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Edizioni Il Fiorino

Carlo Delfino Gianpiero Petrucci
TANO LA BUSCA

TANO LA BUSCA
Prezzo Fiera 12,00
Il ciclismo di Gaetano Belloni eterno secondo che sapeva vincere

Busca in milanese significa pagliuzza...

Primo capitolo

1892- 1912: I DOLORI DEL GIOVANE “TANO”

 

 

Pizzighettone è un paese antico e ricco di storia. Situato in piena Pianura Padana, circa a mezza strada tra Cremona e Lodi, laddove il fiume Adda meandreggia prima di confluire nel Po, viene fondato (con il nome di Acerra) già in epoca etrusca. Galli e Romani lo rafforzano ulteriormente: la sua posizione strategica ne fa un cruciale centro commerciale. Proprio con i Romani si sviluppa sulla sponda sinistra del fiume, divenendo prima Forum Joguntorum, quindi Piz-juguntorum ed infine Pizzighettone. Nel 1133 il Comune di Cremona vi costruisce un castello che respinge l’assalto delle truppe milanesi nel 1150. Molti eserciti e personaggi famosi transitano da Pizzighettone: Federico Barbarossa vi è grandemente festeggiato nel 1161, i Visconti e gli Sforza vi combattono scontri cruenti con Cremonesi e Veneziani, i Francesi lo conquistano nel 1509 ma quindici anni dopo il loro re Francesco I (catturato dagli Austriaci dopo la sconfitta di Mirabello) vi viene imprigionato nella fortezza. Tocca poi a Spagnoli ed Austriaci finchè nel 1796 arriva Napoleone Bonaparte il quale, viste le difese della cittadina, pensa bene di passare l’Adda più a nord. Le Guerre d’Indipendenza consegnano infine il paese al Regno d’Italia.

Quando, il 26 Agosto 1892, Gaetano Belloni vi nasce, Pizzighettone conta poco più di 4000 abitanti ed ha perso molto della sua importanza strategica, rimanendo uno dei tanti borghi padani circondati da immensi campi coltivati e schiacciati dalla crescita sempre più forte delle grandi città tra le quali la già industriosa Milano cattura attenzioni e popolazione da tutta la Lombardia.

Nel 1892 la situazione politica in Italia è agitata e confusa. Giolitti è appena stato nominato per la prima volta Presidente del Consiglio dal Re Umberto I ma l’opposizione è infuriata; l’Italia ha rinnovato, tra non poche polemiche, la Triplice Alleanza con Austria e Germania; l’avventura coloniale, forse avventata, provoca proteste e lutti; non mancano scioperi sociali e rivendicazioni operaie. Il progresso però avanza: muovono i primi passi le automobili, Dunlop sta perfezionando lo pneumatico, il grammofono inizia ad allietare le serate dei benestanti, il tramway elettrico gira a Milano. La bicicletta, e per la nostra storia è un dato fondamentale, sta vincendo la sua serrata battaglia con il cavallo anche se i velocipedisti spesso non vengono visti di buon occhio.

Gaetano Belloni cresce in un ambiente sano e tranquillo, in una famiglia certamente più povera che ricca anche se non miserabile. La madre, Luigia Cavenaghi, si affaccenda in casa e pare sia bravissima a cucinare la più famosa pietanza locale: fagioli dall’occhio e cotiche di maiale in umido. Il padre invece si chiama Gentilio e si occupa di cavalli: dopo averli scelti ogni anno alla Fiera di Verona, li alleva e li addestra, vendendoli poi ai proprietari di calessi e carrozze del circondario, spesso nobili o comunque ricchi proprietari terrieri. Qualche coppia viene poi messa al traino delle carrozze che i signori usano per i funerali dei parenti. Ma biciclette ed automobili sono suoi nemici implacabili: quando nasce Gaetano (che ha un fratello e due sorelle), Gentilio inizia ad annusare un’aria che non gli piace. Il suo lavoro è diventato sempre più difficile, gli incassi diminuiti. Gentilio è fortemente preoccupato: in molti, a Pizzighettone e nei dintorni, hanno già preso la via della città e le sue aspirazioni stanno fallendo.

Nella giovinezza di tutti i campioni esistono avvenimenti strani ed aneddoti importanti. Lo scavezzacollo Gerbi a scuola sparò con un fucile ad un compagno. Girardengo vide la propria bicicletta scagliata dal padre furibondo fuori dalla finestra di casa. Binda emigrò in Costa Azzurra a seguito dello zio per fare lo stuccatore. Bartali era solito catturare ranocchi nell’Ema ed un giorno d’inverno si nascose per scherzo sotto un cumulo di neve, guastandosi così per sempre il timbro delle sue corde vocali. Coppi era imbattibile alla morra. Belloni invece rischia di morire. All’età di sei anni, nel 1898, bisticciando furiosamente con un coetaneo lungo le rive dell’Adda, Gaetano cade nell’alveo del fiume. Sta quasi per affogare, ma un provvidenziale concittadino (un certo Lozza), allertato dalle grida di aiuto dei bambini, si butta in acqua e riesce a riportarlo a riva sano e salvo.

I giorni felici finiscono presto per il vivace ed irrequieto Gaetano, dalla parlantina sciolta e dal sorriso aperto. Alla fine dell’Ottocento il padre Gentilio prende la decisione più importante della sua vita. Il lavoro con i cavalli non rende più, la famiglia è numerosa, a Pizzighettone non sembrano esserci ulteriori sbocchi commerciali. D’altra parte i conti sono presto fatti: un lavoratore dell’industria guadagna mediamente il doppio di un bracciante agricolo. I Belloni si trasferiscono così in pianta stabile a Milano, seguendo la sterminata massa di contadini ed avventurieri che vede nella grande città meneghina, in febbrile sviluppo, la soluzione per trovare un lavoro più sicuro, anche se in condizioni disagevoli e talora penose. I Belloni si stabiliscono in Via Stoppani, una traversa dell’attuale Corso Buenos Aires, poche centinaia di metri da Porta Venezia, laddove ancora a quel tempo esistevano alcuni resti del Lazzaretto di manzoniana memoria.

Ma in città non sono tutte rose e fiori. Si vive quella che può essere definita la nostra “prima rivoluzione industriale” ed il socialismo fa proseliti, i contrasti tra borghesia ed operai si inaspriscono, l’anarchia infiamma i cuori, la vita è difficile per le classi di ceto inferiore. Sono i tempi in cui le rivolte popolari insanguinano il capoluogo lombardo: nel  Maggio del 1898 Bava Beccaris fa sparare cannonate sulla folla che protesta contro le ingiustizie sociali ed il carovita. Il 29 Luglio del 1900, a Monza, viene ucciso il Re Umberto I dall’anarchico Bresci. Le tensioni si acuiscono, l’Italia è un paese a rischio. Il XX secolo si apre tra mille incertezze.

In questo clima non certo idilliaco per le classi popolari, Gentilio Belloni si arrabatta, ripensando con nostalgia ai cavalli e maledicendo tutte quelle biciclette che affollano le vie cittadine, spinte da velocipedastri animati dalla truscia, dalla fretta di arrivare. C’è lavoro per tutti ma bisogna sacrificarsi. Mamma Luigia, detta Luigina, non è tipo da scoraggiarsi: si rimbocca le maniche ed apre una stireria dopo che già aveva gestito una vineria. In quell’epoca si diventa grandi in fretta: Gaetano presto abbandona la scuola e già ad undici anni (nonostante la legge lo vieti) viene impiegato, come apprendista, in una fabbrica tessile di Via Maiocchi dove lavora anche per dodici ore di fila e guadagna meno di una lira al giorno. Ma non è felice: costretto troppo velocemente ad imitare la vita degli adulti, come molti suoi coetanei, impara subito le difficoltà della vita, il significato delle parole sacrificio e lavoro. La differenza tra fortuna e sfortuna. E’ ancora un imberbe ragazzino quando un giorno in fabbrica, per una fatale disattenzione, la sua mano sinistra finisce proprio nel mezzo ai cilindri orizzontali del cosiddetto asciugatoio: trasportato d’urgenza in ambulanza (trainata ancora dai cavalli) all’Ospedale Maggiore, gli vengono amputate alcune falangi del pollice e dell’indice. Un evento che inevitabilmente segnerà tutta la sua vita futura.

Lo spavento è stato grande, ma c’è bisogno di lavorare e Gaetano non si tira indietro anche se il suo carattere un po’ estroso, quasi da artista, sogna altri lidi, altre mete, altre strade da percorrere. Con l’handicap che si ritrova alla mano, la fabbrica è un capitolo chiuso. Gli piacerebbe dipingere, diventare un pittore ma è un passatempo da ricchi. Così diventa dapprima garzone di un fornaio, poi muratore e stuccatore ovvero, come dicono a Milano, un magutt. Come Ganna, prima di lui. Come Guerra, dopo di lui. I primi grandi corridori della nostra storia sono tutti di bassa estrazione sociale, popolari e popolani, uomini semplici e duri che ben conoscono la fatica e l’arte di arrangiarsi.

Gaetano però non è ancora attratto fatalmente dalla bicicletta che pure all’inizio del Novecento percorre passi da gigante, in senso sociale ma anche e soprattutto sportivo. Milano e la Lombardia sono attraversati da un fremito ciclistico che ha pochi eguali nella storia. Piazza d’Armi è un brulicare di biciclette e di sfide in cui nascono i prodromi del nostro movimento ciclistico su strada e molti giovani virgulti vi affilano le armi, imparando i primi trucchi del mestiere. La “Gran Fondo” del 1902, la prima grande organizzazione ciclistica della “Gazzetta” e vinta dall’olimpionico Brusoni, ha dimostrato che l’Italia ormai è pronta al confronto con i paesi più progrediti sul fronte della bicicletta. Nel 1903 nasce il “Tour de France” ed in Italia si afferma Giovanni Gerbi, il primo grande campione del nostro ciclismo, che vince per la seconda volta consecutiva la “Coppa del Re”, la prima manifestazione ciclistica ad essere organizzata continuativamente nel nostro paese, nata nel 1897 in onore di Umberto I che dona personalmente il premio spettante al vincitore.

Poi è un susseguirsi di eventi, spesso nuovamente organizzati da “La Gazzetta dello Sport” che è già rosa ma non esce ancora quotidianamente: nel 1905 la prima edizione del “Lombardia” (dominata da Gerbi), l’anno seguente il “Campionato Italiano”, il 1907 l’esordio della “Milano-Sanremo” ed infine nel 1909 il “Giro d’Italia” alla cui partenza notturna, da Piazzale Loreto, è presente tutta Milano, compreso il diciassettenne Gaetano che racconterà poi il suo stupore di fronte ad un simile spettacolo da congiurati, con molta gente che non credeva ai propri occhi e tacciava i corridori di essere dei matti da legare perchè percorrere tutta l’Italia in bicicletta poteva ancora sembrare una pazzia. In realtà Gerbi, Ganna, Galetti, Pavesi, Cuniolo sono i primi Eroi del nostro ciclismo: una meravigliosa gioventù, come la definisce Magno (al secolo Eugenio Costamagna) sulla “Gazzetta”, spinta e sostenuta da un’industria in costante espansione.

Specifiche

  • Pagine: 160
  • Formato: cm 17 x 24
  • Isbn: 978-88-7549-316-5
  • Prezzo copertina: 12,00

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