Prima puntata scriptor

I partecipanti

Leggi gli elaborati dei partecipanti e vota lo scrittore che hai preferito.
Il sondaggio e la possibilità del voto sarà attiva solo DOPO la prima visione della trasmissione (alle ore 14) e solo per 72 ore.
Per votare clicca sul bottone sottostante e inserisci nell'oggetto il nome dello scrittore che hai scelto

Useremo la tua email solo per comunicarti i risultati di Scriptor. Potrai cancellare la tua email subito dopo la conclusione del talent show.

Nella prima parte della puntata i partecipanti affrontano il pitch ovvero una prova che prevede l'esposizione del proprio progetto letterario entro il tempo complessivo di due minuti.
Successivamente i giudici propongono due esercizi: la Roulette russa e Il Falso d'autore.
I partecipanti hanno avuto tre giorni di tempo per compiere gli esercizi e ora li trovate scorrendo la pagina in basso.

Nella seconda parte della prima puntata ci sarà la sintesi dei voti ottenuti, compreso il voto del pubblico a cui potete contribuire votando in alto a destra, e si definirà la classifica finale. Il partecipante che avrà ottenuto il punteggio più alto passerà alla seconda fase.
Nella seconda parte della puntata avremo un ospite che contribuirà con il proprio voto.

Roulette russa

Creare un racconto di massimo 3600 caratteri spazi compresi con tre ingredienti proposti dai giudici: un tema, un genere letterario, un luogo

  • Tema:

    Incomunicabilità genitori figli

  • Genere:

    Erotico

  • Luogo:

    Messico

RICONCILIAZIONE

 

Con la coda dell’occhio Julia percepisce un’ombra. Prova a girarsi sul fianco, ma non ci riesce. Sono ormai diversi giorni che i dolori si sono fatti dannatamente intesi. Ruota la testa di lato, con lentezza. E lo vede, fermo sull’uscio della porta. Ha un sussulto e il cuore le si arrampica su per la gola. Chiude gli occhi.

Inattese folate di ricordi si affacciano alla memoria. Sente le sue labbra di rugiada posarsi sul collo e scivolare verso il basso, lungo la schiena, le avverte che sfuggono leggere tra le scapole e scendono decise fino alle fossette di Venere.

Riapre gli occhi. Lui è ancora lì, immobile all’ingresso. I capelli si sono fatti più radi e ai lati degli occhi ci sono fitti filamenti di rughe. Ma il sorriso è lo stesso di ventitre anni prima: genuino, sfolgorante, audace. Trema. Sente il corpo nudo e caldo posarsi su di lei, sente le mani forti che risalgono lungo i fianchi, sente le dita che scivolano sul petto e sfiorano i capezzoli.

- Bevi ancora curado? – chiede lui, indicando con gli occhi la bevanda rossa che c’è sul comodino.

Julia annuisce mentre prova a mettersi seduta. Lui fa per aiutarla, ma lei scuote la testa: – Faccio da sola, è meglio.

Lui attende che si sia messa comoda. Poi prende posto vicino a lei, sul bordo del letto e la guarda, fissandola intensamente coi suoi occhi neri.

Come mai, dopo tutto questo tempo, hai deciso di venirmi a trovare? Sta per chiedere Julia. Ma la risposta sarebbe tanto ovvia quanto indelicata. Ha saputo e vuole salutarla, prima che sia troppo tardi.

Lui si avvicina e le posa una mano sulla guancia. Lei sente la ruvidezza del palmo sulla pelle fragile e gli impudici ricordi ritornano, ancora una volta, più determinati che mai. La bocca che morde l’orecchio. I respiri affannosi. I corpi madidi. I muscoli tesi nei rapidi spasmi. I sensi che si mischiano e si confondono.

Nel tumulto dei ricordi si affaccia anche quello del figlio e dell’ultima volta che l’ha visto, dieci anni prima… lei allora s’irrigidisce, allontana via la mano di lui e lancia lo sguardo oltre la finestra, sui tetti, distante, verso l’orizzonte e fino al castello di Chapultepec. Il castello è lontanissimo e nel grigio di smog che si solleva dalla città bisogna aiutarsi con l’immaginazione per riuscire a distinguerlo. Proprio come i lineamenti del volto di suo figlio, pensa, che ormai si sono fatti lontani confusi sfocati.

Erano al funerale di abuelita Estela. Julia indossava una lunga gonna stretta e un maglione di lana a girocollo, portava i capelli raccolti in uno chignon e non aveva ancora iniziato la transizione. Si chiamava sempre Ferdinando. Suo figlio in quell’occasione l’aveva totalmente ignorata. Si era limitato a guardarla con disprezzo in un paio di occasioni. Gli occhi a mandorla, segno inequivocabile del suo sangue indios, le avevano ricordato la colpa: aver amato, di un abominevole amore omosessuale, il suo miglior amico e compagno di università, Alvaro.

Lei, ora, darebbe tutto quello che ha, tutto quel poco che le resta da vivere, per poter anche solo per un istante rivedere quegli occhi a mandorla.

 - Vuole parlarti – sussurra Alvaro, rompendo il lungo silenzio.  Julia alza gli occhi. Adesso il cuore le si è fermato. Lui chi? Mio figlio?

- Sì, tuo figlio – continua Alvaro, come se stesse leggendo nella sua mente – tuo figlio vuole parlarti – e si volta verso l’ingresso della stanza.

UNA CENA PICCANTE

Come ogni anno, trascorro il Natale a Veracruz, dai fratelli di mia madre; le voglio bene, ma a volte penso che non mi conosca affatto, per non parlare del bigottismo cattolico che la contraddistingue; ecco perché, quando mi ha confermato che anche quest’anno avremmo assistito alla Santa Messa assieme ai parenti messicani, ho reagito male.

“Ti spiegherei perché è importante per me – ha detto – ma temo tu non sia abbastanza maturo per capire.”

E io vorrei che per una volta chiedessi la mia opinione prima di prendere decisioni per me!

Avrei dovuto dirglielo.

Eccoci ora a cena da zia Esperanza. In circostanze simili inserisco il pilota automatico e lascio che il mio sguardo vaghi nel vuoto mentre decido quale serie TV guardare, una volta tornato in camera. Tuttavia, oggi, Francisca cattura la mia attenzione.

È un’amica di famiglia dei miei cugini, l’unica con cui abbia mai realmente parlato, specie perché non capisco una parola di spagnolo. 

Giocherella con i suoi frijoles refritos, lo sguardo perso nel vortice cremoso descritto dal cucchiaio. Non è più presente al tavolo di quanto lo sia io eppure, per un attimo, mi sembra di riuscire a vederla. Solo lei.

“Tommaso, stai lontano dalla salsa de Jalapeño di Esperanza. È troppo piccante.”

“Comincia a piacermi il piccante…” rispondo, senza distogliere lo sguardo da Francisca.

Quasi non mi riconosco: non sono tipo da certe battute.

Sudo, le mani mi tremano. Dubito sia a causa della salsa.

Lei si morde le labbra, sorridendomi, poi torna a studiare i fagioli, rapita dai suoi pensieri.

Scorgo le immagini che si dipingono nella sua mente: la cosa non mi dispiace affatto.

La scorsa notte è successo qualcosa. Non che fosse programmato: stavamo chiacchierando innocentemente e all’improvviso ho iniziato a perdere interesse per la conversazione, distratto da qualcos’altro. Credo sia iniziato quando, inavvertitamente, ha sfiorato il mio viso con i suoi capelli. Solo in quel momento ho notato che profumavano di rosa. Non credo di aver mai amato tanto le rose come ieri sera.

“Cosa succederebbe - mi sono chiesto in quel momento - se la baciassi? Se accarezzassi i centimetri di collo che fanno capolino tra la folta matassa bruna?”

Immagino se lo sia chiesto anche lei perché, pochi secondi dopo, ho sentito le nostre labbra incontrarsi e la mia lingua, incuriosita ma impavida, abbandonare il letto rassicurante in cui è rimasta addormentata per anni, per esplorare nuovi orizzonti.

Un intreccio di carne e umori nel quale ci siamo persi. Ho osato di più, mosso dalla spinta propulsiva che sentivo letteralmente crescere in me, sentendo che era ciò che entrambi desideravamo. I gemiti che emetteva mentre con la lingua le stuzzicavo i capezzoli, caldi e turgidi, accendevano la mia fantasia e accrescevano il mio desiderio. Con la mano, delicatamente, le ho accarezzato la coscia e poi più su, fino a sentire la pelle inumidirsi.

Perso nei ricordi, non mi accorgo che la cena è terminata.

Ora sono da solo, sul portico di casa, in attesa che mi raggiunga come d’accordo.

Sento finalmente dei passi, il cuore tamburella. 

“Credi che sia stupida? - Mia madre si avvicina ringhiosa – so cosa sta succedendo e la cosa finisce qui!”

Non ho idea di cosa ci abbia tradito, ma voglio difendere ciò che ho provato ieri, ciò che provo ancora.

Non me lo permette: “Quando torneremo a casa ti confesserai immediatamente e poi fingeremo che tutto ciò non sia mai accaduto.”

Chino il capo, ferito. Poi, ignorando le conseguenze che ne verranno, rispondo: “Ti spiegherei perché è importante per me, ma temo tu non sia abbastanza matura per capire.”

Tijuana

Al tramonto, quando si accende l’insegna lampeggiante della Sol e l’ombra della sera nasconde la miseria della periferia, ogni tanto trova la forza di pensare alla sua famiglia. La camera a ore sopra il bar di Esteban diventa meno squallida, e mentre aspetta Ignacio, immagina d’essere una giovane sposa in attesa del rientro del marito. Persino la sua nudità pare più accettabile. Alla luce del giorno, non riesce a sopportare la vista del proprio corpo.

Senza vestirsi, cambia le lenzuola intrise di sudore e poi, davanti allo specchio, applica l’eye-liner alle palpebre con la mano esperta. Ritocca anche lo smalto sulle unghie, quel rosso sfacciatamente acceso prediletto, chissà perché, dai clienti.

Di solito, una birra o un cigarrillo dissolvono efficacemente i pensieri. A volte, nonostante tutto il sesso della giornata, si masturba. In solitudine, lentamente, non è più un lavoro. Oggi non ce la fa, e la mano scesa a tentare una carezza, si ritrae. Ha la tentazione di chiamare uno dei suoi fratelli, non importa quale. Potrebbero capire, soprattutto Hector, fuggito a sua volta. Suo padre, invece, no.

L’uomo del pomeriggio, che ha pagato doppio per dimenticare il preservativo, ha risvegliato i ricordi, in due sole parole. L’ultima volta le ha sentite da suo padre, quando ha lasciato casa. Quando avrebbe voluto spiegargli, ma non ce l’ha fatta, finendo per scappare con un fagotto di vestiti, qualche spicciolo in tasca, le parole rimaste in gola.

“Te amo”, ha detto, dopo l’orgasmo.

Se non avesse sentito bene, forse sarebbe andato tutto a posto, ma lui l’aveva ripetuto forte e chiaro:

“Te amo”.

È che nessuno lo dice, a Tijuana.

Mai.

Persino Ignacio dice “te quiero”. Lo ripete così spesso, che ormai non ha più nessun valore. 

Così, ora, non riesce più a respingere l’idea: deve chiamare. Non Hector, e nemmeno uno degli altri fratelli. Deve chiamare suo padre. È ora di smettere di fuggire.

 

Rosarito

Juan, sdraiato sul letto, guarda le pale del ventilatore girare lentamente. Tra poco rientrerà Gabriela, cameriera nell’unico hotel decente della zona, e preparerà la cena per entrambi. I suoi cinquant’anni, dopo aver tirato su in qualche modo cinque figli lavorando duro, sembrano ottanta. E i trenta del loro matrimonio sono scoloriti come la cartolina di Jesus dall’Europa, che sfida il tempo appiccicata al frigorifero. Allunga una mano per svegliare Marcos, accarezzandogli piano il sesso, come piace a lui. Lo sente eccitarsi al suo tocco, ma non c’è tempo: deve farlo rivestire in fretta, e mandarlo via prima che arrivi sua moglie.

Quando Marcos esce, dopo un bacio veloce, si infila i pantaloni a nascondere l’erezione e accende una sigaretta. Oggi si sente strano. Guarda la cartolina e pensa ai suoi figli, ognuno ormai per la sua strada. Di un paio di loro non sa più nulla, da un tempo incalcolabile. Sei anni? Sette?  Un brivido, nonostante il caldo e l’aria immobile, gli percorre la schiena ancora nuda.

Spera che, ovunque siano, non debbano fingere, come si è costretto a fare lui. Non ha mai trovato il coraggio di parlare. Come gliela dici, una cosa del genere, a tua moglie, ai tuoi figli, che ami più della tua stessa vita?

Non puoi. Non lo fai, no. Ma sarebbe così bello, smettere di fuggire.

Gabriela rientra mentre squilla il telefono. La vede sbiancare, quando risponde. Lentamente, gli porge la cornetta.

-    Para ti…es Leandro!

La voce si spezza, mentre dice il nome del figlio partito tanto tempo prima.

Juan avvicina piano il ricevitore all’orecchio.

Sente la voce di suo figlio pronunciare tre parole.

-    Te amo, padre.

In fondo, non ne servono altre.

Falso d'autore

Viene proposto l'estratto di un romanzo famoso, l'esercizio consiste nello riscriverlo convertendolo in un genere letterario diverso dall'originale e in un tempo specifico

  • Genere in cui convertirlo:

    Commedia

  • Periodo storico da usare:

    Medioevo

da Frankenstein

Fu in una tetra notte di novembre che vidi il compimento delle mie fatiche. Con un’ansia simile all’angoscia radunai gli strumenti con i quali avrei trasmesso la scintilla della vita alla cosa inanimata che giaceva ai miei piedi. Era già l’una del mattino; la pioggia batteva lugubre contro i vetri, la candela era quasi consumata quando, tra i bagliori della luce morente, la mia creatura aprì gli occhi, opachi e giallastri, trasse un respiro faticoso e un moto convulso ne agitò le membra.
Come posso descrivere la mia emozione a quella catastrofe, descrivere l’essere miserevole cui avevo dato forma con tanta cura e tanta pena? Il corpo era proporzionato e avevo modellato le sue fattezze pensando al sublime. Sublime? Gran Dio! La pelle gialla a stento copriva l’intreccio dei muscoli e delle vene; i capelli folti erano di un nero lucente e i denti di un candore perlaceo; ma queste bellezze rendevano ancor più orrido il contrasto con gli occhi acquosi, grigiognoli come le orbite in cui affondavano, il colorito terreo, le labbra nere e tirate.
La vita non offre avvenimenti tanto mutevoli quanto lo sono i sentimenti dell’uomo. Avevo lavorato duramente per quasi due anni al solo scopo di infondere la vita a un corpo inanimato. Per questo avevo rinunciato al riposo e alla salute. L’avevo desiderato con intensità smodata, ma ora che avevo raggiunto la meta il fascino del sogno svaniva, orrore e disgusto infiniti mi riempivano il cuore. Incapace di sostenere la vista dell’essere che avevo creato, fuggii dal laboratorio e a lungo camminai avanti e indietro nella mia camera da letto, senza riuscire a dormire. Alla fine lo spossamento subentrò al tumulto iniziale e mi gettai vestito sul letto, cercando qualche momento di oblio. Invano! Dormii, è vero, ma agitato dai sogni più strani.
 

 

LA CONCUBINA DI FEDERICO II

 

 

- Messere, accorrete, la defunta è viva! - gridò a gran voce Randolfo.

Maestro Calandro abbandonò le carte sul tavolo e spedito raggiunse il suo garzone nel laboratorio.

Fuori pioveva fitto e il campanile suonò il rintocco dell’una. Maestro Calandro, la cui vista da alcuni anni lo stava abbandonando, si dovette piegare in avanti per vedere da vicino il portento e, quando si rese conto che il corpo della donna non era più steso a terra bensì appoggiato sui gomiti, per poco non ruzzolò all’indietro.

Gli occhi luccicanti della donna scrutavano tutto attorno, le gote risplendevano di rosa e le labbra tumide e rosse si aprivano e si chiudevano, come se tentassero di proferir parola.

- Madama Lisetta, siete bella -  disse con un fil di voce Randolfo - parete più bella da morta che da viva.

Maestro Calandro, che nel frattempo si era ripreso, esultò: - Quanto ne sarà felice lo nostro Imperatore Federico II, alla notizia che la sua concubina prediletta è tornata al mondo!

- Potrà farne bella mostra al banchetto di domani - aggiunse allegro Randolfo.

- E non solo quello - continuò Maestro Calandro - portiamola al nostro Imperatore, così che ne possa trar tosto carnale compiacimento.

- Di ciò ne dubito - fece Randolfo con voce tremante.

Maestro Calandro si voltò verso il servo: - Cosa volete dire?

- Voglio dire che… spero capirà il mio signore che solo per pudore agii… voglio dire che quando mi recai al cimitero non ebbi il cuore di prender li fianchi di una giovane donna, come lei mi comandò.

- E quindi? Cosa prendeste?

- Niente, mio signore!

- Come niente?

- Niente. Mi recai bensì da mastro Rimetto, che creò per me fianchi e ventre ben torniti.

- Maestro Rimetto il falegname? Mi vuoi dire che Madama Lisetta ha li fianchi di legno?

-    Sì, mio signore. E non solo li fianchi - Randolfo abbassò sguardo e voce - temo che stanotte Federico II avrà difficoltà a trar lo carnale compiacimento da Madama Lisetta.

Infine, in una notte d’autunno, raggiunsi l’obiettivo per cui avevo versato sudore negli scorsi due anni, al buio di una gelida segreta sotto le mura del castello.

Ingollato un ultimo boccale e indossata la maschera per proteggermi dai miasmi rilasciati dal cadavere, mi misi a lavoro traboccante d’eccitazione.

Tre soli pensieri offuscavano la mia concentrazione:

“Funzionerà?”           

“Andrò all’inferno?”

“Perché la mia mano sinistra è cucita assieme alla cute di quest’uomo?”

Me villano! Forse, avrei dovuto dormire di più e bere di meno.

Diverse ore dopo, quando la luce della candela iniziava ad affievolirsi, la mia creatura aprì gli occhi, opachi e giallastri, iniziò a tossire e agitarsi convulsamente.

Dannato il giorno in cui acconsentii a fingermi l’onnipotente: dissacrare un corpo inanimato infondendogli nuovamente la vita! E per cosa? Sidro di Normandia, oltre al riconoscimento del Conte Schulz, sua eleganza, monsieur “confido che le ardite gesta decantate dall’arte del cerusico di Ginevra – così si riferiva a me - si mostrino veraci! Anelerei sostituire i miei servi affamati e ignavi. Felloni! L’uomo richiamato dalla morte si asterrà certo dal desinare e le mie ricchezze non verranno più insudiciate dalla plebe ingrata!

Ben fatto Frankenstein, stolto ubriacone!

Inorridito e nauseato dal catarro che così teneramente l’essere stava rivolgendo al suo creatore, ricoprii il suo volto con la mia maschera: i miasmi non mi sembravano più così terribili.

Com’erano mutati i miei sentimenti nel giro di così poco tempo!

Come pensate abbia reagito il Conte quando, entrando, vide un uomo tremante con il volto ricoperto da secrezioni bronchiali, e, all’altro angolo, un individuo che indossava la mia maschera?

Mentre mi portavano via in catene, scambiandomi per la creatura, lo spossamento prese il sopravvento e svenni. Quella notte dormii, è vero, ma agitato dai sogni più strani.

Del silenzio è scesa l’ora e il villaggio è ormai dormiente,

ma una fiamma s’intravede, nella notte ancor accesa:

è l’armier che sta al lavoro, la fornace incandescente,

a inseguire la sua idea che fors’ora si palesa.

 

È una vita ch’io mi spendo a far lo fabbro,

qui rinchiuso alla bottega giorno e notte,

son due anni che di smania sono ebbro,

mentre forgio elmi e spade, maglie e cotte.

 

L’armatura più special  vo’ terminando,

del millennio mia sarà quest’invenzione,

persin l’ultimo codardo, l’ indossando,

fiero eroe si produrrà in trasformazione!

 

Poco manca al gran final, sono impaziente,

che il cuor mio non ha mai smesso di bramare,

aggiungo ultimo lo segreto mio ingrediente,

che il metallo prenda il giusto gran vigore.

 

È bruttina a ben guardare, e financo un poco storta,

con il mantice ho abbondato, e il color troppo è brunito,

non sarà una meraviglia, ma in sostanza che m’importa,

al suo interno è la scintilla, quella a far l’ospite ardito.

 

Or son pronto, senza indugio: voglio far lo sperimento,

ma son solo nei dintorni, come posso fare adesso?

Niun s’affaccia alla bottega, e ho da prender l’ardimento:

non mi resta che tentare di infilarmela io stesso!

 

 

 

Ahi, però sorge un dilemma: è la gran panza,

che nel busto più non riesco a respirare,

tira, spingi, strizza, stipa l’abbondanza,

che improbabile risulta il camminare.

 

Calo l’elmo e più non vedo, che figura da buffone…

Non funziona! Niente eroico, mi realizzo a barcollare,

sferragliando e cigolando in cotanta delusione,

a gran voce pronto aiuto mi necessita chiamare.

 

“Messer fabbro, oh, non sapevo, foste fatto cavaliere!”

E giù a ridere di gusto, sganasciato il gran giullare,

ahimè, tra i tanti e i tutti, impossibil prevedere,

in soccorso questo infame, mi doveva capitare!

 

Ora stanco, tristo, solo e dileggiato,

guardo mesto l’ammucchiata di ferraglia:

mollo un calcio all’elmo tutto ormai ammaccato,

meditando di fuggir nella boscaglia.

 

Dorme, or, lo sfortunato, l’idea sua credea brillante,

mentre sogna e sta russando, la lezione va a imparare:

armatura non suffisce a far uomo assai valente,

grande è l’animo che occorre, non si può lo fabbricare!

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