Terza puntata scriptor

I partecipanti

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Nella prima parte della puntata i partecipanti affrontano il pitch ovvero una prova che prevede l'esposizione del proprio progetto letterario entro il tempo complessivo di due minuti.
Successivamente i giudici propongono due esercizi: la Roulette russa e Il Falso d'autore.
I partecipanti hanno avuto tre giorni di tempo per compiere gli esercizi e ora li trovate scorrendo la pagina in basso.

Nella seconda parte della prima puntata ci sarà la sintesi dei voti ottenuti, compreso il voto del pubblico a cui potete contribuire votando in alto a destra, e si definirà la classifica finale. Il partecipante che avrà ottenuto il punteggio più alto passerà alla seconda fase.
Nella seconda parte della puntata avremo un ospite che contribuirà con il proprio voto.

Roulette russa

Creare un racconto di massimo 3600 caratteri spazi compresi con tre ingredienti proposti dai giudici: un tema, un genere letterario, un luogo

  • Tema: Amore improbabile
  • Genere: Thriller
  • Luogo: India

L'ANGELO MESSAGGERO

 

La chiamata era terminata da più di mezz'ora, ma lei era ancora lì. Puntai nuovamente la canna della pistola alla tempia, ma di nuovo quella voce mi bloccò.

Cercai di creare con le sinapsi turbinii di pensieri casuali, un'orgia di collegamenti neurali che producessero suoni e rumori, che la sotterrassero e la rendessero solo un flebile sussurrio impercettibile, ma quella meravigliosa e maledetta voce non voleva saperne di andarsene.

Si faceva largo senza nemmeno sforzarsi, dolce ma perentoria, indifferente ai miei maldestri tentativi di allontanarla dalla mente.

Misi via la pistola e prenotai il primo volo Londra – Nuova Delhi; il giorno dopo, alle 11.30 ora locale, già mi trovavo a passeggiare sul Janpath.

Attraverso una strana forma di orgoglio patriotico, osservando tutte quelle persone, quei colori, quel mescolarsi di etnie e culture, il mio primo pensiero fu “una volta tutto questo era nostro”.

L'orgoglio britannico non cede il passo alle generazioni; ci rende uniti più di ciò che le contingenze di questi tempi permettano ad altri popoli, ma pende su di noi come una spada di Damocle, rendendoci in grado di compiere le peggiori nefandezze.

“Spada di Damocle”; proprio la figura retorica che accompagnava i miei giorni; davvero potevo sperare che non mi avrebbero seguito fin lì?

Ero stato talmente rapido nel mettere in pratica la mia follia che solo in quel momento, seduto al Planet Cafe, vicino alla stazione della metro di Ramakrishna, iniziavo finalmente a ragionarci sopra.

Una voce, che avevo sentito una sola volta nella mia vita, aveva mutato le mie intenzioni e mi aveva spinto a cercare il corpo, la mente, l'anima a cui essa appartenesse.

Ricominciare? Potevo davvero farlo?

C'era differenza fra il girare un mappamondo e puntare il dito in modo del tutto casuale o innamorarsi di una voce, per rimandare la conclusione più ovvia?

Scesi alla fermata Rajouri Garden e proseguì a piedi, guardandomi alle spalle più volte, convinto che qualcuno mi seguisse.

“L'algoritmo della vita ci infonde l'aleatoria apparenza di possedere un libero arbitrio, ma in fondo ci guida senza sosta semplicemente verso la nostra certa dipartita?”

Il miei pensieri, ibridi incastrati fra la mia formazione umanistica e il mio lavoro di project manager, erano allo stesso tempo inutilmente prosaici e poco accurati in senso matematico; di fatto, inutili.

Una donna dai lineamenti autoctoni, ma dall'abbigliamento occidentale, mi sorrise senza alcuna ragione. Non ricambiai, sentendomi fedifrago nei confronti di colei alla quale la voce apparteneva; un pensiero talmente borderline con la psicopatia da farmi venire un brivido lungo la schiena.

“Anjali significa angelo messaggero” avevo letto, cercando il significato del nome con il quale la voce si era presentata e, giunto all'ingresso del call center, chiesi alla reception dove potessi trovare quell'angelo, ma mi risposero che non c'era alcuna persona con quel nome.

“Messaggero di vita o di morte?” domandai a me stesso, mentre la receptionist si scusava e diceva che in mezzo a una lista tanto lunga il nome le era sfuggito, poi invitava una collega ad accompagnarmi alla sua postazione.

“Di vita o di morte?” continuai a pensare mentre la mia accompagnatrice chiamava Anjali ed ella si alzava eterea, appoggiava le cuffie sulla scrivania e si voltava nella mia direzione.

“Vita!” decretai ormai certo, mentre i suoi occhi enormi e bellissimi incrociavano i miei, poco prima che un rumore sordo, quasi un sibilo, entrasse nel mio orecchio, lasciando che l'immagine di quella voce si imprimesse per sempre nella mia mente.

Mumbai 10 novembre 1989.

Sopra la cappa di smog, il cielo è terso e sereno ma l’aria irrespirabile dei motori a due tempi dei tuk tuk, lo rende cupo e grigiastro. Il caldo è insopportabile e l’umido del clima tropicale si appiccica alla pelle come vinavil.

 

E’ la seconda volta, in poco più di sei mesi che sono a Mumbai.

La prima volta sono arrivato con la speranza di riportare a casa un uomo e lasciare qui un disperato.

Ma perché l’India, perché Mumbai? Perché queste strade luride piene di pezzenti, di lebbrosi, di loschi individui col turbante in testa?

Forse per eclissare le mie ansie nella confusione di una schifosa metropoli orientale, ma non è facile nascondersi da un nemico, quando il nemico è nascosto dentro di te.

Perché non sono rimasto a Londra per curare sulla poltrona di un bravo psichiatra le mie terribili amnesie che cancellano a caso parti delle  mie azioni, lasciando le altre perfettamente nitide nella mia mente?

Forse per paura di ammettere la mia fragilità d’uomo, come se la fragilità avesse un sesso.

Pensavo all’India come paese mistico, paese di meditazione che mi avrebbe aiutato a guarire la mente, invece mi sono trovato a fumare hascisc per strada in mezzo a derelitti umani, che un merito ce l’hanno: quello di non avere domande da porre o curiosità da esaudire. Non ho mai sopportato rispondere a domande inutili, soprattutto se riguardano me.

E se non fosse stato per Yashila, chissà che fine avrei fatto. Mi ha raccolto come uno straccio sudicio e inanimato, imbottito dell’ eroina che mi ero comprato con le ultime rupie in tasca. E quando ho aperto gli occhi sul letto di un ospedale, era lì, davanti al mio viso pallido e scavato. Era lì col suo sguardo dolce, con la sua meravigliosa pelle olivastra, con quello strano modo di ondeggiare la testa che hanno qua in India.

 

Ed è stato  quel sorriso bianchissimo  a ingentilire ancor di più le sue prime parole:

“Signor Smith, lei è andato molto vicino ad una nuova reincarnazione, se non fossi passata di lì, credo che oggi avrebbe avuto un altro cognome, magari indiano. Sa, noi induisti crediamo che il ciclo delle reincarnazioni termini quando la nostra anima raggiunge la purezza assoluta. E da come l’ho trovata, mi sembra che la sua anima abbia bisogno di un nuovo ciclo.”

 

Yashila mi ha fatto capire, con grazia e dolcezza, che ero uno schifo d’uomo che forse la mia non è una delle peggiori anime in circolazione, ma nemmeno una delle migliori. Soprattutto mi ha fatto capire che un’anima ce l’ho anch’io.

Mi sono innamorato di lei, più che per la sua bellezza, per la sua serenità, per quel suo modo ascetico di affrontare la vita che stava insegnando anche a uno squinternato come me.

È per questo che sono tornato, ma lei è sparita da cinque giorni, esattamente da quando ho messo piede in questo sudicio hotel di Mumbai.

Lo so, è stato quel bastardo di suo padre a farla sparire e giuro davanti a Shiva che se quel figlio di puttana ha fatto del male a Yashila, l’ammazzo con le mie mani, a costo di passare il resto della mia vita in un carcere indiano in mezzo a ratti di fogna e fogne di uomini.

Purtroppo questa non è solo l’India dello spirito, è l’India delle donne che non contano nulla, delle donne abusate e sfregiate con l’acido, l’India delle caste e dei matrimoni combinati.

Ma chi è che bussa alla porta in questo modo?

 

“Sig. Smith, ci sono due poliziotti con altri due uomini che l’aspettano nella hall.”

“Arrivo subito.”

“Sig. Smith, lei è in arresto, conosce una certa Yashila?”

“Certo, cosa le è successo?”

“A lei, credo niente, ma hanno trovato il cadavere del padre in una pozza di sangue. Venti coltellate alla schiena. A quanto ci risulta, sei mesi fa avete avuto una discussione molto accesa per via di Yashila.”

“E questi due chi sono? Io non ho fatto nulla, dov’è Yashila? Se questa è la vostra India, come Yashila ha salvato me dagli incubi, io salverò Yashila dall’India. Ve lo giuro bastardi!” 

IN UN’ALTRA VITA

 

Un colpo di fulmine.

Conosco Alex a un corso di teatro: una luce, la gioia fatta a persona.

Mi parla dell'India, del Sai Baba.

Che ci faccio in questa vita? Bam, lascio tutto e vado a vivere con lui, non con Alex, è gay, col Sai Baba.

Sono passati solo trenta giorni e sono qui, su questo volo intercontinentale, il secondo della mia vita.

Sono partita col solo preciso scopo di conoscere (e amare) il Sai Baba.

Mi addormento sempre sui mezzi di trasporto semoventi, considerando che tutti i mezzi di trasporto sono semoventi, dormo praticamente sempre durante i viaggi.

Stavolta è diverso. Penso e ripenso a un sacco di cose.

Ottima questa tisana indiana, l’hostess dice che fa sognare e mi ha congedato con un “Look at nightmare”...

Mentre esco dall’aeroporto penso che è veramente buio.

Ovvio è notte.

Ma questo è un buio proprio buio, più buio di qualsiasi altra città.

E l’aria ha un odore che sa di curry, o meglio di un rutto al curry.

Per Puttaparthi, il villaggio del Sai Baba, mi indicano l’autostazione: un edificio con le finestre senza infissi e la porta d'ingresso spalancata con i vetri rotti.

Buio anche all'interno, di nuovo odore di rutto di curry, anzi direi di vomito al curry.

Oltre una specie di vetrata, ex vetrata perché è a pezzi, vedo un uomo che mi sta fissando.

Mentre mi avvicino, sento, sotto ai miei piedi, qualsiasi cosa: molle, dura, che si sgretola, che si muove...

Non abbasso lo sguardo e procedo.

Nel darmi il biglietto mi indica il calendario.

Non capisco, sorrido, e faccio cenno di sì.

Mi indica l’unica porta, in ferro.

L’apro e un odore di gas di scarico mi investe.

Non vedo nulla.

La luce fioca della biglietteria era abbagliante rispetto al buio pesto che c’è qui.

Poi si accende un bus e vedo che ce ne sono un casino, ma devo avvicinarmi per riuscire a leggere il numero 66, quello del mio bus.

Lo scorgo e c’è anche l’autista a bordo, che legge il giornale.

Il bus è vuoto.

Faccio per salire, ma l’autista mi spinge giù.

Gli mostro la scritta Puttaparthi, mi fa capire che il bus è giusto, ma non mi vuoi far salire.

Insisto, con un gesto della mano mi lascia salire e, allo stesso tempo, mi manda a quel paese.

Salgo, mi sistemo, il bus è vuoto.

L'autista viene verso di me. Ha in mano il giornale e un calendario, che anche lui mi mostra.

Sono irremovibile e se ne va, lasciando il giornale.

Sistema il calendario, spegne il motore e le luci, scende e chiude il bus, stesso gesto con la mano nella mia direzione.

Lo intravedo scomparire dietro la porta di ferro.

Sono qui, al buio, chiusa dentro un bus, con un travolgente odore di gas di scarico e vomito di curry.

Capisco ora che il calendario era per dirmi che il pullman sarebbe partito solo l’indomani.

Capisco ora perché non voleva farmi salire.

Capisco ora che lasciare tutto per correre in India dal Sai Baba è stata una grande cazzata.

Col cellulare, riesco a vedere sul giornale la foto del Sai Baba a tutta pagina e la scritta “Dead”.

La prima cosa che penso è che ho avuto tutti amori molto brevi, ma questo è da record.

Il cellulare, scarico, si spegne.

La seconda, non ricordo, perché ha attirato la mia attenzione qualcosa che non vedo, ma che si sta avvolgendo intorno al mio braccio…

 

“Miss, wake up!” L’hostess mi sta stringendo il braccio per svegliarmi. Stiamo atterrando a Milano Malpensa, sono sul volo di ritorno dall'India.

È stato un viaggio bellissimo, a parte l’incontro col serpente la prima notte chiusa in un bus e all’odore di vomito di curry perenne.

Anche se il Sai Baba ha preferito morire pur di non conoscermi, so, che in una delle nostre prossime vite, saremo senz'altro una coppia inossidabile, forse.

Falso d'autore

(Il Mago di Oz)
 
Se qualcuno avesse detto a Dorothy che presto, anzi prestissimo, avrebbe sentito tanta struggente nostalgia delle praterie del Kansas, forse la bambina non ci avrebbe creduto. Insieme allo zio Henry e alla zia Em, Dorothy abitava in una catapecchia di legno nel bel mezzo delle più vaste, sperdute e grigie lande americane. Intorno niente altro che l’immensa pianura, che da ogni lato arrivava fino alla fine dell’orizzonte senza che mai – ma proprio mai – una casa o un albero interrompessero la monotonia. Il sole a picco inaridiva i campi, la terra e ogni singolo filo d’erba, al punto da trasformare tutta la brughiera in un’unica e informe distesa grigia. Lo zio Henry, che faceva il fattore, e la zia Em, che faceva la moglie del fattore, avevano portato da molto lontano le assi di legno che erano servite per costruire le quattro pareti, il pavimento e il tetto di quel bugigattolo di casa. Un tempo era stata verniciata di un bel colore vivace, chissà quale però, il sole lo aveva infatti disseccato e la pioggia consumato. Ora anche la casetta era smorta e grigia come il resto del paesaggio. Eccola lì al centro dell’immensa prateria: un’unica stanza con una vecchia cucina di ghisa arrugginita, una dispensa per 6 i piatti, un tavolo, tre o quattro sedie e i letti: in un angolo quello grande degli zii, in un altro quello piccolo di Dorothy. Tutto qui, niente soffitta, né cantina, solo una buca stretta e buia scavata sotto il pavimento, il “rifugio anti-ciclone”, raggiungibile tramite una botola e una scala a pioli, abbastanza grande da ospitare la famigliola in caso di bufere e uragani. In Kansas questi possono essere così devastanti da distruggere qualsiasi edificio, figuriamoci quella fragile casetta di legno. Un tempo zia Em era stata una giovane sposa molto carina, ma il sole, il vento e la brughiera l’avevano cambiata: avevano rubato la luce dai suoi begli occhi, lasciandoli di un colore grigio cupo e le avevano tolto il rosso dalle guance e dalla bocca che, manco a dirlo, erano diventate grigiastre. Ora era magra e scarna e non sorrideva mai. Poi dagli zii era arrivata la piccola Dorothy, rimasta orfana dei suoi genitori. Zia Em era spiazzata dalle risate cristalline della bambina, tanto che portava una mano sul cuore ogni volta che sentiva la sua allegra vocina. Spesso guardava Dorothy con meraviglia, chiedendosi che cosa potesse trovare di tanto divertente lì nella brughiera e che cosa meritasse quelle belle risate. Neppure zio Henry rideva molto e anche lui pareva rigido, severo e grigio dalla barba agli stivaloni; lavorava duro dalla mattina alla sera e a stento parlava. Per fortuna c’era qualcun altro che faceva ridere Dorothy e le impediva di ingrigirsi come tutto il resto. Si trattava di una creatura speciale 7 Il ciclone dal pelo nero e lungo e dagli occhietti vispi, che brillavano allegri ai lati di un buffo naso: era Toto, l’amato cagnolino con cui Dorothy giocava e rideva dalla mattina alla sera. Quel giorno, in ogni caso, lei e Toto non stavano giocando. Zio Henry, seduto sulla soglia di casa, guardava preoccupato un cielo che pareva più grigio del solito. Dorothy, in piedi accanto a lui con in braccio Toto, faceva lo stesso, mentre zia Em lavava i piatti. Il lamentoso vento del Nord annunciava il temporale e piegava l’erba lunga della brughiera in tante onde, mentre anche da Sud pareva arrivare un sibilo e in quella direzione l’erba si increspava. D’un tratto zio Henry capì e scattò in piedi: «Sta arrivando un ciclone, Em!» annunciò alla moglie. «Io vado a sistemare gli animali» e corse verso i capanni delle mucche e dei cavalli. Anche zia Em si affacciò dalla porta: il pericolo si avvicinava velocissimo e rimanevano pochi istanti per mettersi in salvo: «Presto Dorothy! Corri nel rifugio!». Mentre la bambina andava a recuperare Toto, che impaurito si era nascosto sotto il letto, zia Em spalancò la botola e scese le scale che portavano nella buca stretta e buia. Dorothy, col cane al sicuro tra le braccia, stava per raggiungerla, quando uno scossone improvviso della casa le fece perdere l’equilibrio e la bambina si ritrovò seduta in terra in mezzo alla stanza. 8 Poi successe una cosa assurda. Una di quelle cose che succedono solo nelle praterie sconfinate del Kansas. L’intera casetta di legno si alzò lentamente in aria avvitandosi due o tre volte su se stessa. A Dorothy parve di essere a bordo di una mongolfiera. I venti del nord e del sud si erano scontrati esattamente nel punto in cui si trovava la casa degli zii e proprio lì si era creato l’occhio, cioè il centro, del ciclone, dove l’aria è stranamente ferma. Così, una volta sollevata dai venti fino alla cima del vortice, la vecchia casa di legno venne trasportata per miglia e miglia come una piuma leggera. Se non fosse stato per gli orribili ululati del vento, Dorothy avrebbe trovato quasi divertente quella cavalcata in groppa al ciclone. Quando, dopo i primi giri, la casa si assestò in cima al vortice e prese a dondolare dolcemente, lei si sentì come un bimbo nella culla. A Toto invece la cosa non piaceva né poco, né punto: correva per la stanza abbaiando come un matto, mentre la bambina, seduta per terra, aspettava semplicemente di vedere che cosa sarebbe successo. A un certo punto Toto si avvicinò troppo alla botola rimasta aperta e vi cadde dentro. Dorothy pensò di averlo perduto, ma per fortuna accostandosi vide un orecchio del cane far capolino da sotto: la pressione dell’aria lo teneva sospeso come la casa intera. Afferrò il suo fedele amico per l’orecchio e lo trascinò di nuovo sul pavimento della stanza, poi chiuse la botola per evitare altri incidenti. 9 Il ciclone Con il passare delle ore la bambina superò del tutto lo spavento, anche se si sentiva molto sola in mezzo a quell’assordante ululare del vento. Si chiedeva come sarebbe atterrata e se non avrebbe finito per precipitare e schiantarsi. Poi, via via che il tempo passava e non succedeva niente di tremendo, Dorothy smise di figurarsi il peggio, si calmò e decise semplicemente di vedere che cosa avrebbe portato il futuro. Strisciò sull’instabile pavimento verso il suo letto e ci si buttò sopra, seguita da Toto che si sdraiò al suo fianco. A dispetto di tutto quel dondolare della casa e del lamento del vento, la bambina cadde ben presto in un sonno profondo.
 

  • Genere in cui convertirlo: Romanzo Storico
  • Periodo storico da usare: Alla corte del Re Sole

Se qualcuno avesse detto a Dorothée che presto, anzi prestissimo, avrebbe sentito tanta struggente nostalgia dei boschi e delle campagne desolate della Vandea, forse la bambina non ci avrebbe creduto.

Per quanto scioccata, affranta e smarrita dopo la morte dei suoi genitori, quando le dissero che sarebbe andata a vivere con i suoi zii nella reggia di Versailles, alla corte di re Luigi XIV, l'idea di ammirare tutta quella magnificenza, di vivere quel mondo fatto di tessuti meravigliosi, danze e giochi aveva riacceso in lei una fiammella di speranza.

Tuttavia la vita di corte non era come l'aveva immaginata nelle sue fantasticherie di bambina.

Il sovrano non si era autoproclamato “Re sole” semplicemente perché vanesio, ma perché come il sole, da quando si alzava al mattino a quando si coricava la sera, faceva sì che i cortigiani, come pianeti, ruotassero attorno a lui. 

Era stato lo zio Henri a spiegare alla bambina la teoria Eliocentrica formulata da Copernico; uomo istruito, ma dedito ai vizi lo zio si fregiava del titolo di “gentiluomo favorito” e già al mattino godeva dell'onore di contemplare il re sulla seggetta, mentre egli era intento a espletare le sue funzioni fisiologiche, benché Dorothée non riuscisse a capire cosa vi potesse essere di desiderabile nell'osservare un individuo grasso, malandato e con la gotta che defecava, per quanto fosse il re.

Nella campagna dov'era nata, anche se poveri e rozzi, le persone dedicavano maggior cura all'igiene personale e nessuno aveva così poca decenza da mettersi in mostra in momenti tanto intimi.

La splendente reggia di Versailles puzzava; era stato quell'odore nauseabondo la prima cosa che ricordava del suo ingresso a corte. La zia Emma, poco dopo il loro primo incontro, aveva urinato in un angolo di un corridoio del palazzo coperto appositamente di paglia, divaricando semplicemente le gambe e si era poi profondamente indignata quando alla bambina era fuggita una fragorosa risata,  per quel gesto per lei tanto inconsueto.

Doveva essere stata una bella donna Zia Emma, almeno così pensava la piccola Dorothée e forse appariva ancora tale, coperta da tutta quella cipria bianca.

Quando tuttavia aveva potuto vederla struccata, prima di andare a letto, si erano palesate sulla pelle della dama le pustole e le croste dovute ai morsi degli insetti miste con le rughe dell'età, che rendevano quel volto non solo poco piacevole, ma quasi spaventoso agli occhi di una bambina.

Aveva visto la zia piangere diverse notti, davanti allo specchio che rifletteva quella tremenda visione, per poi invece ridere a crepapelle e in modo sguaiato al tavolo da gioco, o durante le commedie, i giochi di società, i banchetti, forse nemmeno perché realmente divertita, ma per compiacere il re e gli altri nobili.

I giochi, le danze, i concerti, erano protagonisti assoluti a corte, ma la povera Dorothée era costretta a indossare semplicemente il suo andrienne e fare bella mostra di sé, come fosse una raffinata bambolina di porcellana, e osservare gli altri e i loro eccessi.

Fra tutti quegli individui impomatati, quelle feste sfarzose, quelle dame poco pudiche, l'unico essere di cui Dorothée apprezzava la compagnia non camminava su due gambe e sporcava certamente meno dei nobili.

Si trattava di Totò, uno dei cani da compagnia del re; era un piccolo Bolonka Zwetna, razza così rinominata dallo zar di Russia quando il re gliene aveva donato uno e significava “cane di lusso”.

La bambina lo aveva incrociato un giorno, mentre dal grande appartamento adibito alle feste stava rientrando verso i suoi alloggi. Il piccolo esserino si era fiondato verso di lei, quasi come la conoscesse da sempre e si era prodigato in affettuose feste ed esibito in balzi da consumato intrattenitore di corte; da quel momento i due divennero inseparabili.

Totò la seguiva ovunque: dalla grande galleria agli alloggi privati, dai giardini alle cucine dove la bambina era una delle cinquecento persone incaricate di servire il pranzo al re; ogni tanto si era intrufolato persino nella cappella reale durante una funzione.

Anche quel giorno, mentre quel duca unto e brutto chiedeva insistentemente a Zia Emma di entrare nella stanza di Dorothée, Totò era con lei, nascosti entrambi nella stanza segreta vicino all'armadio, come le aveva ordinato la zia.

La bambina, spiando da una fessura, aveva riconosciuto quell'uomo: era presente a un ballo di corte, dove la pargola aveva svolto la sua funzione di bambola di porcellana e si ricordava di quello sguardo strano posato costantemente su di lei, che la zia aveva definito “libidinoso” in modo sprezzante, mentre parlava con una cortigiana di palazzo.

Dorothée non riuscì a capire cosa stesse accadendo; sentì solamente le urla di zia Emma trattenuta per le spalle dallo zio Henri; poco dopo la porta del passaggio segreto veniva aperta e lei percorreva i corridoi sontuosi della reggia accompagnata da due gentili signori imparruccati, servi del duca.

Era riuscita a stringere Totò a sé, benché il nobile avesse ordinato di lasciarlo dov'era e alla fine avevano desistito e si erano convinti farglielo tenere.

La porta principale del palazzo si spalancava, Dorothée veniva fatta salire su una carrozza e il vetturiere dava l'ordine di partire.

La piccola bambola di porcellana era terrorizzata; non sapeva dove stesse andando, non sapeva perché si trovasse lì e perché la zia Emma avesse urlato in quel modo.

Si era accucciata con le gambe raccolte fra le braccia ai piedi del sedile, cullandosi da sola in un dondolio, mentre Totò sgusciato dal suo abbraccio quasi cadeva fuori dall'abitacolo della vettura, saltellando da una parte all'altra della carrozza ed era stato miracolosamente preso al volo dalla piccola per un orecchio.

Si chiedeva dove la stessero portando, se l'avessero rapita per mangiarla, come aveva sentito narrare in alcune favole lette dal nano di corte

Poi, via via che il tempo passava e non succedeva niente di tremendo, Dorohtèe smise di figurarsi il peggio, si calmò e decise semplicemente di vedere che cosa avrebbe portato il futuro. Strisciò sull’instabile pavimento della carrozza fino al sedile e ci si buttò sopra, seguita da Toto che si sdraiò al suo fianco. A dispetto di tutto quel dondolare, dello sbuffare dei cavalli e del lamento del vento che aveva iniziato a soffiare forte all'esterno, la bambina cadde ben presto in un sonno profondo. 

Chi avrebbe mai detto  che Dorothy  ed il suo amato cane Toto sarebbero tornati a casa dagli zii? Chi avrebbe mai detto che un altro uragano sarebbe stato capace di sollevare la loro casa e caricarla sulla  macchina del tempo? Chi avrebbe mai detto che da un mondo immaginario sarebbero volati in un mondo reale? Un mondo che, nonostante la sua concretezza,  pareva addirittura più irreale di quello fantastico del mago di Oz, o se non era più irreale era sicuramente più pazzo.  In questo strano mondo, in questo strano tempo, dove il tempo aveva un senso, le buone  streghe del Sud e del Nord erano svanite nell’oblio della fantasia, mentre le malvagie streghe dell’Est e dell’Ovest, parevano rivivere nelle ampie ed eleganti vesti di quelle donne pettegole. Ma a differenza di quel mondo senza tempo, le streghe si erano moltiplicate, sembravano provenire da ogni possibile punto cardinale, persino da quei punti a metà tra il Sud e l’Est o tra il Nord e l’Ovest. Tuttavia non c’era nessuna differenza tra loro, non erano né buone, né cattive, ma si vociferava avessero tutte la lingua biforcuta. Qualcuno sosteneva che, con una lingua siffatta, riuscissero a parlare simultaneamente con due persone diverse di due argomenti diversi. Forse, la lingua biforcuta svolgeva altri compiti di cui non si sapeva nulla. Comunque è sicuro che il pettegolezzo, la maldicenza e la bugia fossero il loro unico pregio.

Anche il loro nome era cambiato: da strega era diventato cortigiana. Ma dentro quel palazzo enorme, chiamato Reggia di Versailles, le cortigiane, oltre a vagabondare da una stanza all’altra e naturalmente a sparlare di tutto e di tutti, stavano in ansiosa attesa di quell’uomo brutto e grasso. Di quell’uomo complessato che da  piccolo diventava alto con apposite scarpe, che da calvo diventava zazzeruto indossando una voluminosa parrucca bianca. Eppure nonostante l’aspetto sgradevole, sembrava avere un potere ed un fascino assoluti. Ne era prova l’ossequiosità con cui veniva accolto dalle cortigiane, ogni volta che sbucava da quella enorme porta della Reggia. Ma non solo le donne, anche gli uomini che per parità di diritti venivano chiamati cortigiani, avevano un atteggiamento reverenziale nei confronti di quell’uomo che se non fosse stato importante sarebbe stato deriso anche dall’ultimo dei mendicanti.

Ma chi era quell’uomo? Per capirlo, la macchina che volava veloce sulla strada del tempo, doveva fermarsi subito. A quel punto, Dorothy, Toto e gli zii sarebbero scesi e avrebbero capito. Purtroppo nessuno di loro sapeva come fermare la macchina, correva già l’anno 1673 e sarebbero bastati pochi secondi per vedere l’orizzonte dei secoli futuri. Fortunatamente, fu  il pensiero della loro curiosità a fermare lo scorrere del tempo. Che bellissima scoperta! Col pensiero potevano volare tra i secoli della storia e fermarsi dove volevano per soddisfare il  loro desiderio di conoscenza.

Scesero ed entrarono nel Palazzo. Un servitore diede loro le vestigia del tempo e li portò nella sala degli spettacoli. Al centro, il Re Sole, guardava ammaliante le dame presenti le quali sgomitavano onde trovare una posizione di privilegio per farsi notare dal sovrano. Davanti a lui, clavicembali, archi, flauti, trombe, timpani e violini, eseguivano a ripetizione brani musicali, perfettamente orchestrati da un giovane maestro.

In quella piacevole confusione, furono avvicinati da una cortigiana che probabilmente non vedeva l’ora di spifferare qualche piccante indiscrezione.

Voi non sapete che è quell’uomo. Ebbene quello è il Re Sole, Re di Francia, figlio di Luigi XIII e Anna D’Austria. Un uomo che si è fatto attendere a lungo tanto che la madre, quando è finalmente nato, gli ha dato il nome di “Luigi il dono di Dio”. Io credo però sia un dono di Dio indiretto. Infatti, come dicono i ben informati e io lo sono, il Re Sole è figlio di Sua Eminenza, il cardinale Giulio Mazzarino che più di occuparsi di spirito si occupava di carne. Soprattutto della carne della regina Anna. E poi non sto a raccontarvi dei problemi di Luigi XIII. Io adesso sono vecchia ma quand’ero giovane ci provò pure con me. Una cilecca assoluta. E dire che io  ero bella, avevo seni rigogliosi, bocca carnosa e cosce accoglienti. Mi raccomando non dite niente a nessuno di quel che vi ho raccontato. Potrei essere incriminata per lesa maestà ed essere impiccata o decapitata”

 

L’impatto fu davvero tremendo, una donna mai vista prima spifferava con nonchalance fatti di vita privata, con indecente volgarità.

Eppure lì dentro c’era la più signorile aristocrazia francese, nobiluomini, duchi, principi di sangue reale, marchesi, conti, baroni e naturalmente il rispettivo femminile di tutto ciò. C’era l’ espressione più alta del sapere, della cultura  e della ricchezza della grande Francia.

Il massimo della civiltà umana.

Purtroppo tutto ciò che sembrava luccicare come l’oro in realtà nascondeva l’opacità del ferro rugginoso. Intrighi, tradimenti, adulteri, complotti e congiure, tramavano e tradivano ogni più dignitoso sentimento umano. Un mondo pieno di ipocrisia e malaffare.

Persino Toto che in quel mondo avrebbe sicuramente gioito nel gustare gli avanzi di sontuosi pranzi, si rannicchiò silenzioso in un angolo della sala.

E mentre la musica continuava incessante, mentre i cortigiani ubriachi ballavano, mentre il Re Sole palpava il grosso seno di una giovane fanciulla, la macchina del tempo librò nell’aria.

Fu il pensiero di Dorothy, degli zii e di Toto a farla tornare. Salirono e per un attimo pensarono di andare più avanti nella storia. Ma fu solo un attimo, la macchina del tempo li riportò a casa, nelle praterie del Kansas.

P.S. C’è chi dice che, molti anni dopo, qualcuno trovò un biglietto nel cassetto della macchina del tempo ormai in disuso.

C’era scritto: ”Morale della storia: vivi il tempo che ti è stato concesso, nel tempo che ti è stato assegnato. Ma soprattutto, quel tempo, vivilo bene.”

Ma forse, è solo una leggenda.

(FORZATAMENTE) ALLA CORTE DEL RE SOLE

Se qualcuno avesse detto a Dorothée che presto, anzi prestissimo, avrebbe sentito tanta struggente nostalgia dei vigneti della Marne, forse la bambina non ci avrebbe creduto.

La piccola, alla morte improvvisa dei suoi genitori, era arrivata al Monastero benedettino di Hautvillers, quasi contemporaneamente al Monaco Pierre Pérignon, colui che sarebbe passato alla storia per aver inventato lo champagne.

Avevano accolto Dorothée gli unici parenti che aveva al mondo, la Zia Emilie e lo Zio Henri, custode della vigna e della cantina del monastero. Nonostante le vigne producessero sempre abbondante raccolto, i monaci non erano molto generosi nei confronti del loro vignaiolo, al quale avevano concesso, come abitazione, una piccola stanza, esattamente sopra la cantina. Praticamente era l’unica stanza da dove potevano uscire le botti per essere caricate sui carri

e raggiungere i monasteri più importanti della capitale, e da lì, la corte reale, dopo una sostanziale revisione dei prezzi. Quindi lo Zio Henri aveva la doppia mansione di vignaiolo e guardiano della cantina.

La Zia Emilie era comparsa nella vita dello Zio Henri, grazie ad un commercio attivo, di orfani ed orfane, a scopo matrimoniale, che i monaci e le monache benedettine usavano di frequente, risolvendo, in un colpo solo, il problema di sfamare delle bocche e della servitù nei monasteri. Appena la giovane e graziosa Emilie era comparsa in quella guardiola, dalle pareti ammuffite e odorose di mosto, lo Zio Henri aveva ‘preso in prestito’, da una cappella laterale poco frequentata dell’abbazia, un piccolo arazzo verde, che aveva migliorato, seppur di poco, quella triste stanza.

Compito della zia era lavare al fiume gli abiti dei monaci, e ciò le aveva tolto molto della grazia di cui Emilie era naturalmente dotata. A dir la verità non è che i monaci amassero lavarsi spesso e cambiare spesso quelle tonache grezze e pesanti, ma quando lo facevano, erano così inzozzate, che più della frequenza, costava fatica lo sforzo di togliere la puzza e lo sporco. Anche la Zia Emilie aveva perso la sua solarità e la muffa, che dominava tutto il

monastero, aveva permeato anche il suo aspetto, e il suo carattere.

Cosicché era spiazzata dalle risate cristalline della bambina, tanto che portava una mano sul cuore ogni volta che sentiva la sua allegra vocina. Spesso guardava Dorothée con meraviglia,

chiedendosi che cosa potesse trovare di tanto divertente nelle pareti tetre di quel monastero e che cosa meritasse quelle belle risate. Neppure Zio Henri rideva molto e anche lui pareva rigido, severo e grigio, dalla barba ai piedi callosi e sformati dal terreno ruvido del vigneto; lavorava duro dalla mattina alla sera e a stento parlava.

Ma come solo i bambini sanno fare, Dorothée aveva trovato ben presto il modo di impedirsi di ammuffire come tutto il monastero, e come tutti quelli che lo frequentavano. Aveva accolto una piccola orfana come lei, una creatura speciale: una gattina minuscola, dal

pelo bianco come la neve, con cui Dorothée giocava e rideva dalla mattina alla sera.

Era da qualche giorno che lo zio era inquieto, Dom Pérignon, l’ultimo monaco arrivato, era da un po’ di tempo che passava ore e ore nella ‘sua’ cantina. Armeggiava, travasava, assaggiava e lo zio temeva che rovinasse il suo vino. Ci voleva un niente per farsi sbattere fuori dal monastero, e adesso che c’era anche una boccuccia in più da sfamare... Finché un giorno, il monaco, venne su dalla cantina come una furia e avvolse come un tornado lo Zio

Henri che stava seduto sulla soglia, urlando: “Carica quelle due piccole botti, parto stanotte e vado a Versailles.”

“Come a Versailles, padre? Sapete che è a Parigi che dobbiamo portare il vino” azzardò timidamente lo zio. Ma Dom Pérignon, disse che il nuovo vino poteva essere capito solo da Re Luigi in persona e che bisognava fare in fretta, perché Colbert, che sosteneva le attività artigianali francesi, stava per essere sostituito dal Marchese di Louvois, che avrebbe usato le ricche casse della monarchia, esclusivamente per l’esercito. Non c’era tempo da perdere e il povero Henri capì solo quello e, in fretta e furia, caricò quelle piccole botti sul carro e mise sul sedile una coperta, perché quel monaco risoluto non morisse di freddo durante la notte.

Quando Dorothée, che era stata al fiume con la zia, vide la sua piccola amica gatta giocare con la paglia del carretto, non ci pensò due volte e si mise a farle compagnia, avvolgendosi, per gioco, con la coperta preparata dallo zio. Era immersa nei pensieri e nei giochi con la gatta, quando sentì le ruote del carretto muoversi e le rumorose catene del portone girare e, in men che non si dica, vide il monastero già lontano.

Avrebbe voluto dire qualcosa al monaco che spronava così energicamente i cavalli, ma la faticosa giornata al fiume e l’emozione di volare in quel cielo stellato, presero il sopravvento e si addormentò.
 

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