Sesta puntata scriptor

I partecipanti

Leggi gli elaborati dei partecipanti e vota lo scrittore che hai preferito.
Il sondaggio e la possibilità del voto sarà attiva solo DOPO la prima visione della trasmissione (alle ore 14) e solo per 72 ore.
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Nella prima parte della puntata i partecipanti affrontano il pitch ovvero una prova che prevede l'esposizione del proprio progetto letterario entro il tempo complessivo di due minuti.
Successivamente i giudici propongono due esercizi: la Roulette russa e Il Falso d'autore.
I partecipanti hanno avuto tre giorni di tempo per compiere gli esercizi e ora li trovate scorrendo la pagina in basso.

Nella seconda parte della prima puntata ci sarà la sintesi dei voti ottenuti, compreso il voto del pubblico a cui potete contribuire votando in alto a destra, e si definirà la classifica finale. Il partecipante che avrà ottenuto il punteggio più alto passerà alla seconda fase.
Nella seconda parte della puntata avremo un ospite che contribuirà con il proprio voto.

Roulette russa

Creare un racconto di massimo 3600 caratteri spazi compresi con tre ingredienti proposti dai giudici: un tema, un genere letterario, un luogo

  • Tema: Social e adolescenza
  • Genere: Hard boiled
  • Luogo: Casablanca

LI HA PICCHIATI IL VENTO

 

La voce non era di uomo, né di donna.

Risolvere questo mistero per trovare l’assassino?

Difficile dire. Sono ragazzi, alla loro età sembrano tutti uguali, viene da dire: ragazze con le palle e ragazzi calze a rete i tacchi a spillo.

Li abbiamo trovati così alla banchina del porto. Lei è bella. Morbidi riccioli scuri le incorniciano il volto irregolare, ma di una grande freschezza, e il suo corpo ha la grazia della gioventù. A voler essere pignoli, forse la bocca può sembrare un po’ dura: ecco sembra che solo lì ci sia la morte, visto che fra le gambe sembrava avere il sesso di un maschio in erezione.

Lui? Giovane, allampanato. Ha perso una scarpa tacco 12 e il piede è avvolto nella rete della calza come uno sgombro dopo la pesca a strascico. A causa del vento della notte le sue labbra sono screpolate e la mano nelle cosce di lei: ecco, non era il sesso di un uomo, era la mano di lui. E tuttavia una lei irrigidita anche dal piacere. Inarcata.

Con l’IPhone ancora collegato su ClubHouse.

E quella voce, la sua, né uomo né donna.

«Apri il file Ahmed» dico al mio secondo.

«Mi fai ridere con quei tacchi a spillo…»

«Come ridere? Me li hai fatti mettere tu, per eccitarti…» risponde la voce di Platone 70.

Platone 70… era lui?

Ci tocca anche questo oggi: interrogare gli smartphone! darbni lbard* !

Chi lo poteva sapere, di certo il social per sola voce non aiutava, non si può postare un’immagine, non si può scrivere.

Ci mancava solo un social per sola voce, darbni lbard!

«Capo, mia figlia mia detto che in ClubHouse si entra solo su invito»

«Tua figlia… E lei che ne sa Ahmed

«Dice che ci sono delle room, e di guardare in che stanza erano…»

È un cielo di cristallo quello che copre lo sfondo della moschea e ogni volta che sono davanti a un cadavere, la volta azzurra si frantuma in frammenti di lapislazzuli che ritrovo in mare.

Eppure non mi basta più: ne ho piene le palle di tutto. Di mia moglie, di mio fratello Bilal, delle escort coi denti d’oro e dei giocatori di blackjack, della città, dei giornalisti e dei fotografi. Piene le scatole della tv, dei social e dei curiosi che anche adesso passeggiano con aria innocente, vicini a due  donne che piangono. Ne ho le palle piene di questo occidente che ci ha rubato il cuore e si è portato via i nostri figli facendoli salire su uno smartphone.

«Chi sono quelle due che piangono?» chiedo

«Dicono di essere le madri, capo»

«Abbiamo dei dubbi?»

«Trova che stiamo vivendo in un mondo di certezze?»

Spesso risponde con delle domande, e così ne ho piene le palle anche di Ahmed.

Dal cancello del molo, una sagoma esce dall’ombra e Chakir mi si è parato davanti: è il medico legale, un anatomopatologo.

Chakir ha preso istintivamente dalla tasca il pacchetto di sigarette e me ne ha data una.

«Ci sarà qualche sorpresa» mi dice.

«In che senso?»

«Oggi niente è più come sembra»

«Se lo dici tu, che sezioni i cadaveri»

Chakir apre i jeans della ragazza e sposta la mano dell’amico fra le sue cosce, una mano che nasconde il pene e tutto il resto che fa di quella ragazza un maschio. E quello che pensavamo maschio, altro non è che una ragazza appena accennata,  con i collant a rete per eccitare il suo “uomo”.

La trasgressione oggi è la normalità, mi dico.

«A proposito capo, la room del social si chiama ORIENT EXPRESS»

«Adesso è tutto chiaro, sappiamo chi è stato»

«Cosa c’entra un treno?»

Un'altra domanda… darbni lbard!

«È un libro, Ahmed. è un giallo»

«E allora capo, chi è stato?»

«Tutti noi Ahmed, tutti noi».

 

 

* darbni lbard, imprecazione marocchina traducibile in Mi ha picchiato il vento

Non lo fare

In berbero questa dannata città significa “La Collina”, ma per me è sempre stata una specie di fottuta prigione. Osservo i cerchi del fumo della sigaretta: evanescenti fantasmi come me. Ho quindici anni e ne ho già viste troppe, non mi ci voleva di certo un affaraccio come la biondina che mi sta davanti. La guardo dalla testa ai piedi. Carina, magra, ben vestita. Sembra una cazzo di Alice sperduta nell'angiporto. E si è rivolta a me, ma io non sono uno schifo di coniglio bianco! Qualcuno le ha fatto il mio nome ed eccola qui coi suoi ingenui problemi mentre io mi arrovello per fuggire una volta per tutte e imbarcarmi sul primo cargo destinazione ignota.

“E quindi, tesorino, sei braccata sulla tua pagina facebook? Un dilemma esistenziale!”

 Lei socchiude gli occhi per il fumo.

“Non sei un po' troppo giovane per fumare?”

 “E tu per fare la mammina?”

Accento francese e nasino all'insù che arriccia con disgusto. Mi guarda con disprezzo. Lo so. Lo fanno tutti. Non me ne frega niente di essere albina, non è questo il problema. Il problema sono i cacciatori che vogliono letteralmente la mia pelle per i loro cazzo di riti misterici.

 “Non ti basta chiudere la pagina e aprirne una nuova? Io non ti servo, arrangiati!”

 “Credi che sia una stupida? Qui non si tratta di un semplice stalker, qualcuno mi sta seguendo e credo voglia farmi del male”

 Tiro una boccata. Perfetto. Una bella gatta da pelare! Così questa principessina mi farà piombare addosso anche i suoi inseguitori.

 “Cosa hai fatto? Hai mostrato il reggipetto on line?”

 Lo sguardo d'odio mi fa quasi sorridere.

 “Sono qui da neppure dieci giorni e già mi trovo in questo guaio... No, non ho fatto niente, ho solo accettato l'amicizia di...”

 Quasi mi casca la sigaretta dalla bocca. Ed è venuta a portarmi il suo bel problemino proprio qui, in uno dei vicoli che credevo sicuri. ORA! Saranno già sulle sue tracce e me li farà piombare addosso.

 “Tratta delle bianche! Sei in un bel casino e ora ci hai fatto finire anche me!”

 Le afferro il polso e la strattono via.

 “Dove mi stai portando?”

 Cerca di fare resistenza, ma io sono più forte. Arriviamo sino a un vicolo cieco. Mi arrampico su una pila di spazzatura e le faccio cenno di seguirmi. Lei è schifata. Entriamo da una piccola finestra. Il bugigattolo è angusto, ma è il mio nascondiglio preferito. Accendo il pc portatile e comincio a fare pulizia dei dati della biondina.

 “Che posto schifoso”

 “Benvenuta a Casablanca tesoro”

 In pochi istanti trovo tutto ciò che mi serve. Cazzo! Sanno dove abita, sanno tutto..- Deve filare e alla svelta! Forse è ancora in tempo per andare alla polizia, ma non mi fido molto di loro. L'unica soluzione è che paparino faccia le valigie e lasci il paese al più presto con la sua principessina.

 “Mio padre mi ucciderà se gli dico cosa ho combinato”

 “Ho cancellato tutto di te in rete, ma resti in pericolo. Sul web non esisti più, ma dovete andarvene”

 Mi guarda stupita. Non si aspettava che potessi essere tanto veloce.

 “Come hai fatto?”

 Mi accendo un'altra sigaretta. Il tempo di fumarla e poi la riaccompagnerò dal paparino.

 “Non lo fare, non fare quello che fanno gli adulti, non sottovalutarmi”.

Il Museo maledetto

 

Tre giovani amici, Silvio, Vittorio e Giada, escono da un lussuoso albergo in Viale Mohamed V, a Casablanca. In jeans, maglietta e cellulari in mano, hanno voglia di girare e divertirsi. Il primo itinerario d’Agenzia va dalla Porta Vecchia Marakech al Grande Mercato e alla Scuola di Marina Militare. Troppo noioso. Meglio quello alternativo e più intrigante proposto dal portiere dell’albergo, Jamal: la Città Vecchia, affascinante e misteriosa, la prima zona di Casablanca, dove si trova il Museo Maledetto!

Silvio ha diciassette anni, Vittorio e Giada sedici. La giornata è ventilata e tiepida.

“Qui non fa mai freddo” afferma Silvio.

“Ah, ecco quello delle previsioni del tempo” ironizza Vittorio strapazzando un chewing gum a più non posso fra i denti.

“Senti, pivellino, qui il caldo comincia a marzo e finisce a dicembre.”

“Il che vuol dire che abbiamo dieci giorni buoni per andare al massimo, e vai!” esulta Vittorio, sferrando un pugno a vuoto nell’aria.

“Ehi, stai calmo, piccolino, che qui ti fanno la festa. Ricordati che sei minorenne” ammonisce Silvio.

“Ehi, guardate un po’ chi è arrivato!” interviene Giada alla vista di un giovanottone di carnagione scura che si districa fra i passanti.

“Mostafa!” chiamano tutti e tre in coro.

“Il poltrone si è svegliato, eh!” mugugna Vittorio.

“Sta’ zitto! Abbiamo fatto tanto per trovarlo.”

I tre amici vogliono scoprire i segreti più reconditi della città, i suoi misteri e la sua storia oscura.

“Storia oscura?” stupisce Mostafa. La sua faccia sembra docile e bonaria.  “Casablanca non ha una storia oscura!” dichiara confuso.

“Il portiere dell’albergo ci ha consigliato il Museo Maledetto; ti dice niente, figliolo?” fa Vittorio con tono audace da boss. Il giovane marocchino rimane serio, ma poi esplode in una risata sguaiata che contagia anche gli altri. Tutti d’accordo decidono di recarsi sul posto. Giunti in zona, si infilano in viuzze cupe fra case semi cadenti e desolate, portoni e cancelletti sgangherati.

Il gruppo si ferma davanti a un edificio tenebroso in muratura e travi metalliche. Sopra l’ingresso, tenuto da catenelle, cigola un rettangolo di lamiera che ritrae il volto angosciato e fosco di Edgar Allan Poe.

“Qui ci sono quadri di poeti maledetti, scrittori e artisti che si sono suicidati…” spiega Mostafa.

“Ah, questo posto fa per noi!” sogghigna Vittorio.

“Sì! E poi a me piace l’arte!” sospira Giada con voce languida. 

“Ma questo Museo divora i visitatori!” annuncia severo Mostafa.

“Uuuh! Vedremo il lupo nero mangia-uomini!” fa Vittorio sarcastico. Giada e Silvio abbozzano un sorriso sghembo. Entrano e ispezionano il corridoio che finisce in un lontano pugno di luce. Un dedalo di vani si apre tutto intorno. Vittorio si tuffa in uno di quelli e promette messaggi sul cellulare. Gli altri vanno avanti. Giada si dilegua presto nella penombra di un’altra stanza. Silvio e Mostafa procedono dritti. Poco dopo l’eco di urla soffocate e rumori sordi. Silvio si blocca, è spaventato, pensa a uno scherzo di Vittorio, mentre Mostafa corre verso l’uscita dal lato opposto.

Silvio consulta il cellulare. Nessun messaggio.

Mostafa lo incita a seguirlo e grida: “Non dovevate seguire il consiglio di Jamal.”

“Volevamo solo divertirci, noi…” replica Silvio; poi s’interrompe e cambia espressione, è sospettoso. “Un momento, ma tu… come sai il nome del portiere dell’albergo, noi non l’abbiamo mai detto prima, noi…”

Silvio non fa in tempo a finire la frase che viene stretto da braccia robuste e trascinato via nel buio.

“Il Museo Maledetto vuole i suoi figli!” mormora gelido Mostafa, lo sguardo allucinato.

Falso d'autore

IL SIGNORE DEGLI ANELLI

 

Mentre Glorfindel parlava, le ombre della sera si infittivano. Frodo sentì una gran stanchezza impadronirsi di lui. Al calar del sole, il velo davanti ai suoi occhi si era fatto più scuro ed ora aveva la sensazione che un'ombra si proiettasse tra di lui e i volti dei suoi amici. Il dolore lo assaliva e aveva freddo. Si sentì mancare e afferrò il braccio di Sam.

«Il mio padrone è stanco e ferito», disse irritato Sam. «Non può continuare a cavalcare nella notte. Ha bisogno di riposo».

Grampasso raccontò brevemente l'attacco subito all'accampamento di Colle Vento, e parlò all'Elfo del pugnale; ne tirò fuori l'elsa, che aveva conservato, e gliela tese. Glorfindel rabbrividì toccandola, ma la osservò attentamente.

«Vi sono scritte malvagie su quest'elsa», disse; «forse i vostri occhi non sanno vederle. Conservala, Aragorn, fino al momento in cui giungeremo alla casa di Elrond! Sii cauto, però, ed evita di toccarla. Ahimè, non è in mio potere curare le ferite di quest'arma! Tutto ciò che potrò fare lo farò; ma ora più che mai vi esorto a proseguire senza riposo né sosta».

Le sue dita cercarono la ferita sulla spalla di Frodo, e l'espressione sul suo viso si fece più grave, segno di una nuova inquietudine. Frodo, invece, sentì sciogliersi il freddo al fianco ed al braccio, e penetrare un po' di calore dalla spalla fin giù alla mano, e le sofferenze attenuarsi. Le tenebre intorno a lui parvero diradarsi, come se una nuvola fosse stata squarciata; poté distinguere con maggior nettezza i visi del suoi compagni, e nuovo vigore e nuovo coraggio gli affluirono al cuore.

«Monterai il mio cavallo», disse Glorfindel. «Ti accorcerò le staffe fino alla sella, e tu ti terrai con tutte le tue forze. Ma non hai nulla da temere: il mio cavallo non lascia cadere un cavaliere che io gli ordino di portare. Il suo passo è soffice e leggero, e se il pericolo si dovesse far troppo vicino, ti porterà in salvo con una corsa che nemmeno i neri destrieri del Nemico possono eguagliare».

«No, non lo farò!», disse Frodo. «Io non ho intenzione di montarlo, se mi deve portare a Gran Burrone, o in qualunque altro posto, lasciando i miei amici in pericolo».

Glorfindel sorrise. «Dubito molto», disse, «che i tuoi amici sarebbero in pericolo se tu non fossi con loro! L'inseguitore correrebbe al tuo inseguimento, lasciando noi in pace. Sei tu, Frodo, e ciò che porti teco, che attirate su noi il pericolo».

 

Frodo non seppe che cosa rispondere e si convinse a montare il bianco cavallo di Glorfindel. Caricarono invece sul pony gran parte dei fardelli finora portati a spalla, camminando così più leggeri e spediti; ciò nonostante gli Hobbit riuscivano con fatica a tener dietro agli agili e instancabili piedi dell'Elfo. Avanti nel profondo delle tenebre, ed ancor avanti sotto il buio cielo annuvolato. Non vi erano né stelle né luna. Finché l'alba non apparve grigia, egli non permise loro di fermarsi. Pipino, Merry e Sam dormivano quasi, inciampando ad ogni passo; persino Grampasso sembrava stanco, a giudicar dalle spalle curve. Frodo sedeva sul cavallo, immerso in un oscuro sogno.

  • Genere in cui convertirlo: MM Romance
  • Periodo storico da usare: La grande depressione del 1929.

GENNAIO 1929

 

“Caro Glorfindel, Amato mio,

 ti prego, in nome del nostro amore non tradire la tua identità. Né la mia. Qui siamo circondati da un’orda barbara e temo che a breve ebrei, omosessuali e zingari saranno segnati a morte. Queste è l’ultima lettera in cui mi firmo con il mio nome. Dalla prossima, che solcherà il mare come nave in bottiglia mi firmerò Frodo. Tuo Tintin.”

Mentre Popeye leggeva, si chiedeva le ragioni per cui doveva nascondersi dietro quello strano pseudonimo che gli aveva imposto Tintin: Glorfindel. È vero, per un uomo, amare un uomo in questi tempi non porta bene in America, ma in Europa che problemi c’erano?

Ebrei, omosessuali? Ma di cosa parlava Tintin, se abbiamo un problema qui è trovare un buon Whisky e mentre ci pensava si infittivano le ombre dentro di lui. Una notte dell’anima. Si erano appena conosciuti, lui era apparso la prima volta al Piccolo Teatro proprio il giorno del suo compleanno il 17 gennaio e Tintin era da una settimana che girovagava per i suoi reportage che dal Belgio lo avevano portato in America.

Fra me e lui ci fu un colpo di fulmine.

Nel vero senso della parola, per strada Tintin era stato sorpreso dal temporale e colpito da un fulmine. Io passavo di lì con Olivia e vedendolo a terra ho cercato di soccorrerlo. Ho tirato fuori il mio barattolo di spinaci ma Olivia mi ha preso il braccio e mi ha allungato l’elsa che aveva conservato dopo l’ultima lite con Bruto. Io rabbrividii,  avevo paura per le proprietà magiche che mi avrebbero allontanato per sempre da Olivia.

Irrimediabilmente, e senza che lei  potesse capire o anche solo immaginare di cosa si trattava. Vedevo le scritte incise sul metallo come sentenze inappellabili.

«Ho freddo» mormorò Tintin.

Fu un alito leggero quasi mortale, ma appena indossata l’elsa Tintin prese la mia mano e la poggiò sulle sue ferite e io, appena entrato in contatto con quelle carni glabre, fresche, capii.

Capii cosa poteva salvarlo.

Capii quello che non avevo mai voluto capire, o sentire o dire a me stesso e men che meno al mondo.

Ecco, l’inconfessabile si era confessato a noi, e dentro il corpo di Tintin il calore trovò un luogo dove andare, che altro non era il mio stesso calore. Nel vederlo così, un semplice disegno del volto, una pennellata di arancione dei suoi capelli rame, provai anch’io un tepore dentro. Potevano certi pensieri farsi strada nella rude forma del mio corpo, anche il fumo uscendo dalla pipa di schiuma tradiva i miei desideri disegnando volute nell’aria che erano nuovi alfabeti, sussurri e grida dentro un letto disfatto.

Sul suo volto vidi le sofferenze attenuarsi. Le tenebre parvero diradarsi, come se una nuvola fosse stata squarciata e il nuovo coraggio gli affluiva al cuore.

Anche lui provava il mio stesso sentimento?

«Ora ti porterò in braccio in ospedale» gli dissi.

«Sei il mio eroe, il mio Glorfindel».

Straparlava, tuttavia mentre le sue parole erano incomprensibili, il tono, l’espressione, insomma tutto quello che dice il non detto, era chiarissimo, così chiaro che guardandomi intorno vidi Olivia diventare un puntino sempre più lontano fino a scomparire.

E io sono rimasto Glorfindel anche dopo, anche adesso, per lui che ha bisogno di un eroe dall’altra parte dell’oceano.

«Lo sai che il tuo passo è stato soffice e leggero mentre mi portavi in braccio dentro l’ospedale? Tuo Tintin» mi ha scritto nella prima lettera, e fu lì che il tutto si è compiuto definitivamente. È stata la musica che ha inondato il silenzio dei miei sensi… un fragore del mio sesso teso come un arco che sta per scoccare il dardo, freccia che Olivia non sapeva più cogliere.

«No, Tintin, non lo sapevo».

All’inizio erano lettere brevissime che solcavano il mare. Perché mai l’oceano avrebbe dovuto tradirci? Perché nascondersi?

…siamo circondati da un’orda barbara…tuo Frodo

«Hai visto il pericolo farsi vicino, mi hai portato in salvo con una corsa che nemmeno i neri destrieri del Nazionalsocialismo possono eguagliare. Tuo Frodo».

«Amato mio Frodo, vedo tutto attraverso il vetro sbilenco del desiderio per questo prenderò una nave e solcherò il mare. Lo sai sono un marinaio di  lungo corso, sul mio braccio è tatuata un àncora che getterò là fra il Belgio e la Germania»

Poi nessun segnale, per risposta solo l’assordante silenzio dell’oblio. Questa fu l’ultima lettera del nostro amore di carta.

Leggo di Hitler, delle leggi razziali e forse proprio Frodo ha attirato su di sé i nemici con queste lettere che devono esser sembrare parole di due ammalati… perché di malattia si è sentito palare ultimamente quando si dice dell’amore di due uomini.

Anche il martedì nero della Borsa sembra sia stato il primo episodio di distrazione di massa, una volta scoperto l’amore indicibile fra un Presidente e il suo segretario.

Ma il fatto saliente di questa vicenda è un altro.

A chiudere il cerchio è stata Olivia. La cara, dolce, ingenua, inconsapevole Olivia che non aveva mai compreso cosa era accaduto fra me e Tintin.

Lo ricordo perfettamente quel giorno. Non pioveva ancora, anzi il sole inondava la via e l’ho trovata davanti alla mia porta. Io ero nel tinello: birra spinaci e pipa e tanta solitudine. Dov’era finito l’uomo che conosceva la città, chi si sarebbe trovata davanti a sé, Olivia?

«Sei tu?» dissi

«E tu chi sei?» rispose portando un libro, «È stato pubblicato da poco»

«E allora?»

«Solo dopo averlo letto, ho capito»

«Capito cosa?»

«Chi sei!»

Dopo una carezza al viso e un fremito della mano e uno delle labbra, si era girata per camminare sulla strada tagliata da una lama di luce da una parte e l’inizio della pioggia dall’altra. Settembre giocava strani scherzi, proprio come la vita.

Guardai il libro: Alexis o il trattato della lotta vana di Marguerite Yourcenar.

Appena letto anch’io, e lo tenevo sul comodino: Olivia aveva capito!

Se Olivia camminava nel sole, il mio inverno - con le sue piogge battenti e la voce di merlo rifugiato sotto la grondaia - era tutto davanti.

Ancora non sapevo che Tintin sarebbe salito su un treno che lo avrebbe portato  nel più oscuro degli incubi.
 

I Signori della Borsa

Mentre Glorfindel parlava, le ombre della sera si infittivano. Frodo sentì una gran stanchezza impadronirsi di lui. Al calar del sole, il velo davanti ai suoi occhi si era fatto più scuro ed ora aveva la sensazione che un'ombra si proiettasse tra di lui e i volti dei suoi amici. Il dolore lo assaliva e aveva freddo. Si sentì mancare e afferrò il braccio di Sam.

“Il mio capo è stanco e si sente male, non può continuare a procedere nella notte, deve riposarsi”

 Grampasso raccontò a Glorfindel gli eventi della mattinata. Il crollo della borsa, la perdita delle azioni e il caos che era nato in ditta. Un fuggi fuggi generale, pratiche ovunque e una sensazione orribile di abbandono, di perdita. Il fallimento della società americana per come la avevano sempre vissuta e percepita. Non c'era più niente.

 Glorfindel rabbrividì: Frodo rappresentava una delle maggiori ditte immobiliari e le sue azioni erano le più solide. Se persino la Contea ltd falliva voleva dire che erano al tramonto dell'era occidentale.

 “Ormai il pacchetto di azioni che porti con te,  Aragorn, non ha più valore, ma conservalo fino a che non saremo arrivati da Elrond della Gran Burrone United, forse lui può darci ancora qualche buon consiglio, ora più che mai vi esorto a non perder tempo, forse non è tutto perduto, ma dovete affrettarvi”

 Glorfindel appoggiò una mano sulla spalla di Frodo in segno di incoraggiamento.  Frodo, sentì sciogliersi il freddo al fianco ed al braccio, e penetrare un po' di calore dalla spalla fin giù alla mano, e le sofferenze attenuarsi. Le tenebre intorno a lui parvero diradarsi, come se una nuvola fosse stata squarciata; poté distinguere con maggior nettezza i visi del suoi compagni, e nuovo vigore e nuovo coraggio gli affluirono al cuore. Il viso di Glorfindel gli apparve più bello che mai.

 “Sali in macchina, Frodo, ti accompagnerò io” disse gentilmente Glorfindel.

 “E lasciare i miei dipendenti in difficoltà? Mai!”

 

Glorfindel sorrise con maggiore gentilezza. Il coraggio di Frodo gli piaceva, come, del resto i suoi modi sinceri e la sua forza di volontà. In effetti si rese conto che sarebbe stato sin troppo facile per lui affezionarsi al giovane manager ora caduto in disgrazia. Frodo... solo sentire la sua voce gli faceva sobbalzare il cuore. Possibile? Frodo... Glorfindel si chiese quali fossero i suoi reali sentimenti e quasi arrossì. Purtroppo non era il momento di pensare alla tenerezza, era ora dei agire. Cercò di essere rassicurante.

 “Mio buon amico, non devi preoccuparti per Sam e Grampasso, sei fin troppo leale nei loro confronti, ma è per il bene dell'azienda che ora devi correre da Elrond per salvare il salvabile. Sei molto stanco e provato, non temere, guiderò io mentre tu cerchi di riposare un poco”

 Nel parlare Glorfindel dovette farsi forza per non accarezzare la guancia paffuta di Frodo. Aveva una pelle così pura e lui avrebbe voluto sfiorare con le labbra quelle gote, forse poter arrivare persino alle sue piccole e carnose labbra. NO! Non era il tempo della dolcezza, ma dell'azione.

 Frodo salì in macchina e quasi subito crollò per la stanchezza della terribile giornata. Glorfindel guidava piano facendo attenzione a non far sobbalzare il veicolo. Sapeva che a poca distanza era seguito dall'auto aziendale della Frodo Ltd guidata da Grampasso, a bordo vi erano Pipino, Merry e Sam altrettanto stanchi e del tutto sfiancati dal terribile tracollo economico.

 Glofindel osservò dallo specchietto retrovisore il volto semi addormentato di Frodo. Era una piccola cosa perfetta illuminato così dalla luna. Si rese conto di sorridere al pensiero di essere da solo in macchina con lui. Una piccola gioia, forse effimera, ma in quella terribile giornata era quanto di più prezioso potesse desiderare.

1929 – Una crisi

 

Alberto parlava mentre le ombre crepuscolari si allungavano cupe. Bruno guardò lontano in cerca di uno sguardo amico mentre la stanchezza prendeva il sopravvento su di lui. Dov’era Nicola, le sue mani e i suoi gesti delicati e rassicuranti? Dov’erano i suoi amici? Ebbe la sensazione che un velo d’ombra si proiettasse fra lui e i loro volti, fra lui e ogni altro essere vivente. Quelli in difficoltà, che ora si sentivano ridotti in miseria, perduti per l’enormità della crisi: i compagni di sventura che si muovevano in cerca di lavoro e di cibo, come grandi migrazioni umane che sembrano determinate da leggi naturali. Per loro aveva pietà, una pietà lucida e fredda. Ma ora il dolore lo assaliva e aveva freddo. Si sentì mancare e afferrò il braccio di Alberto.

«Tu sei molto stanco», gli disse. «Non puoi continuare a camminare nella notte. Hai bisogno di riposo».

Alberto raccontò brevemente l’aggressione subita nel piccolo borgo di Colle Mancio, e gli parlò della valigia, che aveva tenuto con sé. Lì c’era tutta la loro storia, i fogli, i quaderni e le lettere insieme all’abito talare di Nicola. Gliela tese e Bruno rabbrividì toccandola, ma la osservò attentamente.

«Hanno detto tante cose malvagie contro di me, contro di noi», disse; «forse i tuoi occhi non sanno vederle. Qui ci sono le lettere, la mia e la sua storia; tieni tutto, conserva la valigia fino al momento in cui giungerai a casa! Ma stai attento, evita i curiosi e non parlare con nessuno. Tutto ciò che devi fare è proseguire per la tua strada senza riposo né sosta».

Le sue dita cercarono la spalla di Alberto; i loro sguardi e le loro espressioni si trasformarono in una sorta di linfa vitale che scacciò l’inquietudine del momento. Ogni sofferenza sembrò attenuarsi. Persino le tenebre intorno a loro parvero diradarsi, come se una nuvola fosse stata squarciata. Bruno guardò le persone che si muovevano in file disordinate e poté distinguere con maggior nettezza i visi dei suoi compagni, e nuovo vigore e nuovo coraggio gli affluirono al cuore.

«Non devi aver paura», disse Alberto. «Sarò io a occuparmi di loro. Sono nostri compagni di sventura, nostri amici, e ora a legarci non c’è solo l’affetto e la lealtà, ma anche la sofferenza, nuova compagna di viaggio. Cammineremo uniti, deboli e fragili, ma anche forti: forti del nostro cuore, dei nostri pensieri, del nostro valore; il nostro passo sarà soffice e leggero, e se il pericolo si farà troppo vicino a noi, lo scacceremo insieme.».

«Sì, è vero, ma non sarà facile!», disse Bruno. «Tuttavia, non ho intenzione di evitare il pericolo, se questo vorrà dire combattere e vincere, qui e in qualunque altro posto, per aiutare i miei amici, per aiutare me stesso e Nicola.»

«I tuoi amici sarebbero in pericolo se tu non fossi con loro! Il nostro nemico è invisibile, non è l’amore, la speranza o la fede, ma la privazione, la rinuncia e la solitudine. Tu vai pure per la tua strada, anche se è quel che porti dentro a causar discordia e insidiare la tua pace.»

Bruno non seppe che cosa rispondere e si convinse che non restava che andare avanti, giorno per giorno, camminare a testa alta e portare il proprio fardello. In quel momento si sentì più leggero e proseguì spedito e instancabile, nel profondo delle tenebre, sotto il buio cielo annuvolato. Non vi erano né stelle né luna, ma solo i suoi pensieri a fargli compagnia.

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