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Diastema

Alessandro Sbrogiò
Orchestra Tipica Madero

Orchestra Tipica Madero
Prezzo Fiera 11,20
tango noir

Come può l'Orchestra Tipica Madero, scomparsa un quarto di secolo prima a Buenos Aires, riapparire sui manifesti di una città del Nord Italia? Mentre s'aggira un bandoneonista mascherato, i sospetti per l'assassinio di un anziano violinista ambulante ricadono soprattutto sulla figlia, la cantante jazz Nina Cipriani (in realtà, "The Lady Is a Trans", secondo la sua variazione sul tema). Fanno da sfondo alla vicenda il mondo del tango e l'Argentina dei desaparecidos.

Dopo il convincente esordio con "Cadenze d'inganno" – giallo musicale vincitore della prima edizione del premio "Lorenzo Da Ponte 2017, concorso letterario per romanzi musicali inediti – Alessandro Sbrogiò con una naturale levigatezza del tocco letterario ci guida nei passi che predilige: impianto noir, commedia dei sentimenti, milieu musicale.

Primo capitolo

I

 Magro com’era, si sarebbe detto che fosse il vento gelido di febbraio a spingerlo, circondato da una disordinata corte di coriandoli e stelle filanti che rotolavano a fianco delle sue scarpe logore. Arrivato al solito posto poggiò la custodia a terra ed estrasse l’archetto. Tendendo i crini ne controllò la curvatura, gesto antico di un’altra vita. Imbracciò il violino e, senza neanche saggiarne l’accordatura, iniziò a suonare.

Una figura uscì dalla porta a vetri di un caffè poco distante, attraversò la piazza tenendo stretta una valigia di forma strana e gli andò alle spalle. Lasciò che il vecchio suonasse qualche brano, senza mai distogliere lo sguardo. Alle prime note di una vecchia canzone aprì con gesti lenti la valigia, ne tirò fuori uno strumento di foggia antiquata e prese ad accompagnarlo. Il vecchio violinista si girò, sorpreso dal timbro profondo e solenne alle sue spalle, ma non smise di suonare.

Intorno ai due musicisti si creò un capannello di persone. Incoraggiate dai genitori, due piccole dame del Settecento andarono timidamente a depositare qualche moneta nella custodia aperta.

Quando l’ultima nota fu portata via dal vento il vecchio abbassò il violino e guardò il collega. Si trovò a fissare due pupille scure, messe in risalto dall’asettica maschera bianca che copriva il viso. In risposta a quello sguardo, dal vecchio strumento a mantice partì una melodia triste e ritmata, che nessuno conosceva.

Nessuno, eccetto il vecchio violinista.

Schiacciato dai ricordi, con l’arco tremante, chiuse gli occhi e iniziò a suonare quella musica che credeva di aver dimenticato e invece aveva ancora tutta nelle dita.

Ebbe così certezza che la sua vita era finita.

 

 

II

  

Era la prima volta che Rodolfo vedeva piangere Nina. Un pianto trattenuto e silenzioso, appena tradito dal tremito del viso. Neanche un sussulto agitava le belle spalle abbronzate. Se ne stava seduta su uno dei tanti scatoloni sparsi per la casa, le mani affusolate poggiate sulle ginocchia pudicamente incollate l’una all’altra, in contrasto con le seducenti calze nere e le scarpe argentate dal tacco spropositato, incurante di impolverare il discutibile tubino ricoperto di strass.

Rodolfo, sorprendendo se stesso, le andò vicino abbracciandola. Lei rispose con un singulto più pronunciato degli altri e lui sentì la camicia inumidirsi di lacrime e rimmel. Nella semioscurità cercò con gli occhi la scatola di cartone dove avrebbe potuto trovare un cambio, ma non riuscì a localizzarla nel marasma del recente trasloco.

– Sono davvero addolorato, – disse stringendola più forte a sé.

– Non te l’aspettavi, vero? – sussurrò lei, cercando goffamente di riparare alla macchia di trucco.

– Ti sembro uno che si lascia sorprendere dai fatti della vita? – e fece cenno che non gli importava del lieve danno, poi sembrò riflettere: – Certo, perbacco, un bel colpo di scena. Ma una volta ho conosciuto un tizio che…

– Rod, sei l’unico uomo al mondo che usa ancora la parola “perbacco”, – lo interruppe lei dolcemente.

– Lo so, ho modi antiquati, dovrei emanciparmi, – rispose quasi scusandosi.

– Comunque non era un mistero che fosse mio padre, – riprese lei – anche se non erano in molti a saperlo. Né io né lui ci tenevamo a fare pubblicità.

Rodolfo cercò di cavarsela con un’ovvietà:

– Sono cose che succedono, anche nelle migliori famiglie.

– Famiglia? La nostra non è mai stata una famiglia. In parte per colpa mia. A rovinare il resto ci ha pensato lui.

Nina aprì la sua pochette alla ricerca di qualcosa.

Rodolfo intuì e le porse il suo fazzoletto.

– È sgualcito ma pulito, – si affrettò a rassicurarla.

– Ci sono pure le tue iniziali, – disse lei cercando di sorridere fra le lacrime. – Sei davvero un vecchio signore, – aggiunse, quasi parlando a se stessa.

– E comunque, se devo essere sincero, – riprese lui, fingendo di non aver sentito – non mi era molto simpatico tuo padre. Però era un bravo violinista: io gli artisti li so riconoscere.

– Il talento era la sua dannazione. Il talento e l’arroganza.

– Non ti ha mai accettata, vero?

– È una storia lunga. Andò all’estero a cercare fortuna e non avemmo più notizie di lui per molti anni. Tornò che mia madre era morta da alcuni mesi. Io nel frattempo ero cambiata, ne rimase sconvolto e se ne andò per strada. All’inizio provai a parlargli, ma lui mi rifiutava, diceva che non avevamo più nulla da spartire. Non chiedermi se provo dolore per la sua morte. Mi piacerebbe fosse così…

– Stai piangendo Nina. Qualcosa deve significare, – sussurrò Rodolfo con dolcezza.

– Non farti trarre in inganno dal pianto di una come me, – disse Nina sorridendo amaramente, e aggiunse: – Quell’uomo non meritava una sola delle mie lacrime. Sono solo molto provata.

– Anche mio padre non era uno stinco di santo.

– Sono sicura che sarà stato un dilettante in confronto al mio. Spero ti sia rimasto qualcosa di buono.

Rodolfo sembrò riflettere qualche istante.

– Sì. Se mi sforzo, qualcosa di positivo mi viene in mente.

– Bravo Rod. Così hai risparmiato un sacco di soldi di analista. Io, per difendermi, cercavo di non incontrarlo. Evitavo la piazza dove era solito suonare e se lo vedevo da lontano cambiavo strada. Durante l’interrogatorio ho cercato di spiegare che non era odio il mio. Solo indifferenza, costruita faticosamente. Non so se mi hanno creduta.

– Spero non si siano fatti strane idee in commissariato.

– Mi hanno trattenuta fino all’alba: dopo ero così tesa che non sono riuscita a chiudere occhio. Sono distrutta. Mi avranno chiesto mille volte dove avevo passato la notte.

– E tu?

– Ho detto la verità: ero a casa e aspettavo che smettesse di nevicare per portare fuori Arturo prima di andare a dormire. Ma il tempo non migliorava e intorno alle dieci e trenta mi sono decisa a uscire.

– Non hai incontrato nessuno?

– Alla radio hanno detto che è stata la nevicata più abbondante degli ultimi vent’anni. Con quel tempo chi volevi mettesse il naso fuori… solo il mio cagnolino potrebbe testimoniare a mio favore, ma lo sanno tutti che è innamorato di me.

– Non ci pensare. Troveranno presto il colpevole.

– Me lo auguro. Anche se non riesco proprio a immaginare chi potesse avercela con un vecchio musicista ambulante.

– Te la senti di lavorare stasera? Sono ancora in tempo per cercare una sostituzione.

– Hai sempre detto che il mondo dello spettacolo ha regole spietate, – disse lei accennando un altro sorriso. – Cambiati e andiamo. Claudia ci starà aspettando.

Rodolfo aprì due o tre scatoloni, fino a che trovò quello con le camicie. Ne tirò fuori una che gli sembrava la meno stropicciata e si guardò intorno imbarazzato, indeciso se fosse il caso di andarsi a cambiare in un’altra stanza.

Era sempre stato pudico con le donne, ma c’è da dire che Nina non era propriamente una donna… all’anagrafe il suo nome era Antonino.

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