuti da un paio di logore bretelle, provocarono in tutti e quattro una punta di tenerezza. Quando sparì dalla loro vista, essi tornarono a ridere e a scambiarsi commenti esilaranti su di lui, pur con un leggero senso di colpa che li solleticava.
Il sospetto “mago” in questione, altri non era che il Professor Romildo Sbuccialagli, un inquilino del secondo piano che aveva preso in affitto anche il superattico, dove trascorreva gran parte delle sue giornate, occupato in misteriose attività. Molte supposizioni erano state fatte sul suo conto nel palazzo: “Professore di cosa?” e “Cosa farà sul terrazzo tutto quel tempo? Che sia qualcosa d’illegale?” si erano chiesti spesso i condomini con il timore di avere a che fare con uno squilibrato, del resto il telegiornale trasmetteva tutti i giorni notizie riguardo orribili crimini perpetuati da psicopatici, tuttavia ogni genere di diffidenza era cessata quando la signora Anna, vecchia pettegola del terzo piano, mandata in avanscoperta dalle altre vicine con una scusa, aveva intravisto dalla porta socchiusa del signor Romildo una gigantesca lavatrice, in quello che sembrava essere un vero e proprio laboratorio scientifico. La sua testimonianza tranquillizzò le altre donne che giungendo alla conclusione che egli fosse semplicemente un appassionato di elettrodomestici, abbandonarono ogni perplessità riguardo i suoi intrallazzi.
Difatti di quello strambo vecchietto, detto dai ragazzi “Nonno Pincitta” per la singolare imprecazione “Pisi Pincittanoni!” che trapelava con potenza dalle mura di casa sua quando qualcosa lo faceva arrabbiare, tutto si sarebbe potuto attestare tranne che fosse pericoloso. Il fatto che evitasse ogni contatto umano dipendeva principalmente dal bisogno di tenere alla larga i curiosi dal suo magazzino, nessuno infatti lo aveva mai visto ricevere la visita di un parente o di un amico, né intrattenersi a discorrere con un conoscente in paese o sotto il palazzo, d’altronde quel suo apparire sempre tanto indaffarato, carico di strani oggetti portati a braccia sull’attico o mentre gettava nei bidoni dell’immondizia scatoloni ricolmi di fili e cavi elettrici, scoraggiava ogni tentativo di approccio da parte di chiunque. Gli unici ancora interessati ai suoi movimenti erano Maya, Patty e Raf (fratelli fra loro) e Manu, che rappresentavano la parte giovanissima del condominio. Avevano trasformato il terrazzo nel loro quartier generale e, dal momento che i rispettivi genitori non avevano la possibilità di portarli in villeggiatura, a causa dei problemi economici comuni a quasi tutti gli affittuari, compreso il professore a giudicare dal suo look, erano liberi di rimanere lassù tutto il tempo che volevano. La palazzina in cui vivevano da sempre sorgeva giusto in piazza, al centro del paese, e sebbene le madri avessero raccomandato loro di non sporgersi dal parapetto, essendo al quinto piano, non erano pochi i momenti che vi trascorrevano con i gomiti poggiati sopra per osservare le scene di vita quotidiana che si svolgevano al di sotto, tra le strette viuzze in cui numerosi piccoli negozi colorati si susseguivano esponendo all’esterno le merci più allettanti per attirare i passanti e un bel numero di anziani sedeva sui gradini degli usci, criticando spesso e volentieri i giovani che passavano spavaldi sulle moto portandosi dietro le proprie ragazze. Ma la maggior parte del tempo lo impiegavano giocando a palla, pattinando, ascoltando musica, ballando, facendo ginnastica e riempendo secchi d’acqua dalla fontanella del lavatoio per tirarsi gavettoni. L’amministratore del condominio, che era anche il papà di Manu, si era personalmente incaricato di far costruire per loro un capanno con il tetto di bandoni nel quale essi potevano riporre gli oggetti che ritenevano più utili, come il mini frigo per tenere le bibite in fresco, il mobiletto in cui conservare i dolciumi e i diversi giochi con cui trascorrevano il tempo nelle ore più calde, quando non si isolavano, ciascuno con il proprio cellulare. Si poteva definire un posto sicuro quello, visto che le macchine non potevano accedervi rischiando d’investirli e nessun malintenzionato poteva arrivarvi, quanto al professor Sbuccialagli, essendo stato ormai catalogato come inoffensivo, non costituiva più un problema.
L’altalena che avevano messo in piedi Patty e Manu, era stata una delle ultime creazioni che avevano realizzato in uno dei numerosi momenti di stasi. Gli episodi di monotonia, infatti, non erano rari anche se si alternavano a quelli di spasso; si potevano quindi dire tranquilli lassù dove nessuno li disturbava, nemmeno il professore, che non si era lamentato del chiasso che facevano neppure quando era di primo pomeriggio, piuttosto ogni tanto compariva alla finestra per osservarli qualche secondo e poi come un’ombra fugace, scompariva.

Specifiche

  • Pagine: 348
  • Anno Pubblicazione: 2021
  • Formato: 150 x 212
  • Isbn: 978-88-31354-87-5
  • Prezzo copertina: 22,00

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